Lo scollamento tra il mondo reale e i liberal-progressisti stile Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare

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Un ceto progressista, incapace di leggere i bisogni reali, ha bollato il popolo come fascista per giustificare il proprio disprezzo, svuotando la democrazia. Ma questo non assolve derive xenofobe e vannacciane: la rabbia colpisce sinistra e migranti, mai il padrone che la alimenta.

Il ceto intellettuale progressista e la sua invenzione del popolo fascista

La frattura tra la classe politica progressista e la realtà che pretende di rappresentare non nasce ieri. Nasce da una politica incapace di leggere i bisogni concreti delle persone, rinchiusa in un repertorio di formule ideologiche svuotate fino a diventare puro rituale di appartenenza: frasi fatte da recitare per certificare la propria collocazione “di sinistra”, “progressista”, implicitamente superiore. Segnali di riconoscimento tribale più che contenuti politici, utili soprattutto a marcare la distanza dal “popolo”, categoria trattata ormai come sinonimo di ignoranza da correggere.

Da lì la frattura si è allargata, includendo un intero ceto intellettuale che ha trasformato ogni domanda sociale legittima in un sospetto di reazionarietà, quando non di pura stupidità elevata a categoria politica. Un ceto che si è autoproclamato depositario esclusivo della competenza, costruendo la propria identità sulla distinzione netta dalla massa indistinta — massa i cui membri, va detto, spesso possiedono doti personali ben più solide di quelle ereditate per via familiare da chi si erge a giudice della loro ignoranza.

L’invenzione di un popolo fascista per giustificare il proprio disprezzo

Per sostenere la propria autorappresentazione da élite illuminata, questo ceto ha avuto bisogno di costruirsi un nemico su misura: un popolo immaginato come melma indistinta, mossa da pulsioni oscure e reazionarie, intrinsecamente ostile al progresso. L’intera classe operaia superstite è stata archiviata d’ufficio nella casella del fascismo, del razzismo, dell’omofobia — con la beffa finale che proprio Mirafiori, cuore simbolico della classe operaia italiana, ha finito per orientarsi verso Giorgia Meloni, capolavoro involontario di una strategia comunicativa costruita a tavolino da chi il popolo lo osservava solo dallo schermo del telegiornale, quotidiano colto sotto braccio, mai per strada.

Quello che questa rappresentazione non è mai riuscita a includere è la trasformazione reale avvenuta nel frattempo: un popolo diventato, con tutte le contraddizioni e i limiti del caso, più istruito, più capace di analisi critica, dotato di una coscienza storica che il ceto intellettuale progressista continua sistematicamente a ignorare, prigioniero com’è di semplificazioni, moralismi e banalizzazioni che gli impediscono di vedere ciò che ha davanti.

Analizzare le cause non significa giustificare

Va detto con chiarezza, prima di proseguire, che questa riflessione non intende in alcun modo assolvere le derive forconesche, vannacciane, xenofobe che pure attraversano una parte di quello stesso popolo. Chi scalpita come un toro ingabbiato di fronte al drappo rosso agitato ad arte davanti ai suoi occhi non merita comprensione acritica solo perché vittima di uno scollamento reale: il drappo, va detto, è tutto fuorché casuale, ed è agitato apposta perché la rabbia si scarichi sulla sinistra o sull’immigrato di turno, mai sul padrone che quella rabbia l’ha generata e continua a coltivarla per proprio tornaconto. Riconoscere l’errore diagnostico del ceto intellettuale progressista non equivale a certificare come sana ogni reazione che ne è seguita: significa solo rifiutarsi di confondere la causa con l’effetto, e di scambiare il sintomo per il male.

Dalla svalutazione della democrazia all’odio per il suffragio universale

Da questa rappresentazione deformata sono derivate due conseguenze pressoché inevitabili. La prima riguarda lo svuotamento dei processi democratici: i centri decisionali sono stati progressivamente trasferiti verso sedi sottratte al controllo popolare, e l’Unione europea ne è l’esempio più compiuto. Al posto di un’Europa dei popoli, democratica nella sostanza oltre che nella forma, si è costruita un’Europa delle élite, popolata da figure che per genealogia familiare e stile di governo ricordano più l’ancien régime che il ventunesimo secolo.

Quando le elezioni davano un esito sgradito, i giochi di palazzo garantivano comunque la continuità al potere di chi le aveva perse: un meccanismo che ha prodotto disaffezione crescente, tassi di astensione allarmanti e lo spostamento verso destra di larghe fette di elettorato tradizionalmente progressista, che a quel punto non si sentiva più rappresentato da nessuno.

La seconda conseguenza è ancora più inquietante: nei ceti che si autodefiniscono democratici e progressisti è maturata un’ostilità sempre più esplicita verso il suffragio universale in sé. Non si tratta di uscite isolate di qualche intellettuale marginale: è un pensiero che circola apertamente nel dibattito politico e culturale progressista, sostenuto da chi resta attaccato ai propri pregiudizi con la stessa ostinazione di una cozza allo scoglio, privo di qualunque contatto reale con il paese che pretende di analizzare.

Difficile, a questo punto, distinguere con chiarezza chi minacci davvero l’impianto costituzionale — quello che sancisce la sovranità popolare, esercitata nei limiti della legge — se non proprio chi continua a evocare il fascismo come clava retorica contro chiunque non condivida le proprie posizioni. Cosa abbiano in comune questi intellettuali con le figure storiche del pensiero democratico e antifascista italiano resta, onestamente, un mistero irrisolto.

Il risultato è un solco che si allarga di anno in anno, trasformando il ceto intellettuale progressista in un corpo sempre più estraneo al paese reale, mentre proprio quel popolo che continuano a descrivere come massa manipolabile dimostra, nei fatti, una capacità di giudizio e un senso della realtà largamente superiori a quelli di chi lo osserva dall’alto. Un tempo gli intellettuali avevano la funzione di intercettare le tensioni sociali emergenti e trasformarle, con sguardo critico, in prospettive di cambiamento condivisibile.

Oggi, in troppi casi, sono ridotti a maestrini stanchi che ripetono se stessi in un circuito chiuso, piccoli censori convinti di combattere il fascismo mentre ne replicano, senza accorgersene, l’istinto più profondo: il disprezzo per chi la pensa diversamente e per il verdetto, spesso scomodo, delle urne.

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Alex Marquez
Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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