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Coloni assediano case palestinesi a Qusra, persino l’ambasciatore Usa parla di terrorismo. La Germania intanto consegna a Israele il sottomarino più costoso mai acquistato. Lo stesso rovesciamento semantico che giustifica Gaza si insinua nel linguaggio politico europeo.
Gaza, Cisgiordania e Libano: l’Europa che applaude mentre distribuisce sottomarini
Mentre a Qusra, villaggio a sud di Nablus, coloni israeliani assediavano da giorni le abitazioni di due famiglie palestinesi tagliando loro l’accesso ad acqua, cibo ed elettricità, persino l’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, pastore evangelico e sostenitore dichiarato degli insediamenti in Cisgiordania, ha dovuto ammettere pubblicamente su X che si trattava di un «orribile atto di terrorismo». Non un osservatore terzo, non un’organizzazione umanitaria sospettata di parzialità: uno dei diplomatici più esplicitamente filo-israeliani mai inviati a Tel Aviv, costretto dalla brutalità dei fatti a chiamare le cose con il loro nome.
I dati diffusi dalle fonti di sicurezza israeliane parlano di 660 episodi di violenza “nazionalistica” dei coloni nei primi sei mesi del 2026, contro i 405 dello stesso periodo dell’anno precedente: una progressione che nessun comunicato diplomatico riesce più a mascherare come fenomeno marginale, per quanto il ministro della Difesa Israel Katz continui a definirla tale.
Proprio mentre l’esercito israeliano dichiarava zona militare chiusa l’area di Qusra per smantellare gli avamposti abusivi, la Germania consegnava all’inizio di agosto il sottomarino Drakon alla marina israeliana, chiudendo un programma di acquisizione della classe Dolphin partito negli anni Novanta. Cinquecentocinquanta milioni di euro il valore stimato dell’unità, la più imponente mai realizzata in un cantiere tedesco dai tempi del secondo conflitto mondiale.
Un dettaglio che meriterebbe più attenzione di quanta gliene sia stata dedicata nei notiziari europei, perché racconta con precisione quale sia il reale rapporto tra le dichiarazioni di preoccupazione occidentali e i comportamenti concreti degli stessi governi che le pronunciano. Non è complicità per omissione: è complicità industriale, certificata da un contratto e da un bonifico.
Il rovesciamento semantico come dispositivo permanente
Ciò che rende questa vicenda ancora più inquietante non è soltanto la brutalità degli atti compiuti, ma la struttura retorica che li accompagna e li giustifica. Israele si presenta sistematicamente nei panni della vittima, trasformando ogni sua azione offensiva in una reazione necessaria a un torto subito, e bollando ogni forma di resistenza palestinese o libanese come terrorismo puro, privo di causa o contesto. È un meccanismo di inversione logica: il discorso pubblico europeo accetta come normale un lessico in cui l’occupante diventa occupato e chi si difende diventa aggressore.
Il problema, però, non si esaurisce nel conflitto mediorientale. La stessa architettura retorica sta penetrando, in forme ancora prive di sangue ma non meno insidiose, nel linguaggio politico europeo. Basta ascoltare Nigel Farage, che da mesi costruisce la propria rimonta nei sondaggi britannici sulla stessa grammatica del rovesciamento: chi arriva attraversando la Manica diventa un’orda da respingere, mentre chi propone accoglienza o percorsi legali viene dipinto come complice di un presunto collasso sociale mai realmente quantificato nei numeri ufficiali.
È lo stesso meccanismo all’opera a Gaza, applicato su scala più contenuta: chi arriva in cerca di rifugio diventa l’aggressore, chi chiude le frontiere e sospende diritti diventa il difensore legittimo di una civiltà sotto assedio.
Ma Farage resta la punta emersa di un fenomeno assai più diffuso e meno visibile, che attraversa da anni le politiche di governi apparentemente democratici e forze che si autodefiniscono moderate: l’austerità spacciata come motore di crescita, la precarietà lavorativa presentata come leva occupazionale, l’immigrazione trattata come colpa individuale invece che come conseguenza diretta delle politiche di sfruttamento, saccheggio e sostegno bellico praticate dagli stessi Paesi che poi ne criminalizzano gli effetti.
Il piano inclinato che porta dritto alla giustificazione permanente
Siamo di fronte a un piano inclinato lungo il quale la logica del rovesciamento assume forme progressivamente più simili a quella israeliana. Il riarmo europeo viene presentato come strumento di pace, mentre il rifiuto sistematico di qualunque canale diplomatico con la Russia viene spacciato come via verso la stabilità. Non siamo ancora, va detto con onestà intellettuale, al livello di disumanizzazione praticato a Gaza o in Cisgiordania. Ma la struttura argomentativa che sostiene queste affermazioni è identica nella sua meccanica interna, e proprio per questo merita di essere smascherata prima che diventi normalità acquisita, come già accaduto altrove.
Tutto questo si inserisce in una trasformazione più ampia, quella di un capitalismo ridotto a pura logica di dominio, che nelle politiche israeliane ha trovato non un’eccezione da condannare a parole ma una piattaforma ideologica da cui attingere metodi, linguaggio e giustificazioni per la propria versione occidentale, più elegante nei modi ma non diversa nella sostanza: sfruttamento, sopraffazione, colonizzazione presentata come civiltà.

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