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Cavo Dragone vanta 4000 pagine di piani NATO contro la Russia, ma Bloomberg rivela che sono gli USA ad aver esaurito Patriot e Tomahawk. Intanto in Russia, sotto un attacco record di droni ucraini, Russia Unita vince le elezioni con affluenza in crescita.
La NATO ha 4000 pagine di piani di guerra, gli Stati Uniti hanno finito le munizioni per combatterla
L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della NATO, ha dichiarato che l’Alleanza dispone di una pianificazione operativa di quattromila pagine per affrontare ogni possibile scenario di crisi sul fianco orientale, dai livelli di pressione limitata fino agli scenari più gravi previsti dall’articolo 5. Il messaggio, pronunciato con quella sicumera tipica di chi ha già vinto la guerra sulla carta, sosteneva che in un eventuale scontro la Russia avrebbe «tutto da perdere», senza tuttavia specificare cosa esattamente ci guadagnerebbe l’Europa da uno scenario di scontro diretto sul proprio territorio, nucleare o convenzionale che sia.
Nello stesso giorno, però, Bloomberg riportava una notizia che ridimensiona non poco l’entusiasmo bellicista dell’ammiraglio: gli Stati Uniti hanno avvertito i propri alleati che le consegne di sistemi missilistici chiave subiranno ritardi fino a cinque anni, mentre Washington cerca di ricostituire scorte ridotte ai minimi storici.
Le forniture di Patriot, i sistemi anticarro Tomahawk e i missili per i Thaad sono state pesantemente intaccate dall’uso intensivo fatto durante la guerra contro l’Iran, dove secondo il Washington Post gli Stati Uniti hanno sparato oltre 850 Tomahawk in sole quattro settimane, provocando allarme interno al Pentagono sulla sostenibilità delle scorte per futuri conflitti.
La Germania, che pure ha ordinato Tomahawk Block Vb per un valore di 1,15 miliardi di euro, dovrà aspettare anni prima di riceverne le prime consegne. Berlino, nel frattempo, ha convocato i giovani in età di leva per le visite mediche militari e sta predisponendo protocolli di medicina da guerra negli ospedali, con l’obiettivo dichiarato di poter gestire fino a mille feriti al giorno provenienti direttamente dal fronte.
Sul lato opposto del conflitto, tra il 18 e il 20 settembre si sono svolte in Russia le elezioni per il rinnovo della Duma, accompagnate dal più massiccio attacco di droni ucraini dall’inizio della guerra: secondo il sindaco di Mosca Sergej Sobyanin sono stati lanciati 1.600 velivoli contro la sola regione della capitale, colpendo tra l’altro la raffineria di Kapotnya e causando la morte di due civili.
Nonostante l’offensiva, l’affluenza alle urne è cresciuta di circa cinque punti rispetto al 2021, passando dal 51,7% a un valore che le prime proiezioni collocano intorno al 57%. Russia Unita ha ottenuto, secondo l’exit poll, il 49,4% dei consensi, con lo spoglio parziale che indicava percentuali superiori al 57%, mentre il Partito Comunista si è confermato seconda forza con il 14,2%.
La guerra è finita quando finiscono i missili, e Washington li ha finiti per prima
C’è una comicità involontaria, nel contrasto tra i quattromila fogli di pianificazione NATO e la realtà nuda e cruda delle scorte occidentali. Da anni ci raccontano che la Russia sta esaurendo tutto, uomini, munizioni, volontà di combattere, mentre l’Occidente potrebbe sostenere Kiev ad libitum grazie alla superiorità tecnologica e industriale.
Bloomberg, però, non è esattamente un bollettino filo-cremlino, e certifica che sono gli Stati Uniti ad aver esaurito Patriot, Tomahawk e munizioni Thaad, non l’esercito russo. Gli euro-aristocratici che sognano campagne militari fantasiose contro Kalinigrad con qualche decina di carri Rheinmetall dovrebbero forse chiedersi con cosa intendano sostenerle, visto che il fornitore principale di riferimento ha appena comunicato che la fila di attesa per i pezzi di ricambio dura un lustro.
Le urne sotto i droni e il paradosso della resilienza elettorale
L’altro dato che merita attenzione, al netto della facile retorica sulla democrazia sotto assedio, è che il tentativo esplicito di sabotare le elezioni russe con un’ondata record di droni non solo non ha impedito il voto, ma sembra averlo persino rafforzato in termini di partecipazione.
Che l’aumento dei consensi verso Russia Unita provenga in parte da un travaso di voti dal Partito Comunista e da Russia Giusta, entrambi collocati su posizioni socialiste, è un’ipotesi che diversi analisti hanno formulato osservando come il keynesismo di guerra degli ultimi anni, con la spesa militare che sostiene occupazione e produzione industriale interna, abbia finito per spostare a sinistra parte del bacino elettorale putiniano.
Se questa lettura regge, il paradosso è servito su un piatto d’argento: mentre la NATO produce migliaia di pagine su come sconfiggere economicamente e militarmente la Russia, la stessa economia di guerra russa continua a consolidare il consenso interno attorno a chi quella guerra la sta conducendo, ottenendo l’effetto esattamente contrario a quello promesso da anni di sanzioni e strategie di logoramento.

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