www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Arabia Saudita, Turchia e Pakistan attivano l’Accordo della Mecca contro Ansarallah, che colpisce fin dentro Riyadh. Il Gran Muftì saudita invoca il sacrificio religioso, mentre Ankara e Islamabad trattano su chi pagherà il conto economico di un conflitto sempre più a rischio di deriva settaria.
L’Arabia Saudita convoca Turchia e Pakistan mentre gli Houthi bombardano fin dentro i suoi confini
Riyadh ha convocato i vertici militari di Ankara e Islamabad per discutere l’attivazione concreta dell’Accordo di Difesa Congiunta della Mecca, il patto trilaterale firmato il 7 agosto 2026 secondo cui un attacco contro una delle tre parti equivale a un attacco contro tutte. L’incontro d’emergenza, annunciato il 25 settembre dal ministero degli Esteri saudita dopo un primo confronto a New York tra i ministri degli Esteri Faisal bin Farhan, Mohammad Ishaq Dar e Hakan Fidan, arriva mentre gli Ansarallah intensifica una campagna di attacchi che ha visto, martedì scorso, l’intercettazione di sei missili balistici diretti verso Ta’if e Yanbu, oltre ad azioni rivendicate dal movimento yemenita contro un «obiettivo sensibile» nella stessa Riyadh.
A Riyadh sono attesi il capo di Stato maggiore turco Selçuk Bayraktaroğlu e il feldmaresciallo pachistano Asim Munir, per definire l’ampiezza reale del sostegno che Ankara e Islamabad sono disposte a offrire, sostegno che secondo diverse ricostruzioni giornalistiche i due paesi vorrebbero mantenere su un piano prevalentemente difensivo, evitando un coinvolgimento diretto nelle operazioni offensive contro il territorio yemenita.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuto giovedì il Gran Muftì saudita, Sheikh Saleh bin Fawzan Al-Fawzan, con una dichiarazione dai toni insolitamente militanti per una figura che la monarchia saudita ha sempre tenuto in un ruolo formalmente consultivo. Rivolgendosi ai soldati schierati ai confini del regno, il Muftì ha invocato versetti coranici e detti del Profeta sul sacrificio in difesa della fede, definendo la protezione del territorio saudita, sede dei due luoghi più sacri dell’Islam, «tra i doveri più grandi e gli atti di devozione più virtuosi, per i quali si possono sacrificare vite e anime».
Ha descritto gli Houthi come un «gruppo del male» fondato su «corruzione nella fede e nella metodologia», accusandoli di considerare lecito il sangue dei musulmani e di distruggere le moschee altrui. Gli Houthi, va ricordato, appartengono alla corrente sciita zaydita, distinta sia dallo sciismo duodecimano iraniano sia dal sunnismo wahhabita che domina l’establishment religioso saudita, un dettaglio che rende la retorica settaria mobilitata da Riyadh tutt’altro che neutra sul piano storico e teologico.
Un’alleanza militare che nasconde un negoziato sul conto da pagare
Dietro la facciata dell’unità islamica contro il nemico comune si muove, come spesso accade in queste circostanze, un negoziato assai più prosaico. Secondo indiscrezioni raccolte da Il Manifesto, Turchia e Pakistan starebbero cercando garanzie precise sul fatto che il peso economico di un eventuale allargamento del conflitto ricada in gran parte sulle casse della monarchia saudita, ben più ricca di risorse ma politicamente più esposta.
È la logica elementare di ogni alleanza asimmetrica: chi ha il denaro paga, chi ha gli uomini decide quanti rischiarne, e nel mezzo resta il piccolo dettaglio che a morire, come sempre, saranno soprattutto i soldati mandati sul fronte, non i ministri che firmano gli accordi a Riyadh o a New York.
La riesumazione dei Qarmati e il rischio di trasformare una guerra civile in guerra di fede
Il riferimento implicito che diversi ambienti religiosi sunniti hanno cominciato a evocare, quello della rivolta dei Qarmati, gli sciiti ismailiti che nel 930 saccheggiarono la Mecca e crearono un proprio dominio lungo la costa orientale della penisola arabica, non è un dettaglio erudito da manuale di storia islamica.
È un segnale del tentativo, deliberato o meno, di traghettare una guerra che nasce da rivendicazioni politiche e territoriali concrete verso il terreno assai più incendiario dello scontro tra sunniti e sciiti su scala regionale. Trasformare gli Houthi in eredi contemporanei di un’eresia medievale serve a compattare il fronte interno saudita e a giustificare sacrifici sempre meno negoziabili, ma rischia di riaccendere fratture settarie che il Medio Oriente si porta dietro da secoli e che nessun accordo di difesa congiunta, per quanto ben firmato, sarà in grado di richiudere una volta riaperte.
Mentre i capi di Stato maggiore discutono modalità operative e chi debba pagare il conto, la vera domanda che nessuno pone ad alta voce è se davvero convenga, a Riyadh come ad Ankara e Islamabad, riesumare fantasmi di guerra santa per risolvere quello che resta, alla radice, un conflitto sulla distribuzione del potere nella penisola arabica.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Fermi ad Hormuz, Trump e la guerra che l’America non riesce più a vincere
- Gaza distrutta, ma l’Europa continua a fare affari con Israele
- Campo largo o campo santo? Il centrosinistra continua a scambiare i sondaggi per un progetto
- Era meglio quando c’erano gli Squallor
E ti consigliamo
- Gli analfoliberali
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













