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Zoro diventa il simbolo di un progressismo televisivo che trasforma il linguaggio popolare in distintivo di élite: ironia, dialetto e anticonformismo diventano formule del mainstream. La sua lettura della guerra in Ucraina completa questo cortocircuito culturale.
Il caciarone di regime
La proliferazione delle subculture legate agli stati d’animo personali, tipica degli anni Ottanta, e la contemporanea istituzionalizzazione del pop, hanno generato “soggetti” come Diego Bianchi, in arte Zoro. Il suo portamento è figlio di quell’ecumenica esperienza che fu la Rai 3 di Angelo Guglielmi. In quel contesto si forgiò una subcultura progressista, così tanto autocompiaciuta per la propria scomodità scorrevole da diventare in breve tempo l’abbecedario per eccellenza del mainstream.
Quella Rai 3 diventò il punto di riferimento dei colletti bianchi più progrediti, sentimentalmente newyorkesi, ansiosi di sperimentare il loro giulivo cinismo in contesti internazionali tra viaggi Erasmus, open space e business school.
Editò un vero e proprio managerialismo di sinistra, nobilitato da un vago approccio artistico all’esistenza. Apparve questo nuovo prototipo umano, un flâneur del postfordismo, continuamente ammaliato dallo spirito pioneristico dei primi creativi della Silicon Valley, consumatore responsabile, attivista di sé stesso, convinto di saper governare con sagacia la struttura reticolare data dalle nuove tecnologie.
Ecco, Zoro è il punto di riferimento assoluto di questi riformatori illuminati, stanchi di studiare ma sempre pronti a spiegare, di questo conformismo pensoso che oggi si è diffuso capillarmente, tanto da ordinare quel “saper essere” preteso dal galateo del totalitarismo liberale.
Zoro governa l’universo della pappa pronta nel quale una decina di vedette, con il loro fare caciarone e dialettofono, ma al contempo intellettualmente disilluso e concettualmente hollywoodiano, impongono argomenti e sceneggiature, codificano regole di civiltà e selezionano le classi parlanti, le sole legittimate ad apparire.
Tra le quali non rientrano di certo i bifolchi paesani incrociati da Christian Raimo, una sorta di alter ego letterario di Zoro, che hanno disturbato, con la loro chiassosa e patriarcale presenza, le passeggiate turistiche dello scrittore. Zoro, Raimo, con la loro fedele compagnia di giro, sono gli araldi di questo capitalismo che specula sul sapere e sull’intrattenimento, formattando questa mondanità culturale o questi contenuti televisivi, ridanciani e inclusivi, paragonabili a vere e proprie start up imprenditoriali.
Si muovono leggeri, inorgogliti dal prestigio del loro capitale sociale, rappresentato da una cerchia di personaggi abili nel veicolare una disinvoltura artificiosamente popolare. Il ricorso esasperato ed esasperante della cadenza romana costruisce, paradossalmente, un’estetica elitaria, segno di arroganza aristocratica, nel momento in cui si vorrebbe sottolineare che il volgare, in stile carnascialesco, quando è utilizzato dall’amichettismo evoluto, diventa suono ammiccante, segno distintivo del gruppo ristretto al quale è assai difficile accedere.
Impaginano uno specifico ordine simbolico con cui il consumatore viene assoggettato al dominio del presente, pensando però di andare intelligentemente controcorrente, di essere intellettualmente un anticonformista.
Non c’è da sorprendersi insomma dell’elegia di Zoro per la causa ucraina, del paragone tra essa e la Resistenza al nazifascismo. I suoi riferimenti culturali navigano tra Nanni Moretti, Gabriele Muccino e Ferzan Özpetek. Tra le famiglie prestigiose dei Parioli, le passeggiate accademiche di Monteverde Vecchio e le squisite cene in terrazza della bella gioventù.
Una gioventù ormai arruolata, con simpatia contagiosa, dalle svastiche in guerra. Insomma, viva la Liberazione.

* Dalle riflessioni social di Ferdinando Pastore
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