La resa dei conti silenziosa: l’Iran ha liquidato l’opzione “curda”

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Mentre l’Occidente discute scenari, i Pasdaran smontano sul campo l’alleanza curda armata da USA e Israele in Kurdistan iracheno. Basi colpite, comandanti eliminati, il fronte di terra promesso non è mai partito: Teheran ha già chiuso la partita.

La carta curda che Teheran ha già bruciato

Sui fronti dichiarati della guerra d’Iran si contano missili, si misurano intercettazioni, si aggiornano bollettini ogni notte. Su un altro fronte, molto meno raccontato ma tutt’altro che secondario, si consuma invece un’operazione di smontaggio metodico. Parliamo del Kurdistan iracheno, dove da settimane il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica conduce una campagna di logoramento contro le formazioni armate curdo-iraniane rifugiate tra Sulaymaniyah ed Erbil. Non un’escalation improvvisa, ma un crescendo calibrato: campi, depositi di munizioni, centri di addestramento, colpiti regolarità logorante.

Un’alleanza costruita sul patrocinio sbagliato

Vale la pena ricordare come si è arrivati a questo punto, perché la genesi conta quanto l’epilogo. A fine febbraio, a ridosso dell’apertura del fronte israelo-statunitense contro Teheran, cinque partiti dell’opposizione curdo-iraniana con base in territorio iracheno hanno messo insieme le proprie sigle sotto un’unica coalizione. Un gesto presentato come autonomo, salvo poi scoprire, senza troppa sorpresa, che dietro c’era la regia di Mossad e CIA. Trump, va detto a suo (dis)credito, non ha mai avuto la delicatezza di tenerlo per sé: lo ha rivendicato pubblicamente più di una volta, come se annunciare al mondo intero chi sta finanziando una rete di miliziani al confine con un Paese in guerra fosse un vezzo elettorale e non un biglietto da visita consegnato al nemico.

Il paradosso è servito su un piatto d’argento: un’alleanza pensata come leva strategica si è trasformata, nel giro di pochi mesi, in un catalogo di coordinate già acquisite dall’intelligence iraniana. I Pasdaran non hanno dovuto cercare granché. Hanno atteso, osservato, e poi colpito con la pazienza di chi sa che il tempo, in questa fase, gioca a proprio favore.

L’opzione che Washington ha promesso e Teheran ha già ritirato dal tavolo

Due giorni fa Teheran ha rivendicato apertamente undici incursioni transfrontaliere condotte dalla 65ª Brigata delle Forze Speciali Aviotrasportate, con l’uccisione dichiarata di otto quadri di livello medio-alto appartenenti ai gruppi separatisti e la distruzione di tre basi. Non bombardamenti indiscriminati, ma inserimenti mirati: si entra, si elimina chi tiene in piedi la struttura di comando sul terreno, si esce. Un modus operandi che dice più di qualunque comunicato ufficiale su quanto la strategia iraniana sia, in questa fase, tutt’altro che improvvisata.

E qui arriva il punto che meriterebbe ben più di una riga in cronaca estera: il fronte di terra curdo, quello che Washington e Tel Aviv avevano immaginato come detonatore di una rivolta interna contro il regime, non si è mai davvero materializzato. Dichiarazioni contraddittorie da parte americana, smentite ufficiali sull’armamento diretto delle milizie, la cautela tutt’altro che disinteressata del governo regionale del Kurdistan iracheno, poco propenso a trasformare il proprio territorio in piattaforma di lancio permanente: tutto questo ha tenuto quella carta chiusa nel cassetto.

Mentre Washington e Tel Aviv soppesavano, Teheran ha agito. Base dopo base, comandante dopo comandante, la disponibilità curda a fare da avanguardia contro l’Iran è stata smontata pezzo per pezzo, prima ancora che qualcuno decidesse di giocarla sul serio.

Non è cronaca militare di contorno: è il disinnesco preventivo di una delle poche leve realmente disponibili per mettere Teheran sotto pressione dall’interno. E avviene, non a caso, con la copertura silenziosa di un attore che raramente viene nominato in questa vicenda: la Turchia, che condivide con l’Iran lo stesso interesse a vedere ridimensionata qualsiasi formazione armata curda capace, un giorno, di rivendicare qualcosa di più di un accampamento sulle montagne. Ankara e Teheran, su questo specifico dossier, si trovano dalla stessa parte con una naturalezza che dovrebbe far riflettere chi continua a leggere il Medio Oriente per blocchi contrapposti anziché per convenienze contingenti.

 

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