Trump e Xi si dividono il mondo dell’IA e si scambiano solo il numero di emergenza

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Trump accoglie Xi Jinping a Washington con onori da capo di Stato per il secondo vertice dell’anno. Sul tavolo dazi, Taiwan e soprattutto intelligenza artificiale, con un accordo per una linea diretta sugli incidenti IA. Nessun rallentamento nella corsa, solo un telefono per le emergenze.

Xi Jinping accolto a Washington con gli onori di un capo di Stato, mentre l’intelligenza artificiale diventa il vero terreno di scontro tra le due superpotenze

Xi Jinping è atterrato negli Stati Uniti per una visita di Stato di tre giorni, accolto personalmente da Donald Trump alla base aerea di Andrews, nel Maryland, con lo stesso protocollo cerimoniale riservato in agosto a Vladimir Putin in occasione del vertice in Alaska.

È la seconda volta nell’anno che i due leader si incontrano di persona, dopo il faccia a faccia del Busan Summit dell’ottobre 2025, e il vertice previsto per il 24 settembre a Washington si presenta con un’agenda densa: commercio e dazi, restrizioni tecnologiche, minerali critici, il dossier Taiwan, la guerra in Iran e, soprattutto, l’intelligenza artificiale, tema su cui le due delegazioni hanno già avviato consultazioni preparatorie a New York attraverso il segretario al Tesoro Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng.

Secondo fonti citate da Fox Business Network, Bessent presenterà a Trump un accordo bilaterale sull’intelligenza artificiale che prevede l’apertura di una linea di comunicazione diretta tra Washington e Pechino, sul modello dei canali militari di deconflitto, pensata per gestire incidenti legati a sistemi di IA, dagli attacchi informatici alle questioni di sicurezza nazionale fino a eventuali sistemi non autorizzati. Il quadro geopolitico in cui matura questo dialogo resta però profondamente asimmetrico nelle intenzioni: mentre l’amministrazione Trump considera la supremazia tecnologica in questo campo un pilastro non negoziabile della sicurezza nazionale americana, arrivando a un memorandum che spinge per accelerare l’adozione dei sistemi più avanzati senza vincoli normativi stringenti, il ministero della Sicurezza dello Stato cinese continua a trattare l’intelligenza artificiale prima di tutto come uno strumento potenzialmente sfruttabile da «forze ostili» per destabilizzare l’ordine interno.

Sullo sfondo, le voci critiche del settore tecnologico americano, da Dario Amodei di Anthropic a Sam Altman di OpenAI fino a Elon Musk, hanno chiesto pubblicamente un rallentamento nello sviluppo dei modelli più avanzati, avvertendo sui rischi di attacchi cibernetici autonomi e sulla possibile creazione indesiderata di armi. Un appello che la Casa Bianca ha finora respinto, sostenendo che ogni regolamentazione troppo severa finirebbe solo per favorire l’ascesa cinese nel settore.

Due leader, due agende interne, un solo teatro comune

Vale la pena osservare con un minimo di disincanto quanto entrambi i protagonisti abbiano bisogno, in questo momento, di un vertice che funzioni prima di tutto come vetrina domestica. Trump arriva all’incontro sotto pressione per i dazi che continuano a incidere sui consumatori americani e per una guerra in Iran che si trascina senza una via d’uscita chiara, e ha ogni interesse a presentare Xi come un interlocutore ricevuto con gli onori di un pari, capace di produrre risultati concreti spendibili davanti al proprio elettorato.

Xi, dal canto suo, porta a Washington la priorità che non cambia mai, Taiwan, ma può permettersi di farlo da una posizione negoziale rafforzata proprio dal fatto che sull’intelligenza artificiale, terreno su cui Pechino insegue ma non è più distante quanto un tempo, la Cina ha ormai margine sufficiente per proporsi come partner di un dialogo paritario piuttosto che come rincorritrice tecnologica.

La coincidenza tra forma e sostanza, in questo caso, sta proprio nel fatto che l’accoglienza fastosa non è pura scenografia diplomatica: riflette un riequilibrio di potere reale che entrambe le parti hanno ogni convenienza a certificare pubblicamente, ciascuna a proprio uso interno.

Il pericolo non è la Cina, è la corsa stessa

Il paradosso più interessante di questo vertice, però, riguarda meno il rapporto bilaterale in sé e più il modo in cui entrambe le superpotenze scelgono di ignorare gli avvertimenti che arrivano dal loro stesso settore tecnologico. Chi sviluppa concretamente questi sistemi, gente non esattamente sospettabile di simpatie decresciste o pacifiste, chiede da mesi un rallentamento e regole condivise, mentre Washington e Pechino trasformano l’intelligenza artificiale nell’ennesimo terreno di competizione geopolitica in cui rallentare equivale, nella narrazione di entrambe le capitali, a perdere.

Il risultato è un accordo che, per quanto presentato come passo di responsabilità condivisa, si limita nei fatti a costruire un telefono rosso per gestire gli incidenti dopo che sono già accaduti, non a prevenirli rallentando la corsa che li produce.

Trump può chiamarla come preferisce, intelligenza artificiale o super intelligenza secondo il lessico più altisonante che talvolta adotta, ma la sostanza non cambia: due potenze che si contendono la supremazia su una tecnologia dagli effetti ancora largamente imprevedibili hanno appena deciso, in sostanza, di continuare a correre fianco a fianco, limitandosi a scambiarsi il numero di telefono per il giorno in cui qualcosa andrà storto.

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