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Tre lauree e un master non trasformano nessuno in esperto universale. Il problema non sono i titoli di Vannacci, ma l’idea che bastino a parlare di tutto senza dubbi né verifiche. Da Socrate alla politica, sapere di non sapere resta una forma di intelligenza.
Il trilaureato che sapeva tutto (tranne quando non lo sapeva)
C’è un uomo in Italia che ha tre lauree e un master, e ce lo ricorda spesso. Si chiama Roberto Vannacci, e la cosa straordinaria è che le lauree ci sono davvero: non comprate, non inventate, non fotocopiate. Sono lì, vere come una caserma alle sette del mattino. Questo, per chi ama l’ironia, è il problema.
Perché per ottenere una laurea in Scienze Strategiche, un comune mortale deve prima vincere un concorso a numero chiuso, sostenere una decina di esami all’anno, scrivere una tesi e passare notti tra geopolitica e diritto internazionale. Oppure, ed è qui che il gioco diventa interessante, può semplicemente entrare in carriera militare. Accademia di Modena, Scuola di Applicazione di Torino, qualche esame vero e proprio (strategia, storia delle guerre, diritto, roba da soldati seri), e poi la magia universitaria: i corsi fatti in divisa si trasformano in crediti, i crediti in laurea, la laurea in tre lauree più master. Come quel gioco in cui partendo dal militare si arriva al maresciallo passando dal granello di sabbia (cit. di un vecchio racconto da osteria), solo che qui la sabbia è un titolo accademico.
Il risultato è un fenomeno raro in natura: un trilaureato che, parlando di clima, biologia, Omero o letteratura greca, dà l’impressione luminosa di uno che le lauree le abbia guardate, non studiate. Titoli veri, però. Da incorniciare. Possiamo immaginare il quadretto in salotto: tre cornici, un master, e sotto il poster di Lando Buzzanca.
Il paragone socratico (che non regge)
Atene, V secolo a.C. Un uomo brutto, scalzo, che non ha titolo di studio, gira per la città facendo una domanda scomoda: “Ma tu, questa cosa che affermi, sai davvero dimostrarla?” Socrate non ha lauree. Socrate non ha neanche scarpe. Eppure l’oracolo di Delfi lo dichiara il più sapiente di tutti, e lui, disperato, va in giro a cercare qualcuno più sapiente di lui per capire l’errore. Non lo trova mai. La sua sapienza, scopre, sta tutta lì: sapere di non sapere.
Roma, duemilacinquecento anni dopo. Un generale trilaureato sale sul palco e sa: il clima, l’Odissea, la geopolitica, la morale, il cibo, la storia, il futuro. Tutto. Senza mai chiedersi se è il caso di verificare. Socrate passava la vita a cercare un uomo più sapiente di lui e non lo trovava; Vannacci potrebbe passare la vita a cercare un argomento su cui non si senta competente, e il risultato sarebbe identico.
C’è da chiedersi: ma all’Università di Torino, ai corsi di Scienze Strategiche, non studiano anche il pensiero occidentale? Forse quel giorno c’era un riconoscimento di crediti in corso.
Il punto non sono le lauree
Sia chiaro: non c’è niente di male nel prendere lauree con percorsi agevolati per il personale militare. Il sistema lo prevede, il titolo vale, fine della storia. Un medico laureatosi col vecchio sistema era comunque un medico. Nessuno pretende che un ufficiale d’esercito faccia i turni di un matricola umanista.
Il punto è un altro, ed è molto più grave: la laurea non è un vaccino contro la sicumera, ma neppure una licenza di esercizio universale. Un fisico nucleare che parla di Omero ha diritto di parlarne quanto il panettiere, purché si prepari, legga, si faccia spiegare. Il danno non è “non avere la laurea giusta”. Il danno è pensare di non averne bisogno.
E qui il rischio smette di essere una barzelletta accademica e diventa politico. Chi ambisce a guidare una nazione non deve sapere tutto: deve sapere chi sa. Deve avere la capacità, diciamola con Socrate, visto che ci siamo, di entrare nella stanza dei bottoni pensando “di questo non so niente, portatemi gli esperti” . Perché il leader che si crede onnisciente non consulta: conferma. Sceglie consiglieri che applaudono, non che correggono. E allora la gaffe su Ulisse non resta una gaffe: diventa un ministero, una legge, una politica estera decisa a colpi di certezze non richieste.
Socrate, che non sapeva niente, fu giudicato pericoloso da Atene e condannato a morte. I filosofi dell’epoca la chiamarono ingiustizia. Oggi, con lo spirito di servizio che ci contraddistingue, possiamo dire che Atene aveva capito tutto: in una città, l’uomo più pericoloso non è quello che non sa. È quello che pensa di sapere.

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