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A gennaio si rinnovano le cariche Ue e Picierno rischia la vicepresidenza. Uscita dal PD a giugno in nome della lotta ai populismi, oggi corteggia proprio il PPE per restare in carica. L’ennesima riprova che certi riformisti sanno vestire da causa morale ciò che è pura sopravvivenza di poltrona.
Pina Picierno rischia la poltrona a Strasburgo, e ora corteggia il PPE per salvarla
Manfred Weber ha riunito nelle scorse settimane il gruppo del Partito Popolare Europeo per avviare la discussione sul rinnovo delle cariche di vertice del Parlamento europeo, dalla presidenza in giù, in vista del voto fissato per gennaio. Tra i nomi più esposti in questa partita figura l’italiana Pina Picierno, la cui riconferma da vicepresidente dell’Eurocamera è oggi tutt’altro che scontata: secondo la ricostruzione del Fatto Quotidiano, la sua permanenza sulla poltrona dipende da nuove interlocuzioni e, soprattutto, da un possibile sostegno proprio del PPE, la famiglia politica con cui fino a pochi mesi fa si contendeva gli equilibri interni dell’Aula.
La ragione di questa fragilità va cercata in una scelta compiuta pochi mesi fa. L’11 giugno 2026 Picierno ha lasciato il Partito Democratico, accusando la segreteria Schlein di aver virato troppo a sinistra, ed è entrata nel gruppo Renew Europe fondando il movimento “Spazio Pubblico“, presentato come argine trasversale contro «tutti i populismi».
Nonostante l’addio al partito che l’aveva candidata, ha mantenuto la carica di vicepresidente, ottenuta nel gennaio 2022 con 527 voti e riconfermata nel luglio 2024 quando sedeva ancora nei banchi del PD e dei Socialisti e Democratici. Uscendo da quel gruppo, però, ha perso automaticamente lo sponsor numerico che l’aveva sostenuta nelle due precedenti elezioni interne, e si trova ora a dover ricostruire da zero, a pochi mesi dal voto di gennaio, un consenso trasversale che le garantisca la riconferma.
Una scissione ideologica che assomiglia sospettosamente a un trasloco di comodo
Chi lascia un partito sbattendo la porta in nome di principi superiori, denunciando una deriva ideologica del proprio gruppo di provenienza, di solito non passa i mesi successivi a corteggiare la famiglia politica che occupa lo spazio esattamente opposto sullo scacchiere europeo.
Eppure eccola qui, la paladina del pluralismo europeista contro ogni populismo, a bussare educatamente alla porta di Manfred Weber sperando in un endorsement che le permetta di conservare l’ufficio, l’auto di servizio e la scorta con cui gira da tempo per via delle minacce ricevute.
Il talento politico più sottovalutato: vestire la carriera da causa morale
Il punto non è la legittimità formale di cambiare gruppo parlamentare, prassi tutt’altro che rara a Bruxelles. Il punto è un’attitudine specifica, quasi una firma di genere, che accomuna un certo campionario di politici che amano definirsi moderati, riformisti, pragmatici: la capacità di trasformare ogni mossa dettata da calcolo personale in una battaglia di civiltà. Non è mai «mi serve una poltrona più sicura», è sempre «bisogna rigenerare lo spazio pubblico europeo». Non è mai «il mio gruppo di riferimento non mi garantisce più i numeri», è sempre «arginare i populismi che minacciano la democrazia».
Funziona così da decenni, e continua a funzionare perché chi lo pratica ha imparato a citare Arendt e Habermas con la stessa disinvoltura con cui altri citerebbero l’oroscopo, sapendo che il rivestimento intellettuale scoraggia la domanda più semplice e più scomoda: cui prodest.
È il classico movimento a tenaglia del riformismo di palazzo: si rompe con il proprio campo denunciandone la deriva, salvo poi scoprire che l’unica sponda disponibile per restare in sella sta esattamente dall’altra parte, e a quel punto la coerenza ideologica diventa un dettaglio negoziabile quanto il resto.
Chi ha davvero bisogno di credere che dietro ogni scissione ci sia un afflato etico farebbe bene a osservare, con un minimo di sano disincanto, dove finiscono sempre queste storie: non con una nuova stagione di partecipazione popolare, ma con un posto assicurato in prima fila, magari applaudito da chi fino a ieri era il bersaglio polemico e oggi è l’ultima ancora di salvezza.

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