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Tra date inesistenti, droni nei garage e l’ultima uscita sessista sulla gonna lunga, Tajani accumula gaffe che imbarazzano la diplomazia italiana. Crosetto lo difende dicendo che nessuno ha imposto un dress code. Il vero segnale è proprio questa difesa.
Tajani colleziona gaffe, offende le donne, e il suo collega di governo lo difende dicendo che va tutto bene
Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vicepremier, ha costruito negli ultimi mesi un repertorio di uscite pubbliche che meriterebbe un archivio a parte nella storia della diplomazia italiana. Il 5 marzo 2026, durante un’informativa al Senato sulla crisi nel Golfo, ha collocato il bombardamento americano contro l’Iran in una data che il calendario gregoriano non prevede: «sabato 31 febbraio».
Poche settimane dopo, parlando delle tensioni con Teheran e del rischio di incursioni di droni su Dubai, ha consigliato ai cittadini italiani di non affacciarsi alle finestre, aggiungendo che i droni «vanno sempre nei garage». A questo si aggiunge l’episodio, riportato da più testate, in cui Tajani ha dichiarato di non avere informazioni su nuove operazioni militari israeliane in Libano mentre i network internazionali le stavano già trasmettendo in diretta, e la partecipazione, in veste di semplice osservatore al posto della premier Meloni, alla prima riunione del Board of Peace trumpiano a Washington, dove è stato fotografato mentre maneggiava un cappellino Make America Great Again lasciato sugli scranni dagli organizzatori, seduto in un angolo e sostanzialmente ignorato.
L’ultimo capitolo, in ordine di tempo, riguarda però un terreno ben più scivoloso delle gaffe geopolitiche. Il 19 settembre, dal palco della kermesse Itaca a Formello, Tajani ha offerto ai presenti un consiglio matrimoniale rivolto idealmente al proprio figlio: meglio sposare «una donna meno appariscente ma più seria e affidabile, che ha le gonne un po’ più lunghe», perché quella «appariscente magari ti tradisce». Le reazioni sono state immediate, trasversali e per nulla tenere: la senatrice del PD Valeria Valente ha parlato di un «concentrato di stereotipi» degno dell’immaginario dell’«angelo del focolare», mentre Matteo Renzi ha liquidato il ministro come «più un meme che un ministro».
Dopo due giorni di polemiche, Tajani ha offerto scuse parziali a margine dell’Assemblea Onu a New York, dichiarando di non aver mai voluto offendere le donne e citando come prova a discarico la nomina di due ambasciatrici in Iran e Afghanistan, senza però ritrattare una sola parola del discorso originale. Il generale Roberto Vannacci, mai domo nella gara al ribasso, ha rilanciato dichiarando in tv di preferire «le donne senza gonna», mentre undici senatrici di PD, M5S, Alleanza Verdi Sinistra e Italia Viva si sono presentate a Palazzo Madama in minigonna per protesta.
In tutto questo, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha preso pubblicamente le difese di Tajani, precisando che il collega non ha imposto alcun dress code alle donne italiane, che ognuna è libera di vestirsi come vuole e che, semmai, può sentirsi offesa per conto proprio.
Il ministro che fa impallidire persino chi era diventato leggenda per le gaffe
C’è del metodoin questa escalation di imbarazzi istituzionali? L’Italia ha già avuto un ministro degli Esteri diventato bersaglio fisso dell’ironia internazionale, quel Luigi Di Maio che la vecchia volpe Serghei Lavrov non perdeva occasione di stuzzicare con eleganza sornione. Tajani, con metodo e costanza, sta però costruendo un curriculum capace di ridimensionare persino quel primato. Non si tratta più soltanto di errori di comunicazione isolati, perdonabili nella frenesia di un’agenda internazionale fittissima.
È la sistematicità con cui questi episodi si susseguono, uno via l’altro, a segnalare qualcosa di più strutturale: una figura istituzionale che sembra affrontare la diplomazia globale con la stessa attenzione riservata all’organizzazione di una riunione condominiale.
Quando la difesa è più imbarazzante dell’errore
Il vero elemento degno di nota, però, non è tanto la scivolata sessista in sé, purtroppo non nuova nel repertorio della destra italiana contemporanea, quanto la scelta di Crosetto di intervenire pubblicamente per minimizzarla. Che un ministro esprima concetti degni di un manuale di galateo patriarcale d’antan è già indicativo di una mentalità retrograda diffusa.
Ma che il ministro della Difesa, tra i più autorevoli e ascoltati dell’intero esecutivo, senta il bisogno di intervenire non per correggere ma per sdrammatizzare, riducendo la questione a una faccenda di libertà di abbigliamento femminile che nessuno aveva messo in discussione, trasforma un episodio di goffaggine individuale in un segnale culturale più ampio.
Tajani continuerà probabilmente a sbagliare date, a temere droni nei garage e a distribuire consigli matrimoniali da bar sport. Il problema, semmai, è che nessuno dentro il governo sembri più considerare tutto questo un problema da correggere, quanto piuttosto un dettaglio folkloristico da difendere con un’alzata di spalle.

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