La CDU di Merz sparisce dal Meclemburgo, lui lo chiama disastro ma resta al suo posto

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La CDU di Merz crolla al 4,9% in Meclemburgo-Pomerania, fuori dal parlamento per la prima volta nella storia tedesca, mentre l’AfD vince con il 38,2%. A Berlino trionfa la Linke. Merz parla di disastro ma esclude le dimissioni: il partito lo sta già mettendo in discussione.

La CDU sparisce dal Meclemburgo, Merz chiama disastro ciò che i suoi vogliono chiamare game over

La Germania ha votato contemporaneamente nel Land del Meclemburgo-Pomerania e a Berlino, e i risultati hanno prodotto quello che lo stesso cancelliere Friedrich Merz ha definito, senza mezzi termini, «un disastro». Nel Meclemburgo-Pomerania l’Unione Cristiano-Democratica è crollata al 4,9%, restando per la prima volta nella storia della Repubblica Federale sotto la soglia di sbarramento del 5% ed esclusa dal parlamento regionale.

Alternative für Deutschland, il partito di estrema destra, ha vinto con il 38,2% dei voti, mentre il Partito Socialdemocratico ha salvato la propria tenuta storica fermandosi al 35,4%, dietro l’AfD ma nettamente sopra il tracollo democristiano. Il risultato arriva appena due settimane dopo lo shock elettorale del 6 settembre in Sassonia-Anhalt, dove l’AfD aveva sfiorato la maggioranza assoluta, e conferma un radicamento dell’estrema destra nel nord-est tedesco che il settimanale Der Spiegel definisce ormai strutturale, non congiunturale.

A Berlino, capitale che è al tempo stesso città e Land con proprio parlamento regionale, il verdetto è opposto: la sinistra della Linke ha trionfato con il 25,1%, trainata dalla candidata Elif Eralp, deputata dal 2021, che ha costruito la propria campagna sul diritto alla casa in una città schiacciata dal caro affitti e dalla carenza di alloggi accessibili. La CDU è arrivata seconda intorno al 20%, in calo di circa otto punti rispetto al 2023, quando aveva espresso il sindaco uscente Kai Wegner, che questa volta non si è nemmeno ricandidato.

AfD e Verdi si contendono a Berlino il terzo posto, entrambi tra il 14 e il 16%. Merz, parlando dalla sede del partito a Berlino, ha ammesso che «non c’è modo di abbellire» il dato del Meclemburgo, ha detto che la CDU è stata «schiacciata dalla polarizzazione tra SPD e AfD», ma ha escluso categoricamente qualsiasi ipotesi di dimissioni, promettendo di affrontare la crisi «con le riforme». La co-leader dell’AfD Alice Weidel ha invece invitato pubblicamente Merz a «trarre le conclusioni» e ad abbandonare il cosiddetto cordone sanitario che impedisce ogni collaborazione istituzionale con l’estrema destra.

Sotto soglia anche l’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW), la formazione nata nel 2024 dalla scissione della Linke su posizioni critiche verso il riarmo e l’immigrazione: si è fermata al 4,8%, a un soffio dal 5% necessario per entrare nel parlamento regionale, esattamente come la CDU. Un dato che certifica quanto il quadro politico tedesco resti frammentato anche oltre il duello AfD-SPD.

Un partito che sparisce dalla mappa e un cancelliere che resta al suo posto

Il dato che merita di essere isolato, al netto della cronaca elettorale, è la dimensione storica del crollo democristiano. Non si tratta di un calo fisiologico dovuto all’impopolarità di un governo in carica da poco più di un anno, ma della prima esclusione assoluta della CDU da un parlamento regionale tedesco dal dopoguerra a oggi. È un evento che avrebbe dovuto, in una qualunque democrazia parlamentare con un minimo di senso della proporzione, produrre conseguenze immediate sulla leadership del partito.

Merz, invece, si presenta davanti alle telecamere, pronuncia la parola disastro con la disinvoltura di chi commenta un risultato sportivo negativo ma recuperabile, e chiude il discorso escludendo ogni ipotesi di passo indietro. Il problema è che la sua permanenza a Palazzo Chigi, versione tedesca, non dipende esclusivamente dalla sua volontà: in Germania un cancelliere si sostituisce solo attraverso un voto di sfiducia costruttiva che elegga contestualmente un successore con la maggioranza del Bundestag, meccanismo che non si è mai attivato con successo dal 1974, quando Helmut Schmidt sostituì Willy Brandt.

La sinistra vince a Berlino, ma il paese vota altrove

C’è però un rischio concreto nel leggere questa tornata elettorale come un semplice bollettino di guerra tra estremi opposti che si spartiscono le macerie del centro democristiano. Il successo della Linke a Berlino, costruito su un tema concreto e sentito come la crisi abitativa, dimostra che esiste ancora spazio elettorale per una proposta politica che parli di condizioni materiali reali piuttosto che di identità culturale contrapposta.

Ma Berlino non è la Germania profonda, ed è proprio nel Meclemburgo-Pomerania, uno stato rurale del nord-est dove l’SPD governa ininterrottamente dal 1998 grazie soprattutto alla popolarità personale della presidente uscente Manuela Schwesig, che si misura davvero la temperatura del malessere sociale tedesco.

Che in quello stesso territorio l’AfD abbia scavalcato un partito storico della destra moderata tedesca, relegandolo fuori dal parlamento, racconta una polarizzazione che il cordone sanitario di Berlino può ancora contenere sul piano formale, ma che sul piano sostanziale sta già ridisegnando gli equilibri di potere regionali uno dopo l’altro. Merz può continuare a definirsi presidente e cancelliere quanto vuole. La domanda che la sua stessa base elettorale gli sta ponendo, sempre più apertamente, è per quanto ancora potrà permetterselo.

Il tracollo del BSW merita invece un’analisi breve più severa. Nato per intercettare il malcontento verso il riarmo e le politiche migratorie da posizioni di sinistra, il partito di Wagenknecht sta scoprendo ciò che la storia insegna da sempre: senza un radicamento organizzativo reale sul territorio, la sola coerenza ideologica non basta a garantire la sopravvivenza elettorale, specie quando l’AfD occupa già saldamente lo stesso spazio di protesta.

 

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