Milei minaccia Londra sul petrolio delle Falkland, ma punta ai suoi sondaggi in crollo

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Milei dà due settimane al Regno Unito per bloccare il giacimento Sea Lion o minaccia il Tribunale del mare di Amburgo, privo però di poteri coercitivi. Riesumata proprio mentre i suoi sondaggi crollano, la mossa sulle Falkland appare più utile ai consensi interni che alla causa argentina.

Milei minaccia Londra sul petrolio delle Falkland, ma il vero bersaglio sono i sondaggi argentini

Javier Milei ha dato lunedì scorso un ultimatum di due settimane al Regno Unito: fermare entro quella data ogni attività sul giacimento Sea Lion, al largo delle Falkland/Malvinas, oppure l’Argentina porterà la disputa davanti al Tribunale internazionale del diritto del mare, la corte Onu con sede ad Amburgo. «Ho istruito il ministero degli Esteri e i nostri team legali ad avviare un procedimento arbitrale contro il Regno Unito per il saccheggio illegale delle nostre risorse», ha scritto su X, definendo l’operazione un «saccheggio illegale» delle risorse argentine.

Il giacimento, scoperto nel 2010 dalla britannica Rockhopper Exploration e ora sviluppato insieme all’israeliana Navitas Petroleum, che ne detiene il 65% attraverso una controllata registrata nel Regno Unito, si trova a circa 220 chilometri a nord dell’arcipelago e si stima contenga fino a 1,7 miliardi di barili di petrolio. La decisione finale di investimento sul progetto risale al 10 dicembre 2025, e le due aziende hanno respinto le minacce argentine sostenendo di operare con licenze di esplorazione pienamente valide, rilasciate dal governo britannico.

Non è un fulmine a ciel sereno. In appena venti giorni, tra inizio e metà settembre, l’Argentina ha depositato una denuncia penale contro le compagnie petrolifere attive nell’area, aperto procedimenti sanzionatori contro decine di società, annunciato una legge per colpire i loro fornitori e ordinato il finanziamento di una nuova base navale a settecento chilometri dalle isole. Il ministro degli Esteri argentino Pablo Quirno ha definito la mossa «un passo storico e senza precedenti» nella campagna quasi bicentenaria di Buenos Aires per la sovranità sull’arcipelago. Il tribunale di Amburgo, istituito nel 1982 dalla Convenzione Onu sul diritto del mare, può emettere ordini d’emergenza giuridicamente vincolanti, ma non dispone di alcuno strumento coercitivo per farli rispettare: lo ha ricordato senza troppi giri di parole il ministro della Difesa britannico Wes Streeting, sottolineando che l’Argentina non ha comunque la capacità militare di riprendersi le isole con la forza, come tentò senza successo nel 1982.

Il petrolio come propaganda di riserva quando i sondaggi crollano

Vale la pena ricordare che Milei era stato storicamente piuttosto tiepido sulla causa delle Falkland, prima di riesumarla con improvvisa energia a inizio settembre. La coincidenza temporale con il crollo del suo indice di gradimento, tornato ai minimi storici secondo i principali quotidiani argentini, non richiede particolare fantasia interpretativa. Trasformare una disputa territoriale ultracentenaria in un dossier di sicurezza nazionale da gestire con denunce penali, sanzioni e una nuova base navale costituisce, prima ancora che una strategia geopolitica coerente, un classico manuale di distrazione di massa applicato con tempismo quasi didattico.

Che il presidente più liberista del continente latinoamericano scopra improvvisamente le virtù del nazionalismo territoriale proprio quando il proprio programma economico comincia a scontentare l’elettorato che lo aveva premiato, meriterebbe più attenzione di quanta gliene stia dedicando la stampa internazionale, distratta dal fascino dell’ennesimo scontro anglo-argentino.

Chi bada ai soldi mentre Milei bada ai titoli dei giornali

Il dettaglio più rivelatore, però, arriva da fuori Argentina. Mentre Milei lanciava ultimatum e sanzioni contro una compagnia britannica colpevole di un volo non autorizzato sulle isole, il Cile ospitava a Punta Arenas una delegazione di imprenditori proprio delle Falkland/Malvinas, annunciando un nuovo collegamento navale mensile con l’arcipelago. Il ministro della Difesa cileno Fernando Barros, esponente di un governo di estrema destra ideologicamente vicino a quello di Milei, ha riconosciuto pubblicamente il diritto all’autodeterminazione degli abitanti delle isole, posizione che Buenos Aires respinge categoricamente, descrivendo quella popolazione come «trapiantata in un territorio usurpato».

La solidarietà ideologica tra le destre latinoamericane, insomma, si ferma esattamente dove iniziano gli affari concreti: il Cile preferisce un collegamento marittimo mensile e relazioni commerciali stabili a una battaglia di principio che non gli porta un solo peso in tasca. Anche Trump, che per settimane aveva lasciato intendere di voler rivedere la storica neutralità americana sulla disputa in chiave anti-britannica, ha smesso di intervenire a favore di Milei dopo che il premier britannico Andy Burnham ha chiarito che Londra non tollererà minacce sulle isole.

Restano un ultimatum destinato a scadere senza conseguenze pratiche, un tribunale privo di poteri coercitivi, e un presidente argentino che, nell’attesa che il petrolio inizi davvero a scorrere nel 2028, spera intanto che la propria retorica sovranista scorra almeno nei sondaggi.

 

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