Gran Bretagna, un cartello a favore della Palestina diventa terrorismo: arrestati i manifestanti

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A Liverpool decine di persone sono state arrestate per aver sostenuto Palestine Action durante il congresso laburista. La legge antiterrorismo britannica colpisce così anche forme pacifiche di dissenso, mentre Londra adotta contemporaneamente misure diplomatiche più dure contro gli insediamenti israeliani.

In Gran Bretagna il dissenso palestinese finisce sotto il Terrorism Act

A Liverpool la polizia britannica ha arrestato più di 50 persone durante una protesta contro la messa al bando di Palestine Action, mentre il nuovo governo laburista riuniva il proprio congresso nella stessa città. Non si tratta di una ricostruzione militante: è la stessa Merseyside Police a confermare che gli arresti sono avvenuti nei confronti di persone sospettate di aver indossato o portato materiale a sostegno di un’organizzazione proscritta.

Il dettaglio che rende la vicenda politicamente difficile da liquidare come una delle tante manifestazioni finite male è il contenuto della protesta. I partecipanti alla mobilitazione organizzata da Defend Our Juries esponevano cartelli con la frase «I oppose genocide. I support Palestine Action». L’organizzazione riferisce di circa 230 partecipanti alla veglia silenziosa, mentre le forze dell’ordine hanno comunicato successivamente un numero di arresti superiore a cinquanta.

La questione giuridica nasce dalla decisione assunta nel 2025 dal governo britannico di inserire Palestine Action nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. Il provvedimento, annunciato dall’allora ministra dell’Interno Yvette Cooper e divenuto operativo il 5 luglio 2025, rende reato non soltanto l’appartenenza all’organizzazione, ma anche determinate forme di sostegno o manifestazione pubblica del sostegno. La sezione 13 del Terrorism Act 2000 è diventata così lo strumento utilizzato dalla polizia per intervenire contro chi espone simboli o messaggi riconducibili al gruppo.

Il governo britannico sostiene che la proscrizione sia giustificata dalle azioni di Palestine Action contro aziende e strutture legate alla produzione di armamenti. Nella motivazione ufficiale vengono citati, tra gli altri, gli attacchi contro Thales a Glasgow e contro Instro Precision ed Elbit Systems UK, con danni materiali significativi. Londra sostiene che quelle azioni abbiano superato la soglia prevista dal Terrorism Act.

Questa è la cornice istituzionale. Ma la storia di Liverpool riguarda qualcosa di più ampio: la distanza sempre più evidente tra il diritto di manifestare e ciò che il legislatore britannico considera accettabile dire in pubblico quando entra in gioco Palestine Action.

Quando un cartello diventa materia da antiterrorismo

Il caso di Robert Del Naja rende il paradosso particolarmente visibile. Il musicista dei Massive Attack è stato arrestato il 26 settembre nei pressi dell’area della conferenza laburista dopo aver mostrato proprio il cartello contro il genocidio e a sostegno di Palestine Action. L’arresto è avvenuto ai sensi della sezione 13 del Terrorism Act. Del Naja era già stato fermato in precedenza durante una manifestazione analoga.

La domanda non riguarda dunque soltanto il destino giudiziario di qualche attivista. Riguarda il significato concreto che assume una legge antiterrorismo quando viene applicata a una forma di dissenso che non coincide necessariamente con l’azione per la quale un’organizzazione è stata proscritta.

Il governo britannico distingue formalmente tra protesta legittima e sostegno a un’organizzazione terroristica. È una distinzione prevista dalla legge e ribadita anche dalla Crown Prosecution Service. Ma la sua applicazione produce un risultato singolare: una persona che non abbia compiuto alcun sabotaggio, non abbia danneggiato alcun edificio e non abbia partecipato a un’azione violenta può comunque trovarsi coinvolta in un procedimento penale per aver manifestato pubblicamente il proprio sostegno a Palestine Action. La CPS ha infatti confermato che le accuse vengono formulate proprio sulla base della sezione 13.

