La guerra alla droga nasconde il vuoto dell’Occidente

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La guerra alla droga colpisce soprattutto l’offerta mentre lascia in ombra dipendenze, disagio e disgregazione sociale. Lo stesso vuoto riemerge davanti alla guerra: società individualizzate possono difendere ciò che sentono proprio, ma faticano a credere alle mobilitazioni imposte dall’alto.

La guerra alla droga ed il vuoto della nostra società.

Tutti i governi combattono la droga, e questo è un fatto. Quello che vale la pena chiedersi, con una certa insistenza, è come la combattono, cosa lasciano fare mentre la combattono, e chi paga il conto della battaglia.

La prima osservazione, ormai luogo comune tra chi studia il fenomeno, è che la guerra alla droga è combattuta in modo profondamente incoerente. Le risorse si concentrano sul lato dell’offerta, sradicazione, operazioni militari, estradizioni, i corrieri che finiscono in galera, mentre il lato della domanda viene gestito malissimo: centri di cura sottofinanziati, salute mentale in perenne taglio, stigma sociale altissimo.

È il paradosso del proibizionismo: un mercato illegale e la violenza si scatena esattamente dove il commercio viene spinto fuori dalla legge. Si potrebbe aggiungere che la guerra alla droga funziona benissimo come perpetuum mobile per apparati di sicurezza e industrie dell’arma, e che i profitti, i miliardi che i cartelli riciclano, passano quasi sempre attraverso banche e paradisi fiscali del mondo ricco, dove i manager del denaro sporco raramente incontrano un giudice.

Ma c’è una lettura più sottile, che non richiede complotti né mani segrete: la droga, nel suo danno diffuso, è un costo accettato. Non accettato da nessuno in particolare, nessun ministero ha deciso che sia così, ma accettato dalla struttura stessa delle nostre società, che distribuiscono i danni con precisione geografica. La microcriminalità, il degrado, le sale di pronto soccorso piene: cadono su periferie e centri storici popolari, non sui quartieri dove vivono chi decide. Un costo che non subisci personalmente, che i tuoi elettori non vedono da casa, è politicamente quasi inesistente. Non serve l’intenzione: basta la segregazione spaziale, e un’empatia il cui raggio d’azione coincide con il proprio codice di avviamento postale.

Se serve una prova che i danni si tollerano quando cadono altrove, la storia americana ne offre una limpida. Quando la cocaina-crack devastava i quartieri neri degli anni Ottanta, la risposta politica fu massicciamente punitiva: galere, pene minime obbligatorie, la dipendenza trattata come delitto.

Quando gli oppioidi hanno cominciato a uccidere bianchi rurali e delle suburbie residenziali, la narrativa si è ribaltata quasi immediatamente: non più criminali da incarcerare ma una epidemia, una malattia, il trattamento, il naloxone distribuito gratis. Stessa sostanza, danno astratto identico, risposta opposta, perché il danno era caduto dentro una geografia diversa, un elettorato diverso. Le società non accettano la droga: accettano la droga dei poveri.

Da qui si può fare un passo in più, e qualcuno lo fa con aria provocatoria: la società dei consumi produce cittadini isolati, e l’isolamento va riempito in qualche modo. Il vuoto, niente partiti, niente chiese, niente associazioni, quel capitale sociale che Robert Putnam misurava mentre svaniva, viene colmato da surrogati di ogni tipo: sostanze, schermi, gioco d’azzardo, l’individualismo di Tocqueville portato alle sue estreme conseguenze.

La tesi più dura dice: milioni di persone spezzate sono milioni di cittadini che non protestano, e i governi, che spendono volentieri in armi ma male in cura, se ne fregano del conto economico perché il conto lo pagano altri.

È una tesa che regge a metà. I regimi che, secondo la narrazione occidentale, non temono il dissenso combattono la droga con la massima brutalità, la Cina con le esecuzioni, le Filippine di Duterte con le squadre di morte, il che suggerisce che nessun potere, nemmeno quello più autoritario, consideri l’epidemia un alleato.

I drogati non sono cittadini docili: sono costi sanitari, microcriminalità, quartieri degradati, voto di protesta. Nessun governo razionale vuole questo. Ma non serve volerlo. Basta che i danni restino astratti a chi decide, e l’astrazione, in politica, vale quasi quanto l’assenso.

E da qui, con un salto che la chiacchierata compie da sola, si arriva alla questione più grande: cosa ne è, di una società così, quando arriva l’ora della difesa? Se l’occidente ha prodotto cittadini individualisti senza riferimenti comuni, con il vuoto riempito di distrazioni con questa società, chi si mobilita per la Patria?

