Genova 2001, 25 anni dopo: i No global avevano ragione su tutto

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Venticinque anni dopo Genova 2001, i No global avevano ragione su tutto: neoliberismo, disuguaglianza, guerre. Oggi cannoni verso l’Ucraina, genocidio a Gaza, riarmo europeo. Gli sconfitti di allora restano l’unica umanità che non ha mai smesso di guardare oltre se stessa.

Genova 2001-2026: avevano ragione, hanno ancora ragione

Avevano ragione su tutto. Venticinque anni dopo appare lampante come lo era già all’epoca per tutti quelli che guardavano il mondo senza il paraocchi luccicante, almeno in Italia, dell’ultra-liberismo pailettato in salsa d’Arcore. Oggi il paraocchi ha le forme dei cannoni semoventi italiani M109L che vengono trasportati su rotaia, direzione Ucraina, o l’impunità assoluta per i crimini di guerra israeliani a Gaza, o la bandiera azzurra dell’Ue che si mescola sempre più a quella della Nato, ma il meccanismo di rimozione è identico.

C’è una storia infinita di sconfitte che si porta dietro una parte del paese. E avevano tutti ragione, come dei Don Chisciotte lanciati contro il mulino a vento della storia.

Avevano ragione i pacifisti al tempo delle guerre americane in Iraq, sbeffeggiati dai soliti coi paraocchi e la bava alla bocca, che li canzonavano come pacifinti, quando preconizzavano il disastro, le bugie di Blair e Bush sulle armi di distruzione di massa di Saddam mai trovate.

Bugie poi ammesse candidamente dal Tony eroe del riformismo europeo, senza che nessuno gli presentasse il conto per le centinaia di migliaia di vittime.

Gli operai nel ’77, i No global, le guerre di oggi

Avevano ragione i ragazzi della pantera, antesignani dei No global. Avevano ragione, andando indietro, persino nel ’77. Una ragione offuscata dalla stagione della violenza e dei depistaggi stragisti della parte oscura del paese.

Già, proprio il ’77 operaio, cioè quella straordinaria presenza in campo della soggettività degli operai che, dalla fine degli anni sessanta, rappresentò la vera novità, nei modi, nei contenuti e nelle forme, per la trasformazione democratica della società.

Provate a ricordare la vertenza del gruppo Fiat, che allora coinvolgeva circa 200.000 tra lavoratori e lavoratrici, e che dopo 100 ore di sciopero si concluse nel mese di luglio con un grande successo. Oppure lo sciopero generale dei metalmeccanici promosso nel dicembre ’77, contro le politiche economiche del governo monocolore di Giulio Andreotti, il cosiddetto governo delle astensioni. Tutte cose impensabili oggi, che non devono essere oscurate nella trasmissione della memoria.

E tornando all’oggi, al tempo delle guerre che si moltiplicano senza che nessuno riesca più a fermarle — l’Ucraina dilaniata da un conflitto che si trascina senza prospettiva di soluzione, il Medio Oriente in fiamme dallo Stretto di Hormuz a Gaza, dove si consuma quello che sempre più osservatori e istituzioni internazionali definiscono senza mezzi termini un genocidio — c’è qualche ragione che nel futuro prossimo sarà ancora più lampante.

Quello che stiamo vivendo spiega perfettamente una delle asserzioni principali del materialismo storico (il buon vecchio Marx!), ovvero che il nemico non è la fatalità del destino, ma la storia — le condizioni create dagli uomini, dagli interessi economici e strategici che governano le decisioni di chi manda eserciti a combattere e popolazioni intere a morire sotto le bombe.

Tra qualche anno, col distacco necessario, sarà interessante e tragico contabilizzare e rapportare le vittime civili di questi conflitti con i profitti di chi, nei consigli di amministrazione dell’industria bellica, ha visto le proprie azioni salire proporzionalmente al numero dei morti.

L’eredità di Genova 2001, venticinque anni dopo

Il G8 di Genova nel 2001 è entrato di diritto nella storia delle grandi sconfitte umane di questo paese. Uno dei peggiori momenti della storia sociale italiana, un momento che Amnesty International ha definito come la più grande sospensione dei diritti umani e democratici dalla Seconda Guerra Mondiale in Europa.

Ma a Genova successe anche un’altra cosa, molto più grave e dimenticata da quasi tutti. Quei giorni, per le strade del capoluogo ligure, tra attivisti di ogni bandiera e colore, sindacalisti, cattolici, antagonisti, migranti, studenti, professori, giornalisti indipendenti, c’erano migliaia di persone che portavano all’attenzione del mondo questioni che, a rileggerle oggi, sono i motivi del terrore per il presente che stiamo vivendo.

Come se quell’incubo ipotizzato si fosse realizzato: neoliberismo sregolato, paradisi fiscali, impoverimento delle classi medie. E poi l’insostenibilità delle politiche economiche fondate sul debito, emergenza climatica, instabilità mediorientale, esplosione di xenofobia e razzismo, corsa al riarmo che oggi chiede sacrifici economici agli stessi cittadini che venticinque anni fa scendevano in piazza per denunciarla in anticipo.

In questi giorni ci soffermiamo sulla barbarica uccisione di Carlo Giuliani, l’assalto medievale alla scuola Diaz, le torture cilene a Bolzaneto, perché hanno lasciato una ferita insanabile in una intera generazione, e perché quel quarto di secolo trascorso non ha fatto altro che confermare, punto dopo punto, ogni previsione di allora.

Ma rimarchiamolo ancora una volta: gli sconfitti avevano ragione e sono stati abbandonati.

Elegia degli sconfitti

Tra quegli sconfitti, nella maggior parte dei casi (qualche eccezione c’è sempre ma non è il fulcro del discorso), nessuno ci ha mai guadagnato un solo centesimo con le proprie azioni, anzi. Ci hanno rimesso quasi sempre: in soldi, procedimenti giudiziari, amicizie per discussioni teoriche e di principio, quando non proprio in violenza fisica e psicologica subita. Eppure il modo di vedere il mondo, la vita, gli altri è rimasto sempre lo stesso. Hanno continuato a guardare in quella direzione.

E allora quando pensate ai buonisti, alle zecche, a quelli del volontariato, ormai additati come reietti, nemici della nazione, non pensate ai soliti volti noti della politica come numi tutelari del vostro rancore. Provate invece a concentrarvi su tutte quelle persone che avete incontrato nella vita, con cui avete condiviso involontariamente cose e fatto altre.

Persone che, parlo per quel che ho vissuto nel mio piccolo mondo, nonostante famiglie, lavoro o situazioni personali complesse, hanno sempre trovato il tempo per rivolgere un pensiero agli altri.

Amici che andavano volontariamente a cucinare per centinaia di rifugiati in un centro di accoglienza qui a Roma (poi criminalmente smantellato dalle istituzioni locali). Persone che dedicano il loro tempo ai bambini meno fortunati, chi ai malati. Chi a raccogliere cibo e oggetti da spedire ai terremotati, così come irriducibili che caricavano materassi da spedire a Cuba(!)

Allora quando continuate a leggere ovunque delle colpe dei buonisti, dei radical chic, è colpa daaa sinistra, da parte di una parte di paese che ragiona solo in termini punitivi e di rivalsa verso il prossimo, provate invece a pensare a questa umanità sconfitta. Ha tanti difetti, dalle magliette rosse ai Rolex(!), ma che non declina la vita unicamente in prima persona: io, me, mio.

 

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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