Sapere tutto per non capire più nulla

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L’eccesso di informazione non ci rende più sapienti: può renderci incapaci di scegliere. Da Petrarca a Montaigne, fino a Google e IA, il problema è sempre lo stesso: cosa conservare, cosa dimenticare e chi decide cosa torna davanti ai nostri occhi?

Il peso di sapere tutto. Perché abbiamo bisogno di un «saper leggero»

Ogni volta che abbiamo trovato un modo per conservare più sapere, abbiamo dovuto trovare anche il modo di dimenticarne una parte. È questa la contraddizione che attraversa “Un saper leggero. Breve storia dell’eccesso di informazione“, di Xavier Nueno, una storia dell’eccesso di sapere che comincia molto prima di Internet e arriva fino all’intelligenza artificiale.

Dalla biblioteca alla macchina

Il primo capitolo, «Come ridurre una biblioteca», affronta proprio questa contraddizione. La biblioteca rappresenta il sogno di conservare il sapere, ma contiene già il suo limite: nessun essere umano può leggere tutto ciò che è stato conservato.
Persino Petrarca, nella sua ricerca dei testi dell’antichità, deve scegliere. Recuperare il passato significa anche stabilire quale passato meriti di essere recuperato.

Un parallelo interessante viene dal lavoro della storica Ann M. Blair. Già nell’Europa moderna, la crescita dei libri costrinse gli studiosi a elaborare nuove strategie per orientarsi in una quantità di testi che nessuno poteva più dominare attraverso la sola lettura e la memoria.

Nel capitolo dedicato alle «membra disperse», Nueno introduce un altro elemento decisivo: il sapere ci arriva sotto forma di frammenti. Ciò che conosciamo del passato è ciò che è sopravvissuto, e ciò che sopravvive non è mai del tutto casuale.

Con Walter Benjamin, il discorso assume una dimensione ulteriore. La memoria non è innocente: conservare significa scegliere, e scegliere significa esercitare una forma di potere. La storia che ereditiamo è anche la storia di ciò che qualcuno ha avuto la possibilità di conservare.

La domanda, nell’epoca digitale, diventa allora inevitabile: chi decide che cosa merita di essere conservato, indicizzato e mostrato?

Le forbici e l’antenato di Google

Uno dei passaggi più originali del libro è quello dedicato ai «lettori con le forbici». Per secoli gli studiosi hanno ritagliato pagine, estratto frasi, copiato passaggi, trasferito informazioni da un libro all’altro. Da queste pratiche nasce progressivamente lo schedario: il sapere viene separato dal libro che lo contiene e diventa più facilmente recuperabile. È difficile non pensare al nostro presente.

Prima il libro, poi l’estratto, lo schedario, il catalogo, il database, il motore di ricerca. E ora l’intelligenza artificiale. Ma proprio qui si apre un problema. Una frase estratta dal suo contesto può essere vera e, nello stesso tempo, diventare ingannevole. Un dato può essere corretto e tuttavia essere utilizzato per sostenere una conclusione falsa. Una citazione può sopravvivere alla cancellazione dell’argomentazione che le dava senso.

Con l’intelligenza artificiale questo processo cambia natura: non si limita a trovare frammenti, ma può raccoglierli, ricomporli e restituirli sotto forma di un discorso coerente, senza che l’utente debba necessariamente vedere il percorso attraverso cui sono stati selezionati. Il rischio non è soltanto l’errore della macchina. È l’invisibilità della selezione.

L’Illuminismo e l’ambizione di sapere tutto

Nel capitolo dedicato all’Illuminismo, con Voltaire sullo sfondo, Nueno porta il problema dell’eccesso a un passaggio decisivo. Se nei secoli precedenti le conoscenze erano rimaste necessariamente frammentarie, disperse e difficili da raggiungere, l’Illuminismo coltiva l’ambizione di raccoglierle, ordinarle e renderle accessibili. L’Encyclopédie rappresenta forse la forma più compiuta di questa aspirazione: costruire una mappa delle conoscenze umane, metterle in relazione, sottrarle alla dispersione e farne uno strumento di emancipazione.

Voltaire incarna bene questa nuova fiducia nella possibilità di orientarsi dentro l’enorme patrimonio delle conoscenze. Ma l’Encyclopédie mostra anche il rovescio di questa ambizione: per rendere il sapere accessibile bisogna costruire un ordine, stabilire relazioni, scegliere percorsi. La riduzione non è più soltanto una necessità: diventa un metodo.

