www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Mentre l’Europa si riarma per obbligo, imposto da Washington, la vera domanda resta fuori dal dibattito pubblico: a che prezzo, e a beneficio di chi? Il nemico russo serve a giustificare scelte industriali ed economiche che nessun governo osa spiegare apertamente ai cittadini.
Il riarmo europeo non è una scelta di sicurezza. È una scelta industriale spacciata per emergenza esistenziale
C’è una domanda che il dibattito pubblico europeo continua sistematicamente a evitare, ed è la più semplice di tutte: chi guadagna davvero dal riarmo che tutti i governi del continente stanno imponendo ai propri cittadini in nome della minaccia russa? Non è una domanda retorica. È la domanda che dovrebbe precedere qualunque discussione su percentuali di Pil, missili ipersonici e scenari di invasione, e che invece resta costantemente fuori dai talk show, sostituita da un dibattito emotivo su chi sia più o meno filo-putiniano.
I fatti, quelli verificabili, raccontano una sequenza precisa. Al summit NATO dell’Aia del 24 e 25 giugno 2025 gli alleati hanno sottoscritto un nuovo obiettivo di spesa militare al 5% del Pil entro il 2035, ripartito tra 3,5% per forze armate ed equipaggiamenti e 1,5% per infrastrutture critiche e preparazione civile.
La richiesta arrivava al termine di anni in cui Washington, sotto Trump prima e dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, aveva reso esplicito ciò che per decenni era rimasto sottinteso: gli Stati Uniti non ritengono più prioritario sostenere il costo della sicurezza europea, hanno altri interessi strategici concentrati sull’Indo-Pacifico e pretendono che il continente si paghi da solo la propria difesa. Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari Internazionali, su posizioni più che atlantiste, ha descritto l’accordo come fatto «da un po’ di sostanza e da un po’ di coreografia», utile soprattutto a compiacere Trump, senza sanzioni previste per chi non lo rispetta. Per l’Italia, che nel 2025 spendeva l’1,5% del Pil in difesa, l’obiettivo del 5% significa passare da circa trenta a oltre cento miliardi di euro l’anno.
Il nemico serve a coprire la scelta, non a spiegarla
Qui si arriva al punto che i governi europei evitano accuratamente di ammettere davanti alle proprie opinioni pubbliche: l’aumento vertiginoso della spesa militare non nasce principalmente da un’analisi credibile del rischio di invasione russa, ma dalla necessità politica di giustificare un trasferimento di risorse pubbliche verso un settore che, guarda caso, è anche l’unico in cui l’Europa può ancora presentarsi come competitiva a livello globale.
Falliti gli obiettivi del Green Deal, travolti dal vantaggio ormai difficilmente colmabile dell’industria automobilistica cinese sull’elettrico, privi di un ecosistema tecnologico paragonabile a quello americano o asiatico, diversi governi europei hanno trovato negli armamenti l’unico comparto industriale in cui rilanciare produzione e occupazione senza dover ammettere di farlo per ragioni essenzialmente economiche.
Il nemico russo, in questo schema, funziona come cornice narrativa indispensabile: senza una minaccia esistenziale percepita, sarebbe assai più difficile spiegare ai cittadini perché centinaia di miliardi debbano confluire in carri armati e sistemi missilistici invece che in sanità, scuola o transizione energetica.
Non a caso, chi osserva la situazione senza doverne rispondere a un ministero della difesa tende a essere più prudente nelle proprie previsioni. Lucio Caracciolo, direttore di Limes, ha ripetuto più volte negli ultimi mesi che uno scontro diretto tra Russia e NATO «finirebbe con la distruzione di entrambe», che Mosca userebbe senza esitazione armi atomiche e missili ipersonici contro cui l’Europa resta «praticamente senza difesa», e che tra Washington e Mosca continuano a funzionare canali di comunicazione permanenti al di là della retorica pubblica. È la stessa persona che, commentando le previsioni tedesche di un’invasione russa entro il 2029, ha definito il riarmo europeo una strada che porta «dritti a una guerra nucleare che durerà mezz’ora».
Se un simile scenario fosse davvero considerato imminente e credibile dai decisori europei, ci si aspetterebbe un dibattito pubblico proporzionato alla gravità della minaccia, non il silenzio quasi totale che circonda l’entità reale della spesa richiesta.
Chi paga il conto, e chi lo incassa
Il vero scandalo, se di scandalo si può parlare, non sta nella scelta di aumentare la spesa per la difesa in un contesto geopolitico oggettivamente instabile. Sta nel modo in cui questa scelta viene comunicata: come necessità di sopravvivenza collettiva contro un’invasione imminente, invece che come quello che è nella sostanza, un riposizionamento industriale imposto dall’alleato americano e accettato con sollievo da governi che non sapevano più come giustificare altrimenti una spesa pubblica di quella portata.
I cittadini europei pagheranno il conto di questa transizione attraverso tasse, tagli al welfare e debito pubblico crescente. A incassarne i benefici saranno principalmente le industrie della difesa, americane in primo luogo, europee in seconda battuta, in un settore dove la componente tecnologica più avanzata, elettronica e satellitare, resta comunque appannaggio di Washington.
Finché questo scambio resterà travestito da questione di vita o di morte nazionale, nessuno sarà tenuto a spiegare pubblicamente perché convenga così tanto a così pochi.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Fermi ad Hormuz, Trump e la guerra che l’America non riesce più a vincere
- Gaza distrutta, ma l’Europa continua a fare affari con Israele
- Campo largo o campo santo? Il centrosinistra continua a scambiare i sondaggi per un progetto
- Era meglio quando c’erano gli Squallor
E ti consigliamo
- Gli analfoliberali
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













