In pochi giorni Open, partner fact-checking di Facebook, pubblica notizie senza verificarne la veridicità, in una forma aggiornata di giornalismo militante.
Quando il giornalismo è militante
Enrico Mentana e la sua “creatura” Open, sono indubbiamente tra gli alfieri di maggior spicco, del giornalismo testosteronico italico. Quel tipo di giornalismo che, dall’inizio della guerra in Ucraina, addita di negazionismo e scarso discernimento chiunque non si genufletta su un tappeto, rivolgendosi in direzione di Kiev, proclamando insulti quotidiani verso Putin.
Il quale, sia chiaro, se li merita, ma il giornalismo fa altro. Un conto è sostenere il popolo ucraino, un conto è la corsa alla beatificazione di Zelensky.
Presidente discusso e discutibile in patria fino allo scorso 24 Febbraio, cosa notata persino dalla Stampa, giornale saldamente filo-Nato. Questo giornalismo tutto tastiera ed elmetto, mandando in soffitta analisi e riflessioni, prima o poi incappa nella figuraccia, anzi in più figuracce.
Così Open, partner italiano nella lotta alla disinformazione di Facebook (sic), pubblica in poche ore delle notizie, senza verificarne la fonte e la veridicità. Un articolo di Panorama mette in luce l’elenco delle “sole” di Mentana e C.
Il primo caso è l’immagine del cadavere di una donna, sfregiato da una svastica incisa sul ventre. La foto era stata postata, lo scorso 3 Aprile, da una deputata ucraina su Twitter, ri twittata dal consigliere capo di Zelensky, il giorno dopo, dove scrive: «Il corpo di una ragazza torturata a Gostomel». Open la pubblica il 5 Aprile. Solo che la foto è stata scattata a Mariupol, in una scuola che era la sede del famigerato battaglione nazista Azov.
Open rettifica il luogo ma omette il dettaglio che le torture siano state inflitte, probabilmente, da mano ucraina. Anche la deputata e il consigliere capo, cancellano il post. Non si sa mai.
Mentana si ripete, con un altra storia dell’orrore. Qui una ragazza di nome Alina, racconta di fucilazioni sommarie e di stupri su bambini. Il racconto era stato pubblicato da Alina ( guarda il caso) Dubovska, giornalista della testata ucraina Public, la quale incalzata dalle richieste di approfondimenti, ha candidamente fatto marcia indietro affermando che la storia gli è stata raccontata da “suo cugino”. Si avete letto bene. Il quale cugino, ovviamente non se la sente di testimoniare in prima persona.
Infine, per non farci mancare nulla, Open pubblica le foto del battaglione russo Asanbekovich. Sarebbero loro, gli autori della strage di Bucha.
Invece quelle foto, dove vi sono giovanissimi militari sorridenti, risalgono al 2019. Il giornalista del Manifesto, Luigi De Biase, scopre che si tratta di un gruppo di coscritti. Hanno lasciato l’esercito da mesi. Non sono mai stati in Ucraina.
Open non si limita nel pubblicare a vanvera. Pratica anche una bella opera di copia e incolla, estraendo da un post della fotoreporter Francesca Gorzanelli un articolo sul presunto furto di 133 sostanze radioattive da Chernobyl.
La Gorzanelli, che da 7 anni fa reportage dalla centrale nucleare, precisa che non ha mai rilasciato interviste ad Open. Che ne era completamente all’oscuro, e che appunto «Open ha preso un mio post, ne ha fatto un taglia e cuci con mezzo screenshot annesso e poi ha creato il suo articolo» .
Dal paese della libera informazione è tutto.
Cartoline da Salò: un anno marchiato dalle stimmate della pandemia
Leggi anche
- La sinistra e la questione morale della guerra
- La riduzione ad hitlerum: “C’è il male assoluto, cosa vuoi discutere?”
- L’assenza del “fare gioco” e il sentimento della vergogna nel Papa
- Pensare la guerra. Sulla sopravvivenza della filosofia
- Del filonazista Stepan Bandera, eroe nazionale dell’Ucraina
- L’emarginazione e la cancellazione della politica
- Guerra, chi non segue il carrozzone è “fauna da talk” per Repubblica
- I valori occidentali non negoziabili e la compagnia di giro nei talk show politici
- Guerra e crisi economica la pagano sempre i lavoratori
- Cartoline da Salò: il nuovo libro di Alexandro Sabetti













