La pace è morta perchè si è persa memoria della paura

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L’Europa ha rimosso la paura che generò la pace: dal telegramma di Lee Miller da Dachau al terrore nucleare di “The Day After”. Oggi la classe dirigente europea parla di vittoria senza calcolarne il prezzo atomico, chiudendo ogni spazio alla trattativa.

La pace è morta perché abbiamo smesso di avere paura di morire

L’8 maggio 1945 Lee Miller invia da Monaco un telegramma alla direttrice di British Vogue, Audrey Withers: “Vi supplico di credere che è la verità”. Otto giorni prima era entrata a Dachau, appena liberato, e aveva fotografato ciò che l’esercito americano trovava tra i binari e i forni. Quella frase, scritta da una fotografa di moda diventata testimone dell’orrore, non era retorica: era la certificazione che l’Europa aveva toccato un fondo talmente oscuro da richiedere una prova scritta, altrimenti nessuno ci avrebbe creduto. Da quel fondo, non da un trattato o da un vertice diplomatico, nasce l’ossessione europea per la pace che ha attraversato tre generazioni. Oggi quella prova sembra non bastare più a nessuno, e la cosa dovrebbe preoccupare molto più delle bombe.

Il nemico era sempre altrove, e questo ci bastava

Per settant’anni l’Europa occidentale non ha vissuto senza guerre, le ha semplicemente delegate. Le combattevano gli americani, si consumavano su suoli lontani, colpivano corpi che la propaganda bellica poteva permettersi di rendere astratti perché non assomigliavano ai nostri.

Il 17 gennaio 1991 la CNN trasmise in diretta i primi bombardamenti su Baghdad, e per la prima volta un’intera generazione occidentale visse una guerra come diretta televisiva: traccianti verdi nel cielo notturno, esplosioni silenziose viste dall’alto attraverso le ottiche dei missili, un linguaggio da telegiornale tecnico, “danni collaterali”, “bersagli neutralizzati”, che teneva a distanza chirurgica i corpi reali sepolti sotto quelle luci. Fu chiamata, non a caso, la prima “guerra videogioco” della storia, perché lo spettatore seduto sul divano vedeva l’esplosione ma non il morto, e questo bastava a rendere l’evento sopportabile, quasi ipnotico. La distanza, geografica e mediatica insieme, funzionava da anestetico morale, e chi guardava poteva permettersi persino un giudizio estetico sulla qualità delle immagini notturne trasmesse dai bombardieri.

C’era però un prodotto televisivo che quell’anestetico non lo somministrava affatto: The Day After, il film che la rete americana ABC mandò in onda il 20 novembre 1983 davanti a cento milioni di spettatori, raccontando la distruzione nucleare di Lawrence, una cittadina qualunque del Kansas, dopo uno scambio missilistico tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Lì non c’erano iracheni o vietnamiti da tenere a distanza di sicurezza emotiva: c’erano famiglie americane identiche a quelle sedute in salotto a guardarlo, e con loro l’estinzione della specie, quindi anche la nostra.

Lo choc fu tale che lo stesso Ronald Reagan, che aveva visionato in anteprima il film a Camp David un mese prima della messa in onda, scrisse sul proprio diario di esserne uscito “molto depresso”, un’annotazione che diversi biografi hanno collegato direttamente alla svolta negoziale che portò al vertice di Reykjavik del 1986. Chi ha visto quel film da ragazzo ha portato con sé per decenni un terrore preciso, non ideologico: la paura che la fine potesse arrivare per un errore di calcolo, per un tecnico distratto in un bunker sovietico o americano. Quella paura, non il diritto internazionale né la buona volontà dei governi, ha tenuto in piedi la pace fredda tra i due blocchi meglio di qualunque trattato firmato a Helsinki.

Chi ha smesso di avere paura, e perché dovrebbe farci più paura di prima

Chi ha smarrito quella memoria non è soltanto Vladimir Putin, che della minaccia nucleare ha fatto strumento negoziale, né Donald Trump, che alterna sanzioni e strette di mano come se la geopolitica fosse un reality show con inserzioni pubblicitarie, né i nazionalisti ucraini o gli ayatollah di Teheran. Il vero smarrimento riguarda la classe dirigente europea, quella che nei consigli europei ripete la parola “vittoria” con la sicurezza di chi non ha mai dovuto calcolarne il prezzo in testate nucleari. È una dirigenza che si divide tra affaristi che vedono nel riarmo un indotto industriale niente male e smarriti che scambiano la fermezza retorica per strategia, ma che converge su un solo punto: l’idea che negoziare sia sinonimo di cedere.

Va detto con chiarezza, perché altrimenti il ragionamento suona come pacifismo da salotto: trattare con chiunque, quando la posta in gioco è quella descritta sopra, non è un cedimento morale, è l’unica postura razionale disponibile. Il rifiuto sistematico della trattativa, in un conflitto come quello ucraino che l’Europa continua a raccontare come scontro tra bene e male assoluti anziché come guerra con responsabilità stratificate su più fronti, lascia sul tavolo solo due esiti, ed entrambi pessimi: l’escalation verso il conflitto totale, con tutto ciò che il termine “totale” comporta quando in gioco c’è un arsenale atomico, oppure la cristallizzazione di un tritacarne locale che macina soldati e civili ucraini un trimestre dopo l’altro, sotto lo sguardo compiaciuto di chi in Occidente misura il proprio antirussismo in comunicati stampa.

Manca, in tutto questo, esattamente ciò che mancava a Lee Miller davanti ai forni di Dachau: la capacità di credere che sia vero, che possa succedere davvero, che la civiltà non sia un dato acquisito ma un equilibrio precario tenuto in piedi dalla paura di perderlo. Una classe dirigente che ha rimosso il fungo di Hiroshima dal proprio orizzonte mentale non è coraggiosa. È semplicemente una classe dirigente che non ha mai letto fino in fondo quel telegramma.

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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