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Il caso Roggero diventa il terreno di scontro tra diritto e propaganda. Mentre le sentenze fissano i confini della legittima difesa, la politica rilancia slogan, ipotesi di candidatura e richieste di grazia, trasformando la giustizia in uno strumento di consenso e la sicurezza in una bandiera elettorale.
Roggero, quando la politica pretende di riscrivere le sentenze
La vicenda di Mario Roggero, il gioielliere condannato in via definitiva a 14 anni di reclusione per l’omicidio di due rapinatori, sta sollevando un polverone mediatico che trasforma il dibattito pubblico in un surreale scenario da film. Mentre la magistratura scrive sentenze basate sull’applicazione del codice penale, la politica, in particolare la Lega, risponde con promesse, candidature e richieste di grazia, creando una frizione tra le istituzioni che minaccia di svuotare di significato il concetto stesso di legalità.
Roggero appare come una vittima eccellente della bulimia di slogan di Matteo Salvini. Il leader della Lega ha ripetutamente cavalcato l’idea che “la difesa sia sempre legittima”, peccato però che nel Codice Penale la realtà sia ben diversa. Quella del leader leghista si è rivelata, ancora una volta, l’ennesima sparata politica: un messaggio forte per il suo elettorato, ma privo di fondamento tecnico nelle aule di tribunale, dove la legittima difesa resta confinata in perimetri normativi rigorosi che lo slogan non può magicamente ampliare.
L’incandidabilità come dogma ignorato
È necessario ribadire l’ovvio: una persona condannata a 14 anni di reclusione per un reato non colposo non può candidarsi. La Legge Severino è chiara e non ammette interpretazioni creative. Eppure, le indiscrezioni su una possibile candidatura di Roggero continuano a occupare le prime pagine, trasformando una chiara impossibilità giuridica in un vessillo politico. Si tratta di una strategia che antepone il consenso immediato e la “pancia” del Paese al rispetto delle regole democratiche, creando un precedente pericoloso: l’idea che, se una sentenza non piace, la legge possa essere aggirata per spirito di parte.
Il silenzio selettivo: il caso dei commercianti cinesi
Il paradosso diventa stridente se confrontato con altri fatti di cronaca che il dibattito pubblico ha scelto di ignorare. Pochi ricordano, o hanno voluto ricordare, il caso dei due commercianti cinesi condannati a 17 anni di reclusione per aver ucciso un ladro sorpreso a rubare nella loro tabaccheria. Nessuna mobilitazione, nessuna richiesta di grazia, nessuna dichiarazione indignata dai palazzi del potere. Forse, per meritare l’attenzione politica e la solidarietà dei leader di governo, non basta essere una vittima che ha reagito troppo violentemente; serve appartenere alla categoria giusta, al contesto mediatico giusto.
La disparità di trattamento mediatico rivela una verità scomoda: l’indignazione politica non nasce dal rispetto per il principio di legittima difesa, ma dalla convenienza di costruire icone in grado di mobilitare l’elettorato.
La via smarrita dello Stato
L’ossessione per l’autotutela privata e per norme che, come l’esclusione del risarcimento civile, appaiono costituzionalmente fragili, distoglie l’attenzione dal compito primario dello Stato: l’ordine pubblico. Potenziare le forze dell’ordine, garantire una presenza capillare sul territorio e investire nel controllo preventivo è l’unica via per sottrarre il cittadino alla necessità di doversi fare giustizia da solo. Invece di investire in slogan e promesse impossibili, sarebbe tempo di una politica che faccia meno “comiche” e si assuma la responsabilità di gestire la sicurezza come un servizio pubblico e non come una guerra di fazione.

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