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Abderrahim Fakir, 43 anni, muore a Bologna immobilizzato a terra dalla polizia durante una crisi psichiatrica, senza l’intervento sanitario necessario. Il Pilastro insorge: abusi ricorrenti, permessi di soggiorno infiniti, razzismo istituzionale. La sicurezza selettiva uccide.
Bologna, un uomo in crisi chiede aiuto e trova la morte sull’asfalto
Ci sono episodi che, ricostruiti passo dopo passo, non lasciano spazio a interpretazioni caritatevoli. I residenti del Pilastro, quartiere bolognese, avevano fatto esattamente quello che ogni cittadino è addestrato a fare di fronte a un pericolo percepito: chiamare la polizia perché un uomo si aggirava in evidente stato di alterazione mentale. Una richiesta di aiuto, non una denuncia penale. Eppure quella telefonata si è trasformata nell’innesco di una sequenza che si è conclusa con la morte di Abderrahim Fakir, 43 anni, lavoratore dell’Interporto, immobilizzato a terra sull’asfalto reso rovente dal caldo estivo, schiacciato dal peso di due agenti, bloccato con fascette a mani e piedi mentre chiedeva aiuto ripetutamente.
Il protocollo, quando le forze dell’ordine intervengono su segnalazioni di questo tipo, prevede una valutazione rapida ma cruciale: accertare se il soggetto sia armato, se rappresenti un pericolo concreto per sé o per gli altri, e proporzionare di conseguenza l’intervento. Sul posto, secondo le ricostruzioni video circolate, erano presenti sia agenti di polizia sia operatori sanitari dell’ASL, chiamati proprio perché la natura del disagio era già stata identificata come psichiatrica prima ancora dell’arrivo sul posto.
La logica avrebbe suggerito un intervento congiunto: contenimento fisico minimo e gestione sanitaria immediata, una volta appurato che l’uomo non fosse armato. È accaduto l’esatto contrario: la componente repressiva ha completamente sostituito quella sanitaria, trattando un uomo in evidente crisi psichiatrica come se rappresentasse una minaccia armata da neutralizzare con la forza massima.
Documenti che pesano come macigni: il razzismo istituzionale che il Pilastro conosce da anni
Al presidio organizzato nel quartiere per chiedere giustizia, le testimonianze raccolte compongono un quadro che va ben oltre il singolo tragico episodio. La sorella di Abderrahim ha raccontato di averlo visto schiacciato a terra senza scampo. Una ragazza del quartiere ha ricordato come gli abusi di polizia siano, lì, una consuetudine più che un’eccezione — il Pilastro porta addosso uno stigma che trasforma automaticamente chiunque ci abiti in sospetto, spacciatore, criminale potenziale, indipendentemente dai fatti.
Donne e uomini migranti presenti al corteo hanno raccontato di vivere e lavorare in quella zona da anni, eppure di sentirsi trattati come vite di scarto: c’è chi ha ricordato dal microfono i tempi biblici della Questura per il rinnovo di un permesso di soggiorno — dieci mesi, un anno, un anno e mezzo, secondo le voci alzate dalla folla — un’attesa burocratica che si somma al peso quotidiano del colore della pelle, elemento che continua a determinare chi viene fermato all’uscita da una fabbrica o da un magazzino dell’Interporto, lo stesso dove lavorava Abderrahim, e chi invece transita indisturbato.
Il paradosso politico è evidente e merita di essere sottolineato senza troppa cortesi: mentre governi europei e istituzioni comunitarie firmano accordi di “remigrazione” presentati come gestione ordinata dei flussi migratori, mentre dall’altra parte dell’Atlantico l’ICE di Trump continua a mietere vittime tra i migranti senza conseguenze giudiziarie rilevanti, a Bologna si consuma un episodio che si inserisce nella stessa cornice: quella di una violenza istituzionale che colpisce sistematicamente chi vive ai margini, indipendentemente dal fatto che risieda in Italia da decenni o vi sia nato.
Restano interrogativi che nessun protocollo operativo può eludere. Perché la superficialità ha prevalso sulla competenza? Perché l’uso della forza ha sostituito l’uso del discernimento, proprio nel momento in cui la presenza di personale sanitario avrebbe dovuto orientare l’intervento verso il contenimento minimo e la sedazione in ambulanza, non verso l’immobilizzazione a terra riservata a soggetti armati e pericolosi? Non si tratta di una crociata ideologica contro le forze dell’ordine in quanto tali, ma di una domanda precisa su chi abbia ridotto operatori di polizia a strumenti privi della formazione necessaria per gestire situazioni di fragilità psichiatrica senza ricorrere sistematicamente alla forza fisica.
La sicurezza, quando viene concepita esclusivamente come repressione e non come investimento in qualità e quantità del personale preposto a garantirla, finisce per moltiplicare i rischi anziché prevenirli — e per applicarsi selettivamente, con standard diversi a seconda del quartiere e del colore della pelle di chi la richiede. Non è la stessa sicurezza a Bologna Pilastro e ai quartieri residenziali del centro: è una sicurezza a doppio binario, che protegge alcuni e reprime altri, e che un episodio come la morte di Abderrahim Fakir dovrebbe finalmente costringere a mettere in discussione, non a normalizzare come ennesimo incidente di percorso.

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