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La sinistra continua a parlare a un popolo immaginario e a sottovalutare il potere del desiderio costruito da media e consumi. I beni pubblici sono indispensabili ma invisibili: senza un nuovo immaginario, la politica lascia alla destra il monopolio della rappresentazione.
La sinistra ha la merce migliore e la peggiore vetrina
Il Brasile è l’ultimo inciampo di una sinistra che da trent’anni sembra specializzarsi nell’arte di spiegare le proprie sconfitte senza riuscire a comprenderne fino in fondo le ragioni. Ogni volta arrivano analisi, autocritiche, processi e autodafé, ma alla fine resta un punto cieco che nessuna di queste analisi riesce davvero a illuminare: la sinistra continua a parlare di un popolo che, nel frattempo, è cambiato e non ha ancora capito chi siano le nuove classi popolari, che cosa guardino, che cosa desiderino, e perché si sentano più rappresentate da un influencer che da un programma politico.
I beni che contano di più nella vita di una persona sono anche quelli che si vedono meno. Una scuola che funziona non fa notizia, un ospedale efficiente scompare dalla coscienza di chi lo usa, la sicurezza si nota solo quando viene meno: i beni pubblici si presentano al cittadino quasi soltanto nella forma del guasto. È il paradosso su cui inciampa la sinistra, che ha in mano la merce più preziosa e non riesce a trasformarla in un messaggio desiderabile, mentre l’industria dell’ostentazione vende l’immateriale con una potenza imparagonabile.
Spiegare tutto questo con la superficialità del popolo, come fa chi cerca il colpevole nell’elettore, significa scambiare l’effetto per la causa. La distanza tra i bisogni reali e quelli percepiti non è un difetto della natura umana, è un prodotto, e ha una filiera. Le piattaforme vivono di confronto, il confronto genera desiderio, il desiderio genera acquisto, l’acquisto genera il bisogno di ostentarlo.
Debord lo aveva descritto nel 1967 e Pasolini, pochi anni dopo, lo chiamava mutazione antropologica: avevano capito che il consumo non soddisfa il bisogno, lo fabbrica. Resta curioso che la cultura progressista, che quella lezione l’ha insegnata al mondo, si ritrovi oggi a ragionare come un innatista da bar, convinto che la gente sia superficiale per costituzione.
Il paradosso è che i beni davvero necessari soffrono di un difetto di marketing strutturale. Una scuola che funziona è invisibile, un ospedale efficiente non fa notizia, la sicurezza si nota solo quando manca, e dunque i beni pubblici si presentano agli occhi dei cittadini soltanto nella forma del guasto. L’ostentazione, al contrario, è sempre in vetrina, aggiornata a ogni scorrimento di schermo.
Trent’anni di neoliberismo hanno poi completato l’opera, trasformando il cittadino in imprenditore di se stesso e la sua faccia in un marchio da curare, per cui il coach prende il posto dell’insegnante e la rendita simbolica quello del diritto. A fare le spese del sistema sono proprio coloro che lo inseguono, perché hanno la sanità smantellata, l’istruzione indebitata e la vita in affitto, e l’insoddisfazione che ne deriva trova un indirizzo comodo: il governo che non fornisce l’illusione.
Qui sta il guaio della sinistra mondiale, e non è un guaio di programmi. Chi deve consegnare beni reali non può gareggiare con chi vende promesse di status, perché le promesse non si verificano mentre i servizi sì. Non può neppure rifugiarsi nel rimprovero morale, che è l’arma più inefficace di tutte, quella di chi spiega alla gente che sbaglia a desiderare. E non può continuare a presentarsi come amministrazione dei bisogni, una tecnocrazia gentile che parla a una platea di istruiti e di garantiti, quando il terreno su cui si decide il consenso è l’immaginario.
La destra l’ha capito prima, con risultati disastrosi per chi li subisce: ha capito che un popolo si governa dando forma al desiderio, e ha lasciato ai propri avversari il compito di gestirne le conseguenze.
Un ospedale che funziona è il bene più ostentabile che esista, a patto che qualcuno abbia il coraggio di farlo desiderare. Una sinistra che non ricorda questo mestiere, e preferisce correggere i gusti del popolo, continua ad “inciampare” nelle sorprese.

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