Il punto di non ritorno: quando la guerra diventa una lingua comune

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All’Onu Netanyahu definisce “codardi morali” i delegati che lasciano l’aula e respinge le accuse di genocidio a Gaza. Il discorso riporta al centro guerra, identità e delegittimazione dell’Onu, mentre il conflitto palestinese diventa sempre più terreno di scontro globale.

Il punto di non ritorno

Arriva un giorno in cui non basta neanche la retorica, in cui l’orrore si manifesta impudico, elettrizzato, putrescente. Per i reazionari di tutto il mondo l’Onu è un nemico da abbattere. Quell’organizzazione internazionale ancora così aperta nel difendere l’equilibrio sorto sulle ceneri della Seconda guerra mondiale, così avveduta nel sostenere con forza il principio democratico all’interno della propria assemblea, così attaccata storicamente a quella spinta che formò le decolonizzazioni.

L’Onu non ha mai seguito le orme di quegli enti sovranazionali sempre in prima linea nel consigliare ravvedimenti economici, piani strutturali di intervento, austerità competitiva e infine, quando i buoni consigli non sono apprezzati, nel concepire la guerra come destino finale.

Il disprezzo per l’Onu lo rivendica con orgoglio Netanyahu, rappresentante impunito di uno Stato genocida, di una popolazione dedita al terrorismo ideologico. “Codardi!” ulula alle delegazioni che a suo modo di vedere non son degne di possedere scranni.

Il razzismo si accompagna oggi a un lessico che riscopre la facilità con cui il termine guerra viene adoperato nelle istituzioni e nelle conversazioni di senso comune. La felicità si apre nelle bocche dei consumatori televisivi di chiacchiericcio politico, quando si immaginano battaglie, macerie e culle sventrate dalle bombe intelligenti.

La nostra “Patria storica” declama dal palco il tiranno blasfemo che parte da Mosè e impreca odio accarezzando la Bibbia. C’è anche una parabola personale, un suo piccolo Getsemani, utilizzata per profanare meglio la sacralità del momento quando si evoca la vittoria finale da raggiungere a qualsiasi costo.

In questa allegoria dell’orrore immancabile è la mostrificazione del popolo palestinese, utile a legittimare un’occupazione illegale, un genocidio vivido, rappresentato per la prima volta da immagini a colori e per questo, paradossalmente, poco credibile agli occhi degli utenti dei talk show, del nostro raccapricciante dibattito pubblico.

L’istupidimento collettivo si è ormai assuefatto, si è arreso alle immagini dei tiranni in bianco e nero, con le loro divise militari ben stirate, con le masse adoranti ordinate in fila indiana, con le loro novecentesche posture poco manageriali. Lì e solo in quel frangente storico si è manifestata la tirannide, ormai irripetibile nel nostro bell’Occidente civilizzato, tirato sempre a lucido dallo show business.

Questa patinatura, quest’ornamento colorato può solo classificare il mondo per il grado di civilizzazione e può, soprattutto, erigersi a tribunale morale della Storia. Può affermare da oggi in poi che non c’è più scelta. La guerra etica si abbatterà felice sui nostri destini. Lo ha detto oggi dall’Onu Benjamin Netanyahu, un criminale internazionale.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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