L’Italia in guerra silenziosa nel Golfo: è normale scoprirlo solo quando un caccia esplode?

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Da marzo l’Italia ha quasi 700 militari tra Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati, con Eurofighter e batterie SAMP-T, senza nuova autorizzazione parlamentare grazie a un cavillo del Decreto Missioni. Solo ora, con un caccia colpito a Ta’if, il governo chiede una valutazione.

L’Italia ha quasi settecento militari in Arabia Saudita da marzo, e il Parlamento lo scopre solo ora che un caccia è saltato in aria

Dalla seconda metà di marzo 2026 la Difesa italiana ha schierato in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein la Task Force Air-Arabia, comandata dal colonnello Michele Schiavi: circa quattrocento militari dell’Aeronautica con quattro Eurofighter F-2000A, un velivolo radar E-550A CAEW, aerei da trasporto C-130J e KC-130J, un radar AN/TPS-77 e il sistema antidrone Acus di Leonardo.

Accanto a questa componente aerea opera la Task Force Land, circa trecento uomini dell’Esercito distribuiti tra Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, dotati di una batteria missilistica terra-aria SAMP-T, radar Kronos e una batteria di cannoni a tiro rapido Skynex, sistemi anti-drone e anti-missile già collaudati sul fronte ucraino.

Il totale del contingente, secondo le ricostruzioni giornalistiche di Fausto Biloslavo su Il Giornale poi confermate dal ministero della Difesa, oscilla tra i seicentosessanta e i settecento militari. La missione era stata resa possibile senza un nuovo passaggio parlamentare grazie a una modifica del Decreto Missioni voluta dal governo Meloni, che indica la presenza delle forze armate non più per singolo paese ma per area geografica, permettendo trasferimenti interni al perimetro del Golfo senza che il Parlamento debba autorizzarli nuovamente, purché il numero complessivo di uomini e mezzi resti invariato.

Il 17 e 18 settembre un Eurofighter F-2000 italiano è stato colpito e danneggiato durante attacchi Houthi contro la base aerea di Ta’if, la stessa che ospita il grosso del dispositivo italiano, senza vittime tra il personale. Il giorno successivo, tra il 18 e il 19 settembre, i ribelli yemeniti hanno colpito per la prima volta in questo ciclo di conflitto la capitale Riyadh, incendiando un deposito di carburante Aramco a ridosso dell’aeroporto internazionale King Khalid, provocando secondo fonti saudite settantatré feriti non ancora verificati in modo indipendente e gravi disagi al traffico aereo regionale.

Nello stesso periodo Washington ha approvato una vendita di sistemi d’arma a Riyadh del valore di 24,3 miliardi di dollari, comprendente quasi cinquanta caccia F-35, con la motivazione ufficiale di aiutare l’Arabia Saudita a «scoraggiare minacce attuali e future». Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha nel frattempo chiesto ai vertici militari una valutazione operativa sulla sicurezza del Mar Rosso e un piano per garantire il transito delle navi di «interesse nazionale» attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb, dove la fregata Bergamini ha già scortato il mercantile Jolly Oro e altre dieci navi italiane hanno chiesto protezione analoga.

Chi ha deciso, e con quale mandato

Il punto che merita di essere isolato dalla cronaca militare non è la legittimità in astratto di un impegno italiano a fianco delle monarchie del Golfo contro le minacce missilistiche iraniane, questione su cui esistono ragioni geopolitiche più che discutibili ma comprensibili. Il punto è che questo impegno, con equipaggi e mezzi da combattimento reali esposti a un rischio concreto, oggi materializzato con un caccia colpito, è stato reso possibile da un espediente normativo che ha sottratto al Parlamento il controllo puntuale su dove e con quali compiti vengono impiegate le forze armate italiane all’estero.

La Task Force Air-Arabia non è la prosecuzione della precedente missione Air-Kuwait, autorizzata dalle Camere contro le residue milizie dello Stato Islamico in Iraq: è un dispositivo nuovo, con armamenti nuovi e un perimetro operativo che oggi include, di fatto, la difesa aerea saudita contro l’Iran e i suoi alleati regionali, materia enormemente più delicata di un’operazione anti-terrorismo residuale.

Il conto lo pagano i contribuenti, i rischi li corre chi non è mai stato interpellato

Collaborare operativamente con Riyadh nelle sue difese contro gli Houthi trasforma automaticamente anche i mercantili italiani in transito da Bab el-Mandeb in bersagli potenziali, per quanto Ansarallah abbia finora dichiarato di voler colpire esclusivamente naviglio saudita. Che il ministro della Difesa chieda solo ora, a caccia già colpito, una valutazione della situazione nel Mar Rosso e un piano di protezione per le navi nazionali, dice più di qualunque discorso ufficiale sulla reale sequenza con cui queste decisioni sono state prese: prima si dispiega il dispositivo, poi si contano i danni, infine si valuta se servisse un’autorizzazione più solida.

Considerando che l’Arabia Saudita dispone di circa quattrocentocinquanta velivoli da combattimento propri, più del doppio dell’intera flotta italiana, e di risorse finanziarie tali da acquistare cinquanta F-35 in un colpo solo, la domanda che il Parlamento dovrebbe porre a Crosetto e Meloni non riguarda l’utilità marginale che quattro Eurofighter italiani possono offrire a una potenza teoricamente già iperarmata. Riguarda perché militari italiani vengano esposti a un fronte di guerra reale, con equipaggiamenti costosi e vite umane in gioco, sulla base di un cavillo amministrativo pensato apposta per evitare il dibattito pubblico che una scelta di questa portata avrebbe sempre meritato.

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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