Spin Time, il palazzo che lo Stato ha venduto, pagato in affitto e voleva ricomprare

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Il palazzo Spin Time fu venduto nel 2004 con un prestito pubblico della Cassa Depositi e Prestiti, poi affittato dallo stesso Stato che l’aveva ceduto per 48 milioni di euro. Oggi Investire SGR, controllata da Finnat e Benetton, tratta la vendita al Comune di Roma.

Spin Time, il palazzo che lo Stato ha comprato tre volte senza mai possederlo

Quattrocento persone vivono ancora in sistemazioni temporanee dopo l’incendio che nella notte tra il 29 e il 30 luglio ha svuotato lo stabile di via Santa Croce in Gerusalemme. Mentre il Comune di Roma prova a trattare un acquisto respinto il 6 agosto da Investire SGR, e mentre la proprietà annuncia uno stanziamento di 500mila euro per gli alloggi provvisori presentandolo quasi come un atto di clemenza, vale la pena ricostruire per intero il percorso finanziario di questo edificio. Non per giustificare tredici anni di occupazione, ma perché quel percorso racconta una storia più imbarazzante per lo Stato italiano di quanto qualunque editoriale sulla proprietà violata stia circolando tra i soliti “sepolcri imbiancati”.

Il palazzo ospitava gli uffici dell’INPDAP, l’ente previdenziale dei dipendenti pubblici. Nel 2004, sotto il governo Berlusconi, finì insieme ad altri 395 immobili statali dentro il Fondo Immobili Pubblici, gestito da Investire SGR, in un’operazione che portò nelle casse pubbliche quasi tre miliardi di euro in appena otto giorni lavorativi di trattativa.

Un tempo talmente ristretto da rendere impossibile qualunque valutazione seria dei singoli edifici, tanto che la Corte dei Conti bollò successivamente l’intera operazione come una svendita: secondo l’Agenzia del Territorio il valore reale del pacchetto immobiliare superava di oltre 500 milioni di euro il prezzo effettivamente pattuito. Per acquistare quel patrimonio, il fondo non attinse principalmente a capitali propri: ottenne dalla Cassa Depositi e Prestiti un finanziamento pari al 70% dell’intera operazione, oltre un miliardo e trecento milioni di euro. Il rischio finanziario privato, in questa architettura, restava marginale rispetto all’esposizione pubblica.

Un conto da sommare per intero

La parte più significativa della vicenda arriva dopo la vendita. L’INPDAP continuò infatti a occupare gli stessi uffici come inquilino, versando un canone ai nuovi proprietari privati fino al definitivo abbandono nel 2010.

Il conto, ricostruito dall’economista Luigi Corvo della Bicocca, non lascia dubbi: sommando le rate versate anno dopo anno, l’INPDAP ha restituito ai nuovi proprietari privati 48 milioni di euro pubblici solo per continuare a occupare uffici che fino a poco prima erano di sua proprietà, una cifra che da sola eccede l’intero incasso ottenuto dalla vendita del 2004.

Il meccanismo, spogliato di ogni tecnicismo, si regge su un’unica sequenza contabile: un prestito pubblico serve a comprare un edificio pubblico, l’affitto pagato per anni sullo stesso edificio finisce nelle tasche di chi lo ha comprato con quel prestito, e il bene, alla fine della catena, non torna mai nella disponibilità di chi lo aveva originariamente posseduto.

Non è un’interpretazione polemica, è l’esito aritmetico di tre operazioni concatenate che, prese singolarmente, potrebbero sembrare normale amministrazione, e che sommate raccontano tutt’altro.

Chi siede oggi dall’altra parte del tavolo

Investire SGR non è un piccolo fondo indipendente in balia degli eventi: è controllata al 59% da Banca Finnat Euramerica, storico istituto della famiglia Nattino, con una quota del 12% riconducibile alla famiglia Benetton tramite la holding Regia. Non una proprietà condivisa in parti uguali, quindi, ma un socio di maggioranza affiancato da un secondo azionista di peso, entrambi lontani dal profilo del risparmiatore indifeso che certa narrazione mediatica di queste settimane sembra voler evocare.

Nel bilancio della società al 2023, il valore attribuito allo stabile di via Santa Croce in Gerusalemme superava già i cento milioni di euro, ventiquattro in più rispetto a quanto era costato al momento dell’acquisizione dallo Stato. Nel dicembre scorso, poi, un tribunale ha condannato il Ministero dell’Interno, non la proprietà, a versare oltre 21 milioni di euro più circa 207mila euro al mese per il mancato sgombero disposto già nel 2020: un capitolo di spesa pubblica distinto e separato dai circa 40 milioni oggi discussi per un’eventuale cessione al Comune, cifre che nel dibattito di queste settimane vengono spesso confuse fino a comporre un conto artificialmente più pesante di quanto sia in realtà.

Il progetto di trasformare l’edificio in un albergo per il Giubileo, circolato nel 2023, risulta ormai accantonato: oggi la partita si gioca sul tavolo di una trattativa di vendita che lo stesso fondo, per ora, ha scelto di non voler chiudere.Se lo Stato avesse tenuto un bilancio altrettanto disinvolto con i conti dei cittadini, qualcuno probabilmente ne avrebbe già risposto in tribunale: qui invece il conto lo stanno ancora pagando quattrocento persone che dormono fuori da un palazzo che, a conti fatti, appartiene più a chi lo ha finanziato senza volerlo che a chi oggi lo rivendica come proprio.

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