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Netanyahu boccia il piano Usa per la Striscia: niente ritiro dell’Idf senza il disarmo totale di Hamas. Trump aveva parlato di accordo “storico” dieci giorni fa. Hamas non arretra sui 15 punti. Poliziotto buono e poliziotto cattivo, mentre Gaza paga il conto.
Il poliziotto buono, il poliziotto cattivo e i corpi che restano a Gaza
Domenica scorsa, durante una riunione di gabinetto trasmessa in diretta, Benjamin Netanyahu ha affondato in diretta il piano in 15 punti che il “Board of Peace” guidato da Washington aveva presentato come l’architrave della fase due a Gaza. Le parole del premier israeliano non lasciano spazio a interpretazioni diplomatiche: l’Idf non arretrerà di un metro finché Hamas non sarà, letteralmente, “disarmato nel vero senso della parola” — armi pesanti, armi leggere, tutto l’arsenale. Ha aggiunto, per chi non avesse colto la sostanza sotto la forma, che finché sarà lui a governare non nascerà alcuno Stato palestinese, né a Gaza né in Cisgiordania. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, dell’ala più oltranzista dell’esecutivo, ha applaudito pubblicamente la fermezza del premier sul mancato arretramento dalla Striscia.
Il tempismo è tutt’altro che neutro. Appena dieci giorni prima Donald Trump aveva annunciato, con l’enfasi che gli è propria, un accordo “storico” tra il suo Board of Peace e Hamas per la resa totale delle armi; il portavoce dell’organismo, Nickolay Mladenov, aveva persino corretto il tiro spiegando che lo smantellamento dell’arsenale avrebbe dovuto procedere “in sincrono” con il ritiro israeliano, non come precondizione. Netanyahu ha ribaltato pubblicamente quella sequenza, riportando la palla nel campo di Hamas.
Il movimento islamista, dal canto suo, ha risposto con un comunicato misurato: resta fedele alla roadmap e si aspetta che sia il Board of Peace a esercitare pressione su Netanyahu, non il contrario. Sullo sfondo, secondo fonti locali riprese dalle agenzie, gli attacchi israeliani condotti nell’ultimo periodo nonostante il cessate il fuoco avrebbero causato oltre 1.200 vittime, tra cui centinaia di minori. Israele, intanto, controlla ancora circa il 70% del territorio della Striscia secondo le stime di funzionari palestinesi e organizzazioni umanitarie. Le elezioni israeliane del 27 ottobre, con Netanyahu dato in calo nei sondaggi, aleggiano su ogni sillaba pronunciata a favore delle telecamere.
La sceneggiatura del doppio poliziotto, riscritta per il pubblico giusto
Chi ha visto un numero sufficiente di film polizieschi conosce il canovaccio: un agente urla, minaccia, sbatte i pugni sul tavolo; l’altro, più paziente, offre un caffè e promette che tutto si sistemerà se solo si collabora. Qui la sceneggiatura è identica, solo che i ruoli sono meno distinguibili di quanto Washington voglia far credere. Trump interpreta il poliziotto che promette la pace come un trofeo personale da esibire, l’uomo che “dà una possibilità” e twitta trionfalismi da statista pacificatore. Netanyahu interpreta il poliziotto che il giorno dopo rovescia il tavolo, perché sa che il suo pubblico elettorale non gli perdonerebbe la mitezza a due mesi e mezzo dal voto.
Non è un disaccordo tattico tra alleati: è una divisione dei compiti che consente a entrambi di ottenere ciò che vogliono senza pagarne il conto politico. Trump può continuare a vantare l'”accordo storico” davanti all’opinione pubblica americana; Netanyahu può continuare l’occupazione di fatto del 70% della Striscia senza essere lui, formalmente, a far saltare il tavolo — la colpa ricade comodamente su Hamas, “che non disarma davvero”.
Chi incassa la fattura di questa recita
Il problema di ogni buona sceneggiatura poliziesca è che qualcuno, alla fine, deve restare in cella o restare a terra. In questa versione mediorientale del genere, a restare a terra sono sistematicamente i civili palestinesi, mentre l’intero afflato occidentale — dai governi europei che si limitano a “monitorare con preoccupazione” alle cancellerie che continuano a fornire coperture diplomatiche e armamenti — si comporta da controfigura silenziosa sul set. Non serve immaginare complotti: basta osservare la sequenza dei fatti.
Un piano di pace annunciato come irreversibile viene smontato pubblicamente da uno dei due firmatari dieci giorni dopo la firma, senza che questo produca alcuna conseguenza concreta sui rapporti tra Washington e Tel Aviv, né alcuna reazione europea che vada oltre il comunicato di rito.
È la dimostrazione più nitida di come, in questa fase del conflitto, il linguaggio della pace sia diventato lo strumento retorico più efficiente per prolungare la guerra: si intitola “Board of Peace” un organismo che certifica, di fatto, la continuazione dell’occupazione militare, e si chiama “disarmo” una precondizione che nessuno dei protagonisti ha reale interesse a veder realizzata in tempi brevi.
Gaza, in questo schema, non è la posta in gioco: è il tavolo su cui la partita viene giocata, e chi ci vive continua a pagarne il prezzo più alto mentre il mondo osserva la recita applaudendo la parte che preferisce.

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