È qui che il dibattito sulla libertà di espressione smette di essere un esercizio accademico. Il Regno Unito non ha abolito il diritto di manifestare. Ha però costruito, attraverso la proscrizione di Palestine Action, una zona giuridica nella quale alcune forme di solidarietà politica possono trasformarsi in reato. E la faccenda assume dimensioni tutt’altro che marginali. I dati ufficiali britannici indicano che, nell’anno terminato il 31 marzo 2026, ci sono state 3.061 persone arrestate per attività legate al terrorismo, delle quali 2.819 per vicende collegate al sostegno a Palestine Action. Si tratta dell’1.186% in più rispetto all’anno precedente.

Naturalmente arresto non significa condanna. Anzi, lo stesso dato ufficiale mostra quanto sia necessario mantenere questa distinzione: soltanto una parte degli arresti si è trasformata in accuse e molti procedimenti risultavano ancora pendenti. Il numero degli arresti, dunque, non può essere presentato come equivalente al numero dei terroristi scoperti, perché sarebbe una manipolazione elementare della statistica.

È proprio questo il punto interessante. Una democrazia può ampliare enormemente l’impiego di strumenti antiterrorismo senza dichiarare formalmente guerra alla libertà di parola. Basta allargare il perimetro di ciò che può essere considerato sostegno a un’organizzazione proscritta.

Il nuovo governo e la vecchia grammatica della repressione

La coincidenza con il congresso laburista di Liverpool rende tutto ancora più difficile da ignorare. Andy Burnham affronta il suo primo congresso da primo ministro mentre, fuori dalla sede dell’appuntamento politico, cittadini, pensionati, medici e religiosi vengono arrestati per contestare proprio la normativa ereditata dal precedente governo.

La contraddizione politica non consiste nel pretendere che il nuovo esecutivo condivida le azioni di Palestine Action. Può legittimamente difendere la proscrizione e sostenere che i sabotaggi contro aziende della difesa costituiscano una minaccia incompatibile con l’ordinamento. Il problema è stabilire dove passi il confine tra contrasto al terrorismo e criminalizzazione della solidarietà politica.

Nel settembre 2026, peraltro, il Regno Unito ha assunto una posizione più critica verso il governo israeliano su un altro terreno. Londra ha aderito con altri undici Paesi a un’iniziativa per introdurre o sostenere restrizioni commerciali sui prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania, considerati illegali dal diritto internazionale. Il governo britannico ha inoltre annunciato un divieto sulle importazioni provenienti dagli insediamenti, con entrata in vigore prevista nei mesi successivi.

Quindi la situazione britannica è più complicata della caricatura di un governo semplicemente schierato da una parte. Da una parte Londra aumenta la pressione diplomatica su Israele e assume posizioni più dure sugli insediamenti; dall’altra continua ad applicare una legislazione che consente l’arresto di persone che dichiarano pubblicamente il proprio sostegno a Palestine Action.

È una schizofrenia politica? Il termine è suggestivo, ma forse troppo facile. Più precisamente, sono due piani diversi della politica britannica che procedono contemporaneamente: quello della diplomazia internazionale e quello dell’ordine pubblico interno. Il risultato, però, è difficilmente eludibile. Fuori dal congresso laburista si può manifestare contro il governo israeliano, contro la guerra e contro gli insediamenti; ma se la protesta include un messaggio di sostegno a un’organizzazione proscritta, entra in funzione il Terrorism Act.

La Gran Bretagna può cambiare primo ministro, partito di governo e linguaggio diplomatico. Nel frattempo, la grammatica giuridica del dissenso palestinese è rimasta sostanzialmente quella costruita dal governo precedente.

E così nella patria di Magna Carta, mentre i politici discutono di democrazia e libertà, può bastare un pezzo di cartone con una frase scritta sopra per trasformare una protesta silenziosa in un problema da antiterrorismo. La modernità britannica, evidentemente, ha deciso che anche i cartelli possono essere pericolosi. Soprattutto quando non esplodono.

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