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All’Onu Rodríguez ringrazia Trump e cede il 20% delle riserve petrolifere venezuelane. In patria esplodono proteste anti-governative per i black-out, mentre cresce, più sommesso, il malcontento della base chavista storica verso un triumvirato che sopravvive solo grazie a Washington.
In Venezuela Delcy Rodríguez ringrazia Trump all’Onu, mentre il paese si spacca su due fronti opposti
Da quando il 5 gennaio 2026 Delcy Rodríguez ha giurato come presidente ad interim venezuelana, diventando la prima donna a esercitare i poteri presidenziali nella storia del paese, appena due giorni dopo che le forze speciali statunitensi avevano condotto su Caracas l’operazione Resolve, catturando il presidente Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores, trasferiti sulla portaerei Iwo Jima e poi a New York, dove Maduro è comparso davanti a un tribunale federale con accuse costruite ad arte di narcotraffico, è iniziata un’altra storia per il paese capofila della rivoluzione bolivariana.
Il governo ha condotto una ristrutturazione radicale dell’apparato militare: il 18 marzo ha destituito lo storico ministro della Difesa Vladimir Padrino López, sostituendolo con il generale Gustavo González López e ha portato al ritiro complessivo di centodieci alti ufficiali. Una vera epurazione dei vertici chavisti, chiaramente concordata (è un eufemismo) con Washington.
E così si arriva a ieri, quando Delcy Rodríguez è salita sul podio dell’Assemblea generale dell’Onu per ringraziare pubblicamente Trump per la sua «disponibilità a intraprendere la via delle relazioni diplomatiche e della cooperazione», promettendo elezioni «in condizioni di uguaglianza per tutti» senza fissare alcuna data, e difendendo l’accordo petrolifero firmato ad agosto che assegna a Washington il controllo di oltre il venti per cento delle riserve venezuelane.
Fuori dal Palazzo di Vetro, gruppi di manifestanti hanno esposto cartelli contro la legittimità del suo governo. In patria, tra il 22 e il 24 settembre, il paese ha vissuto una nuova ondata di proteste per i black-out elettrici che colpiscono almeno tredici stati: manifestazioni con blocchi stradali e copertoni bruciati si sono registrate ad Aragua, Portuguesa, Guárico, Anzoátegui, Zulia e Carabobo.
Molte proteste, da una parte, nonostante la svolta, sono riconducibili all’opposizione storica anti-Maduro, ma esiste anche una base chavista che si sente tradita dalla svolta filoamericana di Rodríguez.
Il malcontento chavista esiste, ma è sommerso e non scende in piazza
Il fronte del dissenso interno al chavismo va cercato altrove, e su fonti diverse da quelle delle proteste di piazza. Già a maggio 2026 il portale venezuelano El Pitazo documentava un malcontento diffuso tra le basi storiche del Partito Socialista Unito: un militante di base, citato in forma anonima, si chiedeva come fosse possibile accogliere a Miraflores «i rappresentanti di un governo che ci ha bombardato», definendo «inspiegabile» che lo stesso impero accusato del caos venisse ora a investire in elettricità e servizi.
L’analista politico José Vicente Carrasquero, interpellato dallo stesso articolo, ha osservato che il triumvirato composto dai fratelli Rodríguez e da Diosdado Cabello esiste «nella misura in cui risponde agli interessi di Donald Trump». Cabello stesso, storico numero due del chavismo e figura che controlla ancora l’apparato di sicurezza interna e le milizie armate, resta secondo Reuters «la grande incognita» di questa fase: capace in teoria di destabilizzare la transizione, ma consapevole, secondo una fonte vicina al governo citata dalla stessa agenzia, di «non avere capacità di sopravvivere senza il consenso degli americani».
Questo malcontento, per quanto reale e documentato, non si è finora tradotto in mobilitazione di piazza organizzata, restando confinato a critiche interne, dichiarazioni ambigue e un equilibrio di potere ancora tutto da decifrare all’interno delle caserme.
Due Venezuela che protestano per ragioni opposte, e nessuna delle due è ancora vittoriosa
Il quadro che emerge, in definitiva, è quello di un paese attraversato da due filoni di protesta strutturalmente incompatibili tra loro. Da una parte l’opposizione storica e i cittadini esasperati dai black-out, che scendono in strada per chiedere più mercato, più elezioni libere, la fine definitiva del modello chavista.
Dall’altra una base chavista che, pur numericamente ancora consistente dopo ventisette anni di egemonia politica e sociale nel paese, osserva con crescente disagio la propria classe dirigente stringere accordi petroliferi con chi l’ha bombardata, senza però trovare finora un canale di espressione pubblica paragonabile per visibilità alle proteste anti-governative.
È un dettaglio che rende la narrazione della «rinascita venezuelana», sbandierata da Rodríguez all’Onu, ancora più fragile di quanto suggerisca la sola cronaca dei black-out: il governo di Caracas non deve gestire soltanto il malcontento di chi non ha mai creduto al chavismo, ma anche quello, più silenzioso e potenzialmente più pericoloso per la propria tenuta interna, di chi ci ha creduto per un quarto di secolo e oggi si vede scavalcato da un accordo firmato sopra la propria testa.

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