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L’Occidente riconosce il fanatismo solo quando ha il volto “giusto”: arabo, islamico, lontano. Ma ignora quello che nasce al suo interno, travestito da strategia o sicurezza. Una cecità culturale che distorce la lettura dei conflitti globali.
Il fanatico ha sempre il volto degli altri
C’è una distorsione percettiva che attraversa l’Europa contemporanea e che si preferisce ignorare, perché riconoscerla significherebbe mettere in discussione l’intero impianto culturale costruito negli ultimi decenni. È la difficoltà — o meglio, il rifiuto — di individuare il fanatismo religioso quando non coincide con l’immagine che abbiamo imparato a temere.
Per oltre venticinque anni, il discorso pubblico occidentale ha lavorato con ostinazione su un’immagine precisa: terrorismo uguale islam, radicalismo uguale Medio Oriente, pericolo uguale alterità. Talk show, retorica politica, narrazione securitaria hanno prodotto una semplificazione tanto efficace quanto tossica.
Il risultato è un automatismo mentale: se il violento porta un nome arabo e una lunga barba, allora il fenomeno è immediatamente classificabile. Se invece il protagonista ha un cognome europeo, parla inglese o ebraico, veste in giacca e cravatta e si muove nei corridoi del potere, allora improvvisamente la categoria scompare. Non è più fanatismo. Diventa strategia, sicurezza, legittima difesa. È una cecità selettiva, e come tutte le cecità selettive è funzionale. Serve a mantenere una gerarchia morale rassicurante: il fanatico è sempre l’altro, mai noi. Eppure basterebbe una conoscenza elementare della storia per incrinare questa narrazione.
Gli Stati Uniti, che si pongono come baluardo della razionalità politica moderna, nascono dentro un contesto impregnato di visioni messianiche. Le comunità puritane interpretavano la colonizzazione come una missione divina, un progetto di redenzione territoriale. La conquista non era solo economica o militare: era teologica.
Il mito della frontiera, ancora oggi celebrato, deriva da questa matrice. Non si trattava semplicemente di espandere i confini, ma di compiere un destino. E quando il destino è sacralizzato, il confine tra politica e fanatismo diventa sorprendentemente sottile.
Quando il fanatismo diventa “strategia”
Se questo è il retroterra storico, diventa più difficile sostenere che il radicalismo religioso sia un’esclusiva geografica. Piuttosto, appare per ciò che è: una dinamica ricorrente, capace di attraversare culture diverse, adattandosi ai contesti. E qui entra in gioco la contraddizione contemporanea.
Nel Medio Oriente di oggi, alcune dinamiche politiche — in particolare quelle legate al nazionalismo religioso israeliano — mostrano elementi che, se osservati con coerenza analitica, rientrerebbero nella definizione di fanatismo: visione escatologica della storia, legittimazione religiosa del conflitto, costruzione di un nemico assoluto.
Eppure, nel discorso occidentale dominante, questi elementi vengono raramente trattati come tali. Si preferisce tradurli in linguaggio tecnico: sicurezza nazionale, difesa preventiva, stabilizzazione regionale. Un lessico neutro che sterilizza la dimensione ideologica. Non è una svista. È una scelta.
Perché riconoscere il fanatismo quando si manifesta dentro il perimetro occidentale significherebbe smontare una distinzione fondamentale: quella tra civiltà razionale e barbarie irrazionale. Una distinzione che regge gran parte della legittimazione politica contemporanea. Il problema è che questa rimozione ha un costo.
Riduce drasticamente la capacità di interpretare il mondo. Se il fanatismo è visibile solo quando assume una forma esotica, allora diventa impossibile riconoscerlo quando si presenta con tratti familiari: nazionalismi sacralizzati, missioni geopolitiche travestite da imperativi morali, politiche di annientamento giustificate come necessità storiche. E qui il paradosso si fa grottesco.
Proprio quella parte di opinione pubblica che si percepisce come colta, informata, progressista, finisce spesso per adottare le categorie più rozze. Il pensiero critico si arresta davanti al pregiudizio incorporato. La complessità viene sacrificata sull’altare della narrazione. Il fanatismo, insomma, non scompare. Cambia semplicemente etichetta.
Forse basterebbe un esercizio elementare per incrinare questa illusione. Immaginare i protagonisti della politica occidentale — leader, ministri, strateghi — rappresentati con l’iconografia che siamo abituati ad associare ai fanatici: simboli religiosi ostentati, retorica apocalittica, linguaggio assoluto.
Non è detto che basti. Ma potrebbe essere sufficiente a produrre una frattura, un dubbio, un corto circuito cognitivo. Perché il punto non è stabilire chi sia il fanatico. Il punto è riconoscere che il fanatismo non ha un volto unico e soprattutto, che non sempre viene da lontano.

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