Israele cancella dal voto le liste arabe, e lo rifà per la seconda volta

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La commissione elettorale israeliana esclude dal voto del 27 ottobre le due liste arabe, un quinto dell’elettorato del paese, nonostante la procuratrice generale ritenesse insufficienti le prove. È la seconda volta in sei anni: nel 2019 la Corte suprema aveva già annullato una decisione identica.

Israele estromette dal voto un quinto dei propri cittadini, e lo fa per la seconda volta in sei anni

Mercoledì 23 settembre 2026 la Commissione elettorale centrale israeliana ha votato, con diciotto voti favorevoli e cinque contrari, l’esclusione delle due principali liste arabe dalle elezioni per la Knesset previste per il 27 ottobre: Ra’am, il partito islamista guidato da Mansour Abbas, e la Lista unita, coalizione che riunisce Hadash, Ta’al e Balad.

Le due formazioni rappresentano insieme circa un milione e 250mila elettori, un quinto dell’intera popolazione israeliana. La stessa commissione, dominata da parlamentari della maggioranza che sostiene il premier Benjamin Netanyahu, ha votato separatamente anche l’esclusione di due singoli candidati, il deputato di Hadash Ofer Cassif con diciannove voti a favore, e il leader di Balad Sami Abu Shehadeh con trentuno voti a favore su trentacinque.

Il centro legale Adalah, che rappresenta le liste e i candidati colpiti, ha già annunciato ricorso alla Corte suprema, che esaminerà i casi nella prossima settimana. Secondo il Times of Israel, i giudici dovrebbero annullare l’esclusione delle liste, ripetendo di fatto quanto già accaduto nel 2019, quando una decisione identica venne bocciata dalla stessa Corte.

I ricorsi che hanno innescato il voto provenivano dal Likud di Netanyahu, da Otzma Yehudit, il partito di estrema destra del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, e da un forum che rappresenta le vittime del terrorismo. La base giuridica invocata è l’articolo 7A della Legge fondamentale sulla Knesset, che vieta la candidatura a chi nega la natura di Israele come Stato «ebraico e democratico», incita al razzismo o sostiene la lotta armata di uno Stato nemico o di un’organizzazione terroristica.

Va segnalato che la procuratrice generale Gali Baharav-Miara e il procuratore dello Stato Amit Aisman avevano dichiarato pubblicamente, prima del voto, di non trovare elementi sufficienti a sostenere l’accusa contro le due liste, secondo quanto riportato dal Jerusalem Post. Nel caso di Abu Shehadeh, la contestazione riguarda in particolare un articolo pubblicato l’8 ottobre 2023 in cui l’attacco di Hamas veniva descritto come «un importante evento storico dal punto di vista militare, politico e strategico»: contro di lui hanno votato compattamente anche esponenti dell’opposizione a Netanyahu, dal partito Yashar dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot fino ai Democratici di Yair Golan. Abu Shehadeh si è difeso dichiarando al Times of Israel di non aver mai invocato violenza, definendosi contrario alla lotta armata.

Un quinto della popolazione, zero rappresentanza politica

Il dato che merita di essere isolato da ogni retorica processuale è la sproporzione tra la gravità della misura e la fragilità delle prove addotte a sostegno. Escludere due liste che rappresentano l’intera minoranza araba-palestinese con cittadinanza israeliana, sulla base di un articolo giornalistico e di dichiarazioni politiche che gli stessi vertici dell’accusa statale ritenevano insufficienti, non è un incidente procedurale.

È l’ennesima dimostrazione che il concetto di democrazia israeliana, quando applicato ai propri cittadini non ebrei, funziona secondo una soglia di tolleranza radicalmente diversa da quella riservata alla maggioranza ebraica. Vale la pena ricordare che Ra’am aveva contribuito nel 2021 a formare il governo Bennett-Lapid, ponendo fine a dodici anni consecutivi di potere netanyahiano: la memoria di quella capacità di incidere sugli equilibri parlamentari sembra pesare, in questa vicenda, ben più di qualunque presunta minaccia alla sicurezza nazionale.

La Corte suprema come ultima diga, e la beffa di dover ricorrere ogni volta

Che si tratti di un’operazione essenzialmente politica lo suggerisce anche il calendario: siamo a cinque settimane dal voto, con sondaggi del canale israeliano 12 che assegnano sette seggi alla Lista unita e cinque a Ra’am, contro i cinquanta proiettati per il blocco di coalizione di Netanyahu.

Colpire proprio ora le liste arabe, sapendo che la Corte suprema ha già ribaltato una decisione identica nel 2019 e che i vertici della procura avevano segnalato l’insufficienza delle prove, non serve a produrre un’esclusione destinata a reggere in tribunale. Serve a mandare un segnale agli elettori arabi prima ancora che arrivi la scheda elettorale, come denuncia Adalah parlando di «processo arbitrario, istigatore e razzista».

Il paradosso ultimo di questa vicenda è che la tenuta democratica dello Stato di Israele, quando si tratta della rappresentanza dei propri cittadini palestinesi, dipende oggi non dalle istituzioni elettive ma dalla disponibilità di una Corte suprema a correggere, ogni pochi anni, lo stesso identico abuso di maggioranza.

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