Berlino e il Mietendeckel della Linke: quando la politica smette di essere intercambiabile

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A Berlino Die Linke è arrivtaa al 25,7%  facendo della casa il cuore della campagna, mentre CDU e SPD arretrano e AfD sale al 16,3%. Il risultato riapre il confronto su affitti, radicalità e credibilità politica: più che moderarsi, i partiti devono spiegare cosa difendono.

La collana col Mietendeckel. Berlino ha votato contro il centro intercambiabile e insegna qualcosa a tutta la sinistra

A Berlino Die Linke prende il 25,7% e diventa per la prima volta il primo partito della città. La sua candidata, Elif Eralp, avvocata figlia di rifugiati politici turchi, sale sul palco con una collana al collo su cui è scritta una parola: Mietendeckel, il tetto agli affitti. È il simbolo perfetto di questa vittoria e, guarda caso, è anche il punto più debole del suo programma.

Perché il Mietendeckel vero e proprio Berlino non può farlo: la Corte Costituzionale federale lo ha già cancellato una volta, nel 2021, stabilendo che la regolazione degli affitti è materia di legislazione federale. E l’espropriazione dei grandi gruppi immobiliari, promessa nella notte elettorale come condizione stessa del governo (“se Die Linke governa, l’espropriazione avverrà”), è giuridicamente possibile ma costa tra i 18 e i 29 miliardi, richiede una coalizione che storicamente la rifiuta, e finirebbe davanti ai giudici di Karlsruhe per anni.

Insomma: la Linke ha vinto, in parte, su un programma deliberatamente ambizioso, in cui le richieste irrealizzabili funzionano da leva per ottenere il realizzabile. È il mestiere dell’opposizione. Ma c’è di più, e Berlino insegna una lezione più profonda di quella che danno i titoli dei giornali. La polarizzazione premia tutti, tranne il centro

Guardando i dati con attenzione, la vittoria della Linke non ha schiacciato l’estrema destra: l’AfD nello stesso voto è passata dal 9,1% al 16,3%. Il centro è imploso, CDU a meno nove punti, SPD al minimo storico, e gli estremi sono cresciuti entrambi. La lettura più pigra è: vince chi urla più forte. Quella più utile è un’altra: vince chi è riconoscibile. E perdono tutti quelli che rincorrono l’avversario di turno calcolando la posizione invece di prenderla.

La SPD di Scholz che parla di deportazioni di massa e perde i propri elettori senza rubarne uno all’AfD. La CDU che corre sul tema migrazione e perde comunque. Il centro non è morto per essere moderato: è morto per essere intercambiabile. Quando un elettore non riesce a dirti in trenta secondi cosa difendi, non ha motivo di uscire di casa a votarti.

E c’è la prova che la moderazione non è il problema: Amburgo, marzo 2025. Lì il SPD vinse nettamente con una campagna esplicitamente pro-immigrazione, e l’AfD crollò. La differenza non è ideologica, è credibilità. La Linke berlinese ha vinto sulle case perché aveva alle spalle un referendum approvato dal 59% dei cittadini: la radicalità era la prova che porti in coalizione, non uno slogan da comizio. È anche vero che è passato più di un anno per cui l’analisi del voto ad Amburgo può lasciare il tempo che trova.

La trappola del rituale

Sul punto più delicato, l’incidente del rapper che sul palco di un comizio della Linke ha urlato “morte all’esercito israeliano” vale la distinzione che il dibattito tedesco fatica a fare. Criticare l’IDF non è antisemitismo: le organizzazioni ebraiche tedesche che protestano contro la guerra di Gaza lo sanno bene, e la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per Netanyahu e Gallant per crimini di guerra. Dire che un capo di governo è un criminale è un diritto democratico, non un atto che richiede assoluzione preventiva. “Mai più” deve significare mai più contro gli ebrei, non mai più contro Israele in quanto tale.

Quando il secondo prende il posto del primo, la memoria smette di essere un impegno e diventa un alibi: quello di governi che non risolvono il problema abitativo a Berlino ma vanno a inaugurare memoriali a Gerusalemme. Detto ciò, la Linke ha consegnato da sola l’arma agli avversari: è lei ad aver invitato quell’artista. Il caso è stato amplificato oltre misura, ma un regalo resta un regalo.

La coerenza è la strategia più economica

Resta il fatto secco: Eralp ha vinto perché non sembra calcolare nulla. È lo stesso motivo per cui Mamdani ha vinto a New York. Ed è l’avvertimento finale: un’AfD in crescita nello stesso voto in cui trionfa la sinistra non è sconfitta, è incubazione. Polarizzare funziona se il tuo polo governa meglio.

Se tra due anni le case costeranno ancora uguale e il Mietendeckel sarà ancora una collana, quei voti giovani torneranno a casa loro, o scopriranno che AfD parla anche loro di affitti. La coerenza costa zero calcoli e tutto il coraggio. Ma è l’unica cosa che gli avversari non possono copiare.

 

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Enrico Zerbo
Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

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