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giovedì 19 Maggio 2022
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L’Italia a un passo dal baratro della…riforma del catasto

Qualche giorno fa, votando contro la riforma del catasto e arrivando a un passo dal far cadere il governo, la destra italiana si è ancora una volta dimostrata, per fortuna, all’altezza dei fatti seri e tragici (tragici e criminali, da una parte; tragici e innocenti, dall’altra) che si susseguono sui fronti orientali.

Riforma del catasto: perché questa crisi sfiorata?

Uno dei primi catasti in Europa fu istituito da Giovanni di Bicci de’ Medici, padre di Cosimo il Vecchio e capostipite della casata: fu il primo Medici a stabilirsi in città, e a conciliare un patrimonio personale in clamorosa espansione con abilità politiche e grandi committenze artistiche.

Semplificando un po’: mentre fino a quel momento i fiorentini avevano tasse sui consumi prelevate in ugual misura da tutti, senza badare al censo (una specie di Iva), Giovanni di Bicci decise di calibrare le imposte su entrate, rendite e possedimenti delle singole famiglie (una specie di – aaaargh!patrimoniale).

Fu un’idea dettata da calcolo politico: avrebbe intaccato la propria ricchezza, ma anche quella degli avversari, le grandi famiglie degli Strozzi e degli Albizi; ottenendo in cambio, a differenza loro, un’enorme popolarità.

All’alba del Rinascimento, poteva succedere che, oltre ovviamente ai ceti subalterni, anche il “Popolo” (con il cui termine, al tempo, non s’intendeva zia Beppina, virologa e esperta di politica internazionale, bensì l’ormai potente ceto borghese di artigiani e imprenditori) vedesse di buon grado un dimagrimento dei patrimoni degli ultraricchi, e poteva succedere che fossero addirittura gli stessi ultraricchi, magari per ragioni demagogiche ma con uguale risultato, a autotassarsi.

Ma ci sono nessi, tra quel vecchio catasto e la proposta attuale?

Per caso adesso, in questa proposta di riforma del catasto, il governo vuol mettere ancora una volta le mani nelle tasche degli italiani? Non proprio: a quanto sembra vorrebbe semplicemente, dopo trentadue anni, una nuova mappatura degli immobili, per un semplice adeguamento dei valori catastali e della rendita patrimoniale agli attuali prezzi di mercato; e più di un ministro ha già dichiarato, in ginocchio e a mani giunte, che non ci saranno conseguenze fiscali.

La parte liberal garantista che alloggia in me, largamente minoritaria ma rispettosa degli amici antistatali che pure ho, teme che il progetto catasto sia l’ennesimo trucco per raddoppiare l’Imu a chi, dopo decenni di onesto lavoro, si è permesso un trilocale in riviera, come se non fosse già abbastanza gravoso il carico di tasse di successione e spese fisse.

La parte engelsiana, o forse banalmente legalitaria, non capisce, invece, cos’abbia da temere chi ha levato all’istante gli scudi contro il Soviet supremo del governo Draghi; e non vuole pensare, la parte engelsiana, che quella della destra sia una strizzata d’occhio – anche perché, per fortuna, non è mai successo prima – a chi magari dispone di immobili non dichiarati per i quali non vengono pagate tasse, o di aree non edificabili che poi sono diventate edificabili, aumentando notevolmente di valore, o di immobili magari posseduti a propria insaputa, o persino, ma qua siamo fuori dalla realtà, di immobili abusivi.

La parte engelsiana vuol pensare che quella della destra sia stata la sacrosanta ribellione a un provvedimento ingiusto, e non la chiamata a raccolta dell’esercito dei furbi, irritato all’idea di essere scoperto – senza nemmeno che sia prevista un’ammenda; solo per il fatto, effettivamente sgradevole, di essere scoperto.

È di certo rassicurante, che in questa fase caotica e pericolosa, in questa generale crisi di lucidità e competenze, almeno la destra italiana, affatto disorientata per essere stata fino a due settimane fa, dal Lettone di Villa Certosa all’hotel Metropol di Mosca, amica per la pelle di un autocrate psicopatico, e probabilmente rinfrancata dal fatto che in caso di attacco nucleare uno dei pochi luoghi risparmiati dall’ecatombe sarebbe Forte dei Marmi, mantenga ben salda la sua scala di valori.

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Giulio Pedani
Giulio Pedani
Ha scritto su Corriere Fiorentino, Minima & Moralia, L’Indiscreto, Il Libraio, L’Inquieto, Pastrengo, Narrandom. Il suo primo romanzo “L’Iguana era a pezzi” (selezionato per il premio Campiello) è uscito per Effequ nel 2019. È tra i fondatori della rivista culturale Eccetera Magazine.

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