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Trump annuncia che dichiarerà lo Stretto di Hormuz territorio Usa, ma le navi che hanno forzato il blocco iraniano restano meno di dieci. Teheran risponde che Hormuz non si conquista con un tweet. Intanto la Marina Usa ridisegna le portaerei per farle sembrare vintage.
Trump si annette lo Stretto a parole, mentre la sua Marina si annette il passato
Venerdì scorso, davanti agli allievi dell’accademia di polizia di Garden City, nello Stato di New York, Donald Trump ha pronunciato la frase che meglio di ogni altra riassume il suo rapporto con la geografia politica del pianeta: dopo aver sconfitto l’Iran, che a suo dire starebbe già subendo “una pesante sconfitta”, dichiarerà molto presto lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti. Non un’ipotesi negoziale, non una proposta da discutere alle Nazioni Unite, semplicemente un annuncio, pronunciato con lo stesso tono con cui si annuncia l’apertura di un nuovo hotel. “Abbiamo imposto il blocco, nessuna nave passa se non lo vogliamo noi, abbiamo eretto una barriera d’acciaio“, ha aggiunto, come se bastasse ripetere un’affermazione con sufficiente sicurezza per renderla vera.
I dati raccontano una realtà molto più modesta: le navi che sono effettivamente riuscite a forzare il blocco iraniano restano meno di dieci, un numero che rende la retorica della “barriera d’acciaio” più vicina a uno slogan da comizio elettorale che a un resoconto operativo credibile.
La tempistica, va detto, non è casuale: le dichiarazioni arrivano a ridosso della scadenza della tregua di sessanta giorni fissata a Islamabad per oggi, lunedì 17 agosto, mentre i mediatori pakistani lavorano febbrilmente per strappare una proroga che al momento nessuna delle due parti conferma ufficialmente.
Al contorno diplomatico contribuisce il segretario al Tesoro Scott Bessent, che ha promesso “misure economiche mai viste prima” in arrivo dalla prossima settimana, formula ormai talmente abusata nel lessico dell’amministrazione da aver perso qualunque capacità di sorprendere.
La replica di Teheran, affidata al viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, ha il pregio della sintesi tagliente: lo Stretto di Hormuz non si conquista con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine esecutivo, né con un comizio elettorale. Una frase che avrebbe meritato di restare confinata all’ironia diplomatica se non fosse arrivata proprio nelle ore in cui la compagnia petrolifera degli Emirati Arabi Uniti, alleato di ferro di Washington nella regione, denunciava un attacco a una propria nave nello stesso tratto di mare che il presidente americano vorrebbe intestarsi.
L’ideologia del possesso applicata a un tratto di mare
C’è una coerenza, per quanto inquietante, nel modo in cui Trump pensa la geografia: se una rotta è vitale per l’economia o la sicurezza americana, allora gli Stati Uniti ne hanno automaticamente diritto, che si tratti della Groenlandia o dello stretto che separa il Golfo Persico dal Mar Arabico.
È l’applicazione più cruda del mercantilismo trasformato in dottrina di politica estera: chi paga il conto militare per proteggere una rotta se ne appropria, chi ha la flotta più grande scrive le regole. Peccato che questa aritmetica del possesso si scontri con un dettaglio che il presidente preferisce ignorare, e cioè che il logoramento non riguarda solo la Repubblica islamica sotto assedio, ma anche la parte che dovrebbe uscirne vincitrice.
La portaerei USS Abraham Lincoln naviga senza soste significative da nove mesi, e le famiglie dei militari a bordo denunciano condizioni di vita al limite, con un deterioramento della salute mentale dell’equipaggio che ha già prodotto tentativi di suicidio. Trump, venerdì, ha liquidato la questione negando semplicemente che la missione si sia protratta troppo a lungo, dimostrando che nel suo vocabolario anche la sofferenza dei propri soldati è materia negoziabile a colpi di dichiarazione.
Portaerei vintage per una guerra che non passa mai di moda
C’è infine un dettaglio che, più di ogni discorso muscolare, fotografa la vera natura di questa amministrazione: mentre si minaccia l’annessione di uno stretto internazionale, la Marina statunitense sta valutando, su input diretto del presidente, una riprogettazione estetica delle future portaerei della classe Ford per farle assomigliare, nell’aspetto, a quelle della Seconda guerra mondiale.
Sette funzionari citati dal Washington Post confermano che si discute persino di spostare la torre di comando più verso prua per restituire alla nave un profilo più vintage, oltre a un memorandum che chiede di recuperare le vecchie catapulte a vapore al posto dei sistemi elettromagnetici più moderni.
Il costo previsto per ciascuna delle dieci portaerei pianificate nei prossimi quarant’anni sfiora i ventidue miliardi di dollari, cifra che rende l’ossessione nostalgica del presidente non un vezzo estetico innocuo, ma una voce di bilancio pubblico con cui gli Stati Uniti dovranno fare i conti per generazioni, indipendentemente da chi occuperà la Casa Bianca quando quelle navi, disegnate per assomigliare al passato, entreranno finalmente in servizio.

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