Europa senza gas prima dell’inverno: Bruxelles non riempie i serbatoi, abbassa l’asticella

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Scorte di gas Ue al 70% contro l’82% dell’anno scorso, Germania al 57%: Bruxelles abbassa l’obiettivo dal 90 all’80% e invita a consumare meno. Colpa della guerra nel Golfo e del GNL bloccato. Restiamo dipendenti dalle importazioni, con Usa e Norvegia al posto della Russia.

Europa a corto di gas prima dell’inverno: scorte al 70% e la Commissione consiglia di accontentarsi dell’80

Al 24 settembre i depositi di gas dell’Unione europea risultano pieni per circa il 70%, contro l’82% dello stesso periodo dell’anno scorso, il livello più basso per la stagione da oltre quindici anni, secondo i dati di Gas Infrastructure Europe ripresi da Il Post e da Euronews. La media, come sempre, nasconde una geografia assai disomogenea: la Polonia sfiora il 99%, l’Italia supera l’86%, la Francia si ferma poco sotto l’82%, mentre l’Austria arriva a poco più di due terzi e la Germania, che possiede il quarto sistema di stoccaggio del pianeta, non va oltre il 57%, seguita a ruota dai Paesi Bassi.

Berlino e L’Aia difficilmente centreranno gli obiettivi nazionali fissati per il primo novembre, e il governo olandese ha già fatto sapere di aver speso circa un miliardo di euro in un solo trimestre estivo per accumulare scorte, contestando il quadro europeo che scarica sugli Stati un onere che a suo giudizio dovrebbe gravare sugli operatori di mercato.

La ragione del ritardo è nota e ha a che fare con la guerra nel Golfo. Il blocco dei flussi di gas naturale liquefatto dal Qatar e le turbolenze intorno a Hormuz hanno spinto le quotazioni del metano, secondo quanto riportato dalla stampa economica, da 30 a 80 dollari, ai livelli più alti dalla crisi del 2022-2023, rendendo poco conveniente per le aziende energetiche riempire i serbatoi a prezzi da emergenza. A questo si è aggiunta un’estate torrida che ha gonfiato i consumi elettrici per i condizionatori, in un continente dove l’elettricità dipende ancora in larga parte dal gas.

Il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen ha scritto ai ministri dei Ventisette definendo la situazione una crisi dei prezzi legata a una crisi dell’offerta, invitandoli a proseguire su due binari paralleli: sostenere le iniezioni negli stoccaggi e ridurre la domanda di gas ed elettricità. Nello stesso documento ha suggerito di guardare all’80% come obiettivo di riempimento sufficiente, dieci punti sotto il 90% stabilito dopo l’invasione russa dell’Ucraina, una soglia che la Commissione aveva già abbassato in primavera. Bruxelles assicura che non esistono rischi immediati per la sicurezza degli approvvigionamenti, pur definendo eccezionale la condizione del mercato.

L’arte di ridurre l’obiettivo quando non si riesce a raggiungerlo

C’è una certa eleganza nel modo in cui l’Unione affronta i propri limiti. Quando il traguardo fissato con solennità dopo lo shock del 2022 diventa irraggiungibile, non si corre più veloce: si sposta il traguardo. Il 90% era stato presentato come pilastro della sicurezza energetica continentale, la lezione appresa a caro prezzo dopo la fine delle forniture russe. Oggi, davanti a serbatoi mezzi vuoti, quella stessa Commissione scopre che l’80% è più che sufficiente, con la stessa serenità con cui un condominio, scoperta la cassa vuota, dichiara di non aver mai davvero bisogno dell’ascensore. Se la soglia giusta era già l’80%, ci si può chiedere perché sia servita una legge europea per imporre il 90%. Se invece la soglia giusta era il 90%, ci si può chiedere che cosa cambi realmente nel rischio per un inverno rigido, oltre alla dichiarazione ufficiale che non c’è da preoccuparsi.

Chi vende il gas dell’emergenza, e a quale prezzo

Il nodo più scomodo riguarda però la struttura stessa di questa dipendenza. L’Unione ha ridotto la domanda di gas dai 404 miliardi di metri cubi del 2021 ai circa 340 attuali, ma importa ancora la quasi totalità di ciò che consuma, e ha sostituito il gasdotto russo con una rete di forniture altrettanto concentrata: la Norvegia domina il gas in tubo, gli Stati Uniti coprono quasi due terzi del gas liquefatto che arriva via mare.

Per un continente che ha fatto della diversificazione una bandiera, è una diversificazione singolare, che ha spostato il rubinetto da Mosca a Washington senza allontanarlo dalle mani di qualcun altro. A questo si aggiunge la concorrenza sempre più aspra dei paesi asiatici, tagliati fuori dalle forniture nella crisi precedente e ora disposti a pagare di più pur di non fermare le proprie economie, come nota il Financial Times, con un effetto prevedibile sul prezzo dei carichi che l’Europa dovrà comprare nei mesi peggiori.

Il risultato è che le bollette dell’inverno le pagheranno famiglie e industrie, con il comparto energivoro che parla già di costi di produzione raddoppiati, mentre a incassare il differenziale saranno i fornitori di un gas che l’Europa non produce e non controlla. Nel frattempo, l’invito ufficiale è quello di consumare meno, che è pur sempre il modo più economico di risolvere un problema di approvvigionamento: non averlo.

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