È qui che Nueno introduce una distinzione importante: quella tra semplificazione e sintesi. La semplificazione elimina la complessità; la sintesi cerca invece di eliminare il superfluo conservando la struttura essenziale di un problema.

Ma anche la sintesi implica una rinuncia. Ogni forma di sapere organizzato porta con sé un criterio di scelta. L’Illuminismo non elimina dunque il problema dell’eccesso: lo rende più evidente. L’ambizione di abbracciare l’intero patrimonio umano obbliga a costruire un ordine, e ogni ordine stabilisce che cosa mettere in primo piano, che cosa lasciare ai margini, che cosa condensare e che cosa escludere.

La stanchezza di sapere

Nel capitolo «Retorica per terroristi», Nueno affronta la fatica prodotta dall’eccesso di informazione. Il riferimento a Roland Barthes è significativo. Il sapere non è soltanto una ricchezza: può diventare un peso, un obbligo, una prestazione continua.
È una condizione che conosciamo bene. Leggiamo un articolo e ne troviamo altri dieci. Una notizia genera una smentita, la smentita una controsmentita, la controsmentita un fact-checking. Non siamo semplicemente più informati: siamo informativamente stanchi.

Ma per Nueno la questione non riguarda soltanto la quantità di informazioni che riceviamo. Riguarda il rapporto fra accumulo e capacità di orientarsi. Quando tutto è disponibile, distinguere ciò che conta diventa più difficile; quando tutto chiede attenzione, l’attenzione stessa perde valore. L’eccesso può così produrre il suo contrario: non una maggiore conoscenza, ma una rinuncia a comprendere. È forse qui che comincia a farsi necessario il gesto opposto all’accumulo: lasciare andare.

Gersenzon: quando il sapere diventa una prigione

All’inizio del Novecento, Michail Geršenzon affrontava, in un contesto molto diverso, il rapporto fra sapere e ispirazione. La sua riflessione nasce anche dalla percezione di una cultura diventata troppo vasta perché l’individuo possa semplicemente farla propria. Ma il problema non è soltanto quantitativo. In ciò che ereditiamo si depositano valori, idee, forme della cultura che una civiltà trasmette nel tempo e che ciascuno riceve prima ancora di poterle mettere in discussione.

È così che il sapere può trasformarsi in una prigione di pietra, le cui mura finiscono per soffocare l’ispirazione e impedire che qualcosa di nuovo possa nascere.

In questo contesto va letta la domanda che Geršenzon rivolge al poeta Ivanov in Corrispondenze da un lato all’altro: «E come, in quest’epoca illuminata, potrebbe il poeta conservare la forza e la freschezza dell’ispirazione innata?»

L’«epoca illuminata» è quella che ha fatto della conoscenza e della sua diffusione un ideale di emancipazione. Ma proprio questa espansione rischia di occupare lo spazio nel quale può nascere qualcosa che non sia già stato detto, classificato, ereditato.

La domanda di Geršenzon non è dunque un rifiuto della cultura. È una domanda sul suo peso: come conservare la possibilità dell’ispirazione quando la mente è già abitata dalle forme, dalle idee e dai valori ricevuti?

L’accumulo, perché appesantisce, e la sintesi, perché seleziona, possono entrambi tracciare un percorso che precede l’ispirazione e finisce per soffocarla.

Montaigne e il diritto di dimenticare

È però l’ultimo capitolo, «La biblioteca dell’amatore: un’arte dell’oblio», a spostare il problema su un terreno più inquietante.
La biblioteca di Montaigne non è un monumento al sapere accumulato. È un luogo dal quale partire per pensare. I libri non servono a dimostrare quanto si sa, ma a costruire una relazione personale con ciò che si legge.

Se il sapere ha bisogno di essere alleggerito, chi decide che cosa può essere lasciato cadere?

L’oblio non è il contrario della memoria. Ne è una condizione. Per ricordare qualcosa dobbiamo inevitabilmente dimenticare qualcos’altro; per costruire un pensiero dobbiamo lasciare fuori una quantità incalcolabile di ciò che potremmo sapere.
Ma questa selezione non è mai completamente innocente. Decidere che cosa conservare significa anche decidere che cosa non trasmettere. E dunque l’oblio, proprio come la memoria, ha una dimensione politica.
La biblioteca di Montaigne appartiene ancora a un mondo nel quale il limite è umano: pochi libri, una memoria imperfetta, una vita troppo breve per poter leggere tutto.

