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Mentre in Europa Merz, Macron e i governi britannici pagano l’instabilità politica e la perdita di consenso, in Russia cresce l’affluenza elettorale. La guerra ha trasformato la sicurezza nazionale in una questione collettiva, rafforzando la mobilitazione interna.
Il terremoto non è a Mosca, ma in Europa
– Alexandro Sabetti & Fausto Anderlini
La narrativa dominante sulla crisi geopolitica europea tende a leggere ogni difficoltà interna attraverso la lente della minaccia russa, ma i risultati elettorali e la crescente instabilità delle leadership raccontano un’altra frattura ben più visibile: quella tra governi e società. In Germania Friedrich Merz ha appena incassato pesanti arretramenti regionali, mentre la CDU ha registrato in Meclemburgo-Pomerania il peggior risultato della sua storia; in Francia Emmanuel Macron arriva alla fase finale del mandato con un quadro parlamentare frammentato e una maggioranza politica indebolita. Nel Regno Unito, intanto, Andy Burnham è diventato nel luglio 2026 il settimo primo ministro in dieci anni, dopo una sequenza di cambi di leadership che ha attraversato Cameron, May, Johnson, Truss, Sunak e Starmer.
Il confronto con la Russia richiede di distinguere il dato elettorale dalla natura del sistema politico ma l’affluenza ufficiale ha raggiunto circa il 59,3-59,8%, contro il 51,8% del 2021. Il dato può essere letto alla luce di una percezione della sicurezza nazionale profondamente segnata dalla guerra: non dimostra da solo consenso politico, ma segnala certamente che una parte significativa della popolazione considera il momento storico direttamente rilevante per il destino del Paese. E se non si considera anche la percezione, la psicologia, l’inconscio colelttivo di un popolo, è difficile comrpendere i fenomeni nella loro complessità.
Cambio di regime*
La corsa verso l’agognato cambio di regime nella Russia putiniana sta alfine sortendo i suoi effetti. Naturalmente perversi. Saranno pure taroccate le elezioni per la Duma (comunque non molto di più di quanto si suole nelle nostre democrazie mature), ma il segnale è inequivoco e parla di un voto di stabilizzazione. Lo dicono i numeri e soprattutto l’elevata partecipazione. I lunghi anni di guerra e l’elevato costo umano della stessa non hanno scalfito la leadership politica di Putin, semmai l’hanno rafforzata. La percezione di una minaccia esistenziale che incombe sul Paese induce la popolazione a stringersi attorno alle istituzioni e alla dirigenza.
Il contrario di quanto accade in Europa. Qui la minaccia esistenziale percepita dagli elettorati non riguarda la Russia, ma le stesse élite al potere che la declamano a ogni piè sospinto e nelle forme più comiche e nevrotiche. I ripetuti allarmi per droni svolazzanti, invasioni dello spazio aereo, irruzioni le più varie e fantasiose di guerra ibrida hanno finito per minare ancor più la credibilità delle classi dirigenti. Mostrandone la fragilità, l’isterismo, l’avventurismo. Sicché i costi sopportati dalle popolazioni per la guerra ucraina vengono imputati proprio a chi vuole continuarla sino alle più ignote (e terrificanti) conseguenze.
Il vittimismo aggressivo (nuovo stile di governance) produce l’effetto contrario a quanto desiderato. I partiti a sostegno della coalizione dominante stanno liquefacendosi. Se un cambio di regime è in corso (come dimostrano le più recenti elezioni in Germania e le premonizioni relative a quelle in calendario), riguarda proprio l’Europa.

* Grazie a Fausto Anderlini
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