Varsavia e Kiev, l’alleanza si incrina: la Volinia torna a pesare più della guerra

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Sotto la superficie dell’alleanza anti-russa, Polonia e Ucraina litigano su rifugiati, grano e camion. E riemerge la Volinia: 90mila polacchi massacrati dall’UPA nel ’43-45, oggi rivendicata da Kiev come eroismo. La solidarietà si sta consumando, e le elezioni polacche rischiano di far esplodere tutto.

La tregua polacco-ucraina si sta sgretolando, e non è solo colpa della guerra

Sotto la retorica dell’alleanza incondizionata contro Mosca, i rapporti tra Varsavia e Kiev si stanno logorando su tre fronti concreti: i rifugiati, il grano, i camion. Secondo Eurostat, alla fine di luglio oltre 953mila sfollati ucraini si trovavano ancora sotto protezione temporanea in Polonia, il secondo numero più alto dell’Unione dopo la Germania, e un sondaggio CBOS pubblicato lo stesso mese ha registrato per la prima volta una maggioranza, il 52% degli intervistati, contraria alla loro accoglienza, ribaltando un consenso che nei primi mesi dell’invasione russa era stato pressoché unanime.

A questo si sommano le proteste ricorrenti degli agricoltori polacchi, che denunciano da tempo una concorrenza sleale dei cereali ucraini importati senza dazi grazie alle deroghe concesse da Bruxelles, e quelle degli autotrasportatori, convinti che l’Unione europea favorisca sistematicamente gli operatori ucraini pur non essendo Kiev ancora membro del blocco.

Su questo terreno già logorato è esploso a giugno un caso che ha riportato in superficie una ferita storica mai davvero rimarginata. Il 19 giugno 2026 il presidente polacco Karol Nawrocki, eletto l’anno scorso su posizioni dichiaratamente di destra, ha revocato a Volodymyr Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza della Repubblica polacca, conferitagli nel 2023 dal suo predecessore Andrzej Duda.

Il gesto è arrivato dopo che Kiev aveva intitolato un’unità speciale delle forze armate ucraine all’Esercito Insurrezionale Ucraino, l’UPA, responsabile secondo la ricostruzione storica prevalente del massacro di circa novantamila civili polacchi in Volinia tra il 1943 e il 1945, nel quadro di una campagna di pulizia etnica che coinvolse anche le comunità ebraiche della regione. Zelensky ha risposto restituendo l’onorificenza con un post carico di sarcasmo, ricordando che a Benito Mussolini non era mai stata tolta, mentre il capo dell’ufficio presidenziale ucraino Kyrylo Budanov ha definito la mossa di Nawrocki «un regalo all’aggressore moscovita». Un sondaggio United Surveys, condotto prima della decisione definitiva, aveva già certificato che la maggioranza dei polacchi era favorevole alla revoca, segno che il gesto presidenziale intercettava un malumore diffuso ben più che imporlo dall’alto.

Una crisi che la guerra aveva solo congelato, non risolto

Vale la pena osservare come nulla di tutto questo sia realmente nuovo. La questione della Volinia, per quanto rimossa dall’agenda pubblica durante i mesi più drammatici dell’invasione russa, non era mai stata affrontata con la serietà storiografica che meritava, restando una ferita aperta tra due popoli costretti dalla necessità geopolitica a comportarsi da alleati incondizionati. Lo storico ucraino Yaroslav Hrytsak ha colto con precisione la dinamica in corso, descrivendo Nawrocki come un presidente eccessivamente ossessionato dalla storia e Zelensky come uno che, al contrario, se ne è curato troppo poco, arrivando a celebrare simboli che a Varsavia restano sinonimo di eccidio.

Il paradosso è che entrambi gli approcci, quello nazionalista polacco che rispolvera il passato per intercettare consenso interno e quello ucraino che lo ignora per necessità propagandistica bellica, contribuiscono nello stesso modo a rendere la riconciliazione più difficile.

L’anno elettorale che trasforma Kiev in bersaglio comodo

Il quadro politico polacco rende questa frattura ancora più esplosiva. Donald Tusk guida un governo di centrosinistra che l’anno prossimo dovrà affrontare elezioni parlamentari in un paese ormai spaccato tra un presidente della Repubblica di destra e un esecutivo che fatica a mantenere coesa la propria maggioranza. L’Ucraina è diventata il bersaglio perfetto su cui scaricare tensioni sociali reali, dagli agricoltori inferociti agli autotrasportatori esasperati, senza dover affrontare direttamente le proprie responsabilità politiche interne.

Se alle prossime elezioni dovesse prevalere il fronte di destra, oggi rafforzato da un presidente che considera Zelensky un interlocutore ostile prima ancora che un alleato, il sostegno polacco a Kiev, finora pilastro logistico insostituibile per gli aiuti occidentali, rischia di trasformarsi da certezza strategica a variabile negoziabile. Ed è esattamente il tipo di incrinatura silenziosa che, in un conflitto già logorato da quasi quattro anni di stallo, può fare più danni di qualunque offensiva militare russa.

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