Che cosa resta

Il nostro problema è diverso. Abbiamo costruito macchine capaci di conservare e recuperare una quantità di informazioni che nessun essere umano potrebbe possedere. L’«arte dell’oblio» acquista così un significato inatteso: non riguarda più soltanto ciò che decidiamo di togliere dalla nostra memoria, ma anche ciò che siamo disposti a lasciare fuori da sistemi che, almeno in linea di principio, possono conservare quasi tutto.

L’arte dell’oblio entra così nel presente. Non perché dobbiamo sapere meno, ma perché, davanti alla possibilità tecnica di conservare e recuperare quasi ogni cosa, dobbiamo ancora capire che cosa significa per un essere umano scegliere di non sapere, di non ricordare, di non trattenere.

Il «saper leggero» non è un sapere impoverito, ma una forma di conoscenza che accetta il proprio limite: non aspira a contenere il mondo, ma a trovare, dentro la sua eccedenza, ciò che permette ancora di pensarlo.

È il filo che attraversa la storia raccontata da Nueno: dalla ricerca di Petrarca alla biblioteca di Montaigne, dall’ambizione illuministica di ordinare le conoscenze alla fatica del sapere in Barthes, il problema non è soltanto quanto possiamo conservare, ma che cosa accade a ciò che non conserviamo.

Oggi, però, la questione cambia ancora. Un motore di ricerca ci restituisce una lista di documenti; l’intelligenza artificiale può restituirci direttamente una risposta. Seleziona, ordina e ricompone i frammenti prima ancora che noi abbiamo incontrato le loro parti.

La sua forza è anche il suo rischio: una risposta coerente può nascondere ciò che è stato escluso, ciò che è incerto, ciò che semplicemente non è entrato nella risposta. La coerenza, però, non è la verità.
Se il nostro limite ci aveva costretti per secoli a dimenticare, che cosa succede quando quel limite comincia a essere delegato alle macchine?

Forse il problema non è più soltanto ciò che viene dimenticato, ma il modo in cui qualcosa può diventarlo pur continuando a esistere. Qualcosa può restare conservato in un archivio, in una pagina web, in un server, e tuttavia uscire dalla memoria collettiva. Non perché sia scomparso, ma perché è diventato invisibile dentro la quantità sterminata di ciò che continua a essere prodotto.

Questa potrebbe essere una delle forme più singolari dell’oblio contemporaneo: non la cancellazione, ma la perdita di attenzione. Un’informazione può sopravvivere e, nello stesso tempo, smettere di essere cercata, citata, letta. Può esistere senza più appartenere a nessuno. E allora la promessa digitale di non perdere nulla produce, paradossalmente, una nuova forma di dimenticanza: se tutto resta, nulla è necessariamente ricordato.

La questione dell’oblio incontra così quella del potere. In un mondo nel quale tutto può essere conservato, il potere non consiste soltanto nel decidere che cosa cancellare, ma anche nel decidere che cosa rendere visibile. Ciò che viene mostrato, riproposto, indicizzato, suggerito torna continuamente sotto i nostri occhi; ciò che non viene mostrato può rimanere intatto e, tuttavia, diventare irraggiungibile.

L’intelligenza artificiale porta questa possibilità a un livello ulteriore. Non si limita a conservare o trovare informazioni: ricompone frammenti in una risposta. E ogni risposta, per quanto ampia, è anche una forma di esclusione.

Forse l’oblio del nostro tempo consiste nel non riuscire più a vedere ciò che è rimasto.  La memoria, allora, incontra il potere non nella possibilità di cancellare, ma in quella di stabilire ciò che torna davanti ai nostri occhi.

xavier nueno

 

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Emilia Santoro
Emilia Santoro
Emilia Santoro insegna e scrive. Ha pubblicato suoi racconti sulle riviste letterarie Linea d’Ombra e Dove sta Zazà, entrambe dirette da Goffredo Fofi. Nel 2006 pubblica il romanzo La sparizione (Manni Editore). Nel 2008, in piena crisi dei rifiuti in Campania, scrive il dossier Chiaiano. Emergenza ambientale e democratica. Nel 2013 pubblica il suo secondo romanzo Asino senza lingua(Homo scrivens Editore). Dal 2019 collabora alla rivista Achab, diretta da Nando Vitali. Nel 2021 viene pubblicato il suo libro di poesie Lascia la rosa sul bordo del giardino (Iod Edizioni). Dal 2023 fa parte della redazione di Achab, rivista letteraria.

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