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Il Campo Largo è la coalizione perfetta: esiste nei titoli dei giornali, nei talk show e nei sogni degli editorialisti, ma appena prova a entrare nella realtà inciampa su Ucraina, lavoro, Europa, Renzi e tutto il resto. Intanto Meloni ringrazia e governa.
Il Campo Largo è largo solo in televisione
C’è un luogo in Italia dove il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, Sinistra e Verdi, e perfino quel residuo renziano che ancora si aggira per i salotti di Bruno Vespa convinto di essere rilevante, coesistono in armonia. Si chiama Campo Largo. Non è un partito, non è una coalizione, non è un programma. È un’ambientazione. Il set di un film che nessuno ha mai girato, ma di cui tutti i giornali recensiscono trama e pure colonna sonora.
Il Campo Largo esiste. Seriamente. Lo potete trovare ogni mattina sui quotidiani, ogni sera nei talk show, ogni volta che un editorialista si chiede con aria preoccupata: “Ma se si alleassero tutti, la Meloni perderebbe?” La risposta, ovviamente, è sì. Peccato che la domanda sia sbagliata. Non è “se si alleassero”. È “se potessero allearsi”. E qui il Campo Largo si dissolve in una nuvola di buoni propositi e di fumo da salotto.
La geopolitica del divano
Provate a immaginare questo governo. Sedete comodi, è solo un esercizio di fantapolitica. Il ministro della Difesa è del PD: sostiene il riarmo, la NATO, l’Ucraina, e ogni tanto ricorda che la pace è bella ma le armi sono più affidabili. A fianco, il viceministro è del M5S: contro il riarmo, contro la guerra, convinto che Zelensky ha rotto le gonadi e la NATO pure. Il sottosegretario alle Infrastrutture è Renzi, che propone di risolvere la crisi ucraina con un ponte sullo Stretto di Kerč, con il plauso di Salvini. Sinistra e Verdi sono fuori dalla stanza, ma hanno appena emesso un comunicato in cui condannano tutti, compresi se stessi.
Funziona? No. Ma soprattutto: resiste al primo Consiglio dei Ministri? Nemmeno l’ombra. Eppure, nei salotti televisivi, il Campo Largo è ancora lì, intatto, lucido, profumato di speranza e di crema idratante. È il Santuario di Lourdes della politica italiana: ci vai per credere, non per guarire.
Il segreto del Campo Largo: non devi costruirlo, devi solo nominarlo
La grandezza di questa invenzione è che non richiede lavoro. Non serve un programma, non serve un leader, non serve nemmeno un incontro. Basta che un giornalista scriva “Campo Largo” per tre giorni di fila, e magicamente esiste. È come il Babbo Natale: se tutti fanno finta di crederci, la finzione regge fino a Natale. Poi i regali non arrivano, ma intanto hai passato un dicembre sereno.
Il problema è che in politica, a un certo punto, qualcuno deve governare. E governare richiede decisioni. Decisioni che il PD e il M5S non possono prendere insieme, perché su ogni questione fondamentale, dall’Ucraina al lavoro, dall’Europa alla giustizia, sono su due pianeti diversi e lontani. Il PD parla alla borghesia urbana che legge Il Foglio e teme il populismo. Il M5S parla a un elettorato che quel giornale lo usa per accendere il camino, visto i costi dell’energia. Schlein ha provato a mettere insieme i due mondi, e il risultato è stato un’intervista a Il Foglio che ha deliziato i primi e umiliato i secondi. Equidistanza, si chiama. O, più semplicemente, equidistanza dal proprio elettorato.
Il ruolo di Renzi. Perché stiamo ancora parlando di Renzi?
E poi c’è lui, il fantasma del Campo Largo. Quello che ogni tanto spunta fuori, tipo fungo dopo la pioggia, a ricordarci che l’unico modo per rendere un’impossibilità ancora più impossibile è aggiungere Renzi. Mettere Renzi in una coalizione con il M5S è come invitare l’ex fidanzato che ti ha tradito al tuo matrimonio: tecnicamente si può, ma non finirà benissimo. Eppure, nei dibattiti televisivi, c’è sempre qualche ospite che tira fuori il nome con la stessa naturalezza con cui si dice “e se ci mettessimo anche un po’ di panna?”. No. Non ci mettiamo la panna. La panna è scaduta nel 2016.
Vannacci e il vero Campo Largo
Mentre la sinistra si dispera su come costruire un’alternativa, la destra ha trovato il suo Campo Largo senza nemmeno cercarlo. Si chiama Vannacci, e non serve che sia coerente, che abbia un programma, che sappia contare. Basta che dica cose che fanno indignare i talk show, e l’elettorato di destra deluso dalla Meloni si riorganizza da solo. La sinistra, invece, quando cerca di catturare il dissenso, spunta il “presunto nuovo”: quel volto o quel movimento che, come per magia, compare ogni due anni a promettere che stavolta sì, stavolta cambia tutto. E ogni volta, dopo le elezioni, scompare nella stessa scatola da cui è uscito, insieme ai calzini spaiati e alle speranze.
Il vero Campo Largo, quello che conta, è il partito del non voto. Quello sì che è largo. Enorme. In continua espansione. E ha un vantaggio decisivo su tutti gli altri: non promette nulla, quindi non delude nessuno.
Quindi esiste o non esiste?
Il Campo Largo esiste, insomma. È un prodotto editoriale, non politico. Si consuma a colazione, con il caffè, e si dimentica prima di pranzo. È comodo, non sporca, non richiede sforzo. L’unico problema è che non vota, non governa, e non cambia nulla. Ma almeno, nei salotti televisivi, fa bella figura. E in un paese dove l’apparenza ha da tempo sostituito la sostanza, forse è questo il suo vero scopo: non vincere le elezioni, ma vincere le discussioni da bar.
E intanto la Meloni governa. Non perché sia irresistibile, anzi è il contrario, ma perché l’unica cosa più forte della sua destra è l’impossibilità dell’altra parte a presentarsi come alternativa. Il Campo Largo, in fondo, è il regalo più bello che la sinistra italiana abbia fatto alla destra: un’opposizione che non si oppone, una coalizione che non si coalizza, un sogno che, per fortuna di tutti, resta tale.

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