Il circolo culturale contro la politica da supermercato

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La politica ridotta a tattica elettorale liquida il pensiero come inutile “circolo culturale”, mentre il dibattito pubblico si perde nel rumore dell’urgenza permanente. Servono invece luoghi capaci di ricostruire pensiero, conflitto sociale e rappresentanza oltre il bipolarismo.

Il circolo culturale

È consuetudine nei partiti politici che qualche pezzo grosso “spieghi la politica” ai cosiddetti idealisti. La politica quella vera, s’intende, quella corazzata e impermeabile a inutili rigidità infantilistiche. Ancora pochi anni fa, il vecchio notabilato socialista, un po’ incartapecorito dalle strettoie elettorali della Seconda repubblica e, per questo, avvezzo ai ragionamenti di bottega per svoltare qualche scranno, reagiva con fastidio alla complessità del pensiero.

“Primum vivere deinde philosophari”, con questa massima i ragionieri della quotidianità spicciola amavano riportare la discussione alla realtà; si consigliava amabilmente di lasciar perdere infantili voli pindarici. E la realtà, il duro spartito del balletto partitico, si occupa esclusivamente di posizionamenti tattici, di razionalità programmatica, di mission aziendale.

In prossimità delle elezioni sarà essenziale forzare la realtà dei fatti per trovare una via da percorrere, una soluzione ecumenica digeribile ai più, ma che offra, al contempo una certa visibilità mediatica, magari anche un po’ piaciona. Il nuovo trend per scomunicare la dialettica è racchiuso nell’evocazione del “circolo culturale”, concetto non compatibile con la vita di un vero partito. Affiora il classico paternalismo ecumenico nel sostenere l’inefficienza del dibattito, accompagnato però da un rabbioso anti-intellettualismo piccolo borghese.

Si riproduce, in questo modo, lo stesso meccanismo del mainstream, del rumore imposto dal cicaleccio parlamentare dei nostri tempi, che racconta un dibattito completamente avulso dalla verità storica. Per la prima volta esiste un argomentare pubblico e giornalistico che ignora scientificamente le premesse logiche degli studiosi, trattati dallo Spettacolo come fossero stravaganti scienziati pazzi. E per la prima volta quel banalizzare diventa discorsività generale.

Il linguaggio dei nostri tempi non concepisce tempi lunghi, non accetta costruzioni politiche ponderate nel tempo. La fretta regna sovrana nella calendarizzazione degli eventi. La verità è che noi, tutti noi, facenti parte di questa bolla illuminata, o perlomeno mediamente più pensosa, siamo socialisti senza lavoratori, siamo militanti senza alcun popolo. La tentazione di “svoltare” quindi, di consegnare al partito quel minimo di dignità è sinceramente comprensibile. Il punto, però, è il sistema nel quale si vive.

Tra leggi elettorali oppressive, tra vincoli esterni totalitari, in un contesto nel quale tutte le classi dirigenti occidentali sono umiliate dal 50% di astensione elettorale, si può anche pensare di svolgere altre funzioni storiche. Per esempio puntellare le forze sociali e le classi subalterne perché sia riacceso il conflitto verticale capitale/lavoro, per esempio rifiutando il sistema oscurantista del bipolarismo totalitario, per esempio creando iniziative, anche culturali certo, nelle quali si contesta questo minimalismo introspettivo postmoderno, tendenzialmente di sinistra, che ha contribuito in maniera decisiva a psicologizzare le questioni sociali e a spoliticizzare completamente la società.

Il circolo culturale, quindi, serve eccome. Serve, per esempio, a smantellare la mentalità progressista della società civile, quella per cui le aspirazioni, la sensibilità e la mentalità cosmopolita di qualche rampollo Erasmus, sarebbero proiettabili ai bisogni di qualsiasi ceto sociale, o proponibili in qualsiasi contesto, spaventandosi poi quando i più introversi e i meno studiati rivendicano la mancanza di stima sociale a loro accordata dalle Feste dell’Unità e si abbandonano a percorsi reazionari.

Oggi, più di ieri, servono i circoli culturali. Ciò non significa che la politica debba risolversi autocompiaciuta nel circolo culturale, ma che le decisioni non possono essere corrose dall’inevitabilità dell’urgenza o dal perenne ricatto dello stato d’eccezione. Oggi, più di ieri, serve un rifiuto della logica maggioritaria, intrisa di sbarramenti, di veti, di sondaggismo elettorale. Oggi, più di ieri, le forze extraparlamentari servono.

Servono a ricostruire il conflitto, a ridefinire la rappresentanza dei lavoratori e a decostruire l’egemonia della borghesia antagonista, definita da qualcuno “moltitudine”, per una nuova radicalità sociale, finalmente e di nuovo socialista.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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