L’esperienza recente dà una risposta più sfumata di quanto i pessimisti prevedessero. L’Ucraina del febbraio 2022 non era una società di tradizione collettivista: fiducia nelle istituzioni bassa, corruzione percepita altissima, consumismo in piena espansione. Eppure si è mobilitata in una maniera che nessun manuale occidentale aveva previsto, perché i manuali dicevano che le società individualizzate si arrendono. Invece le file per la difesa territoriale erano più lunghe dei fucili da distribuire. Ora devono rapirli per strada ma e comprensibile dopo quasi 5 anni di guerra e tutto quello che è venuto fuori. Ma torniamo a noi.

La spiegazione, forse, è che gli uomini non si battono mai per l’astratto: nemmeno nel 1914, quando morivano per il paesello e la famiglia parlando la lingua del dovere. Si battono per la casa, per la strada, per la persona concreta che dorme nella stanza accanto. E l’individualismo portato all’estremo produce il ragionamento inverso: non “devo sacrificarmi per il collettivo”, ma “questa casa è mia “. Il bene più piccolo e personale possibile è quello per cui si resiste meglio.

Il vuoto, insomma, non impedisce la mobilitazione: la degrada da verticale a orizzontale. Non ci sono più partiti e chiese che ti spingono in trincea; ci sono gruppi WhatsApp di condomini, volontari, reti informali. La Finlandia, tra i paesi più individualisti d’Europa, ha tassi di adesione al servizio militare altissimi. Le società spezzate si difendono benissimo, si difendono da sole , per sé stesse, senza bisogno di bandiere.

Quello che la società frammentata non regge più è un’altra cosa: la guerra scelta, lontana, di proiezione. La guerra dove i morti vanno giustificati davanti a madri che non credono più a niente e a nessuno. Il Vietnam fu forse il primo test e l’occidente lo fallì non sul campo ma dentro casa.

Da allora le guerre si combattono con eserciti professionali, contractor, tecnologia, proprio perché mobilitare le masse è diventato politicamente impossibile. E chi governa ha tratto la conseguenza perversa: se la società non può essere mobilitata, si fa la politica della mobilitazione senza la mobilitazione. Aumenti di spesa decisi a livello tecnocratico, obbligazioni della difesa, procurement decennali, tutto discusso nei board, nulla nelle piazze. Non si chiede alla società spezzata di credere: si chiede solo che non impedisca. La stessa passività che rende i danni della droga tollerabili rende anche queste scelte indolori.

Ma il sistema ha un punto debole strutturale, ed è qui che la conversazione sulla droga torna a farsi sentire. Per difendersi, per prepararsi, occorre persuadere la gente che la minaccia è reale, che la porta può sfondare, che valga la pena di spendere adesso per un pericolo che non si vede ancora. E la persuasione è diventata il mestiere più difficile della politica occidentale.

Chi ti dice “preparati” è lo stesso che ti disse delle armi di distruzione di massa irachene, che non esistevano; il deficit di fiducia avvelena ogni narrazione ufficiale, e l’ecosistema informativo frammentato garantisce che accanto a ogni allarme esista una contro-narrazione più affettivamente seducente, e a volte più attendibile. La credibilità è accumulo di decenni, e i decenni sono stati spesi in altre bugie, altre emergenze, altre mezze verità.

Così la chiacchierata sulla droga finisce per essere, com’è giusto che sia, una chiacchierata sull’occidente intero. La stessa società che tollera l’epidemia perché cade in quartieri che non vede, tollera il riarmo perché non le viene chiesto di sentirne il peso. La stessa astrazione che rende accettabili i danni rende governabili le scelte. E il prezzo di tutta questa astrazione si paga sempre allo stesso modo: il fatto concreto, la porta sfondata, la crisi che arriva, non ha bisogno di persuasione, ma quando arriva, arriva in ritardo rispetto ai discorsi.

Le società forti di un tempo si battevano per idee e morivano per bandiere. Quelle spezzate di oggi si battono solo per sé stesse, e c’è una tenacia che le bandiere non garantivano più. Il problema è tutto nel fraseggio: si battono. Perché la difesa della casa, che funziona così bene, presuppone che l’invasore sia già sulla soglia. E convincere chi non ti crede che qualcuno sta per bussare alla porta, ecco, questo è il compito che la società senza riferimenti non riesce più a farsi affidare. Non dalla droga. Non dai governanti. Non da nessuno.

 

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Enrico Zerbo
Enrico Zerbo
Ligure, ama i gatti, la buona cucina e le belle donne. L'ordine di classifica è a caso. Come molte cose della vita. Antifascista ed incensurato.

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