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giovedì 12 Maggio 2022
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I no-pax e la catastrofe etico-politica della guerra

“Ci spingono verso la guerra cancellando con un colpo di spugna ogni complessità del reale: possiamo chiamarlo il fenomeno dei no-pax.”

I no-pax e la catastrofe etico-politica della guerra

Sono tempi duri per la filosofia. Deve pensarlo anche Donatella Di Cesare che dopo aver lottato per dimostrare che la filosofia è un’attività razionale, salvandola dalle figuracce mediatiche senili dei vari Cacciari ed Agamben durante la pandemia, si trova ora improvvisamente messa alla berlina per le sue “assurde” posizioni pacifiste.

E, invero, sono tempi assai curiosi e tristi quelli in cui intellettuali del calibro di Di Cesare, Canfora e Montanari possono essere sbeffeggiati da un Gramellini qualunque non perché, si badi, essi abbiano torto, ma perché con loro sarebbe “impossibile ogni dialogo”, in quanto negherebbero “fatti oggettivi” e la “logica”, insomma si comporterebbero in modo totalmente irrazionale.

Siamo a questo: intellettuali pacifisti trattati alla stregua di un Cacciari che inventa premi nobel inesistenti, o di un Agamben che non sa leggere le statistiche più banali. Anzi, qualcuno già sostiene che siano in fondo la stessa cosa: i pacifisti come i no vax, gente con cui non ha senso discutere e la cui “follia” ed “estremismo” va semplicemente sanzionata se non ridotta proprio al silenzio. Ora, forse è bene fermarsi un secondo e ponderare meglio quello che sta accadendo.

Luciano Canfora

Dalla “guerra alla pandemia” alla “guerra come pandemia”

La pandemia ha mostrato una grave e forse irreversibile crisi della razionalità dei sistemi democratici, la reazione alla crisi globale è stata infatti caratterizzata da forme speculari di irrazionalismo e paranoia: a quella dei no-vax, col loro rifiuto frontale e assurdo delle fonti ufficiali, del dibattito scientifico e delle politiche sanitarie, ha fatto da contraltare un atteggiamento unanimistico dei mass media che hanno progressivamente concentrato la propria narrazione su questo “nemico pubblico” assurto a causa di ogni male.

Una narrazione che non era totalmente falsa – la necessità di proteggere i soggetti fragili, di assumere un atteggiamento responsabile come individui e collettività costituivano problemi reali – ma che era senz’altro interessata, in quanto non tutte le scelte dei governi erano giustificabili in termini tecnico-scientifici, molte erano guidate dall’esigenza politica di non stravolgere completamente le nostre economie.

A far difetto, tanto alle paranoie no vax, quanto alle narrazioni mainstream, era una lettura di classe della crisi. L’adesione della sinistra istituzionale alle decisioni governative, d’altro canto, è avvenuta proprio perché si è dovuto tenere conto dei rapporti di forza esistenti.

Sicuramente una gestione socialista della pandemia sarebbe stata più razionale, coerente e giusta, avrebbe impedito che il costo della lotta al covid-19 venisse in gran parte scaricato sulle classi lavoratrici, così come la crescita dei profitti e delle disuguaglianze che invece abbiamo dovuto registrare. Ma pretendere il socialismo dal giorno alla notte mentre le persone morivano nelle terapie intensive non era un’opzione plausibile.

Occorre riflettere su tutto questo oggi perché ci troviamo a fronteggiare una crisi potenzialmente ancora più devastante in un clima che, di nuovo, denuncia una spaventosa assenza di razionalità e una curvatura pericolosa dell’opinione pubblica.

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Dalla rischiosa e problematica “militarizzazione” del discorso pubblico durante la pandemia stiamo passando puramente e semplicemente alla celebrazione del militarismo: la forma del discorso pubblico diventa anche oggetto del discorso pubblico. La torsione irrazionale della democrazia rischia di diventarne la tomba.

Quando Flores D’Arcais scrive che i pacifisti sono “sovradeterminati dal riflesso condizionato” di dare addosso ai governi e li accusa di contribuire alla morte della democrazia per via di fallacie logiche, dovrebbe guardarsi allo specchio.

Abbiamo sostenuto responsabilmente governi chiaramente antipopolari durante l’emergenza pandemica, non li sosterremo a scatola chiusa di fronte ad un possibile conflitto globale.

Soprattutto quando si dice esplicitamente che è “assurdo” non dare carta bianca al governo per mandare aerei e truppe in Ucraina e fare guerra alla Russia. Per parafrasare una memorabile uscita dello stesso Flores D’Arcais sarebbe ora che certi filosofi la smettessero di essere sovradeterminati dalle cazzate. (Paolo Flores d’Arcais, “Filosofia e virus: le farneticazioni di Giorgio Agamben” (Micromega, 16 marzo, 2020). Come si ricorderà Flores d’Arcais aveva definito quella di Agamben una “filosofia del cazzo.”)

Parliamo di un mondo in cui intellettuali di sinistra possono avallare il riarmo generalizzato al grido di “il pacifismo non è un’opzione” in cui i pacifisti vengono trattati alla stregua di idioti imbottiti di fake news e propaganda filo-putiniana, in cui ogni analisi di realtà viene resa impossibile da un inquietante clima interventista in cui wishful thinking e pragmatica rassegnazione all’apocalisse sembrano coincidere.

Protestiamo: la pace è un’opzione, è ancora e sempre anzi l’unica vera opzione di sinistra. Bisogna però fare chiarezza e per farla, come al solito, c’è bisogno di lucida e fredda analisi, non di sparate emotive.

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Ovviamente, chi aveva abdicato all’analisi di classe in tempi di pandemia continuerà a farsi portatore di una visione complottista in cui la guerra non sarebbe che l’ennesimo “trucco” dei “potenti” per asservire i popoli, i media mainstream ormai “allenati” alla caccia al no-vax avrebbero solo cambiato “nemico” e si muoverebbero come prima cercando di reprimere il “dissenso”.

Non a caso quelli che cercavano informazioni “alternative” sui vaccini nei gruppi telegram e finivano in pasto ad imbonitori di ogni tipo oggi rilanciano le fake news dei russi e dell’area rossobruna, sovranista e alt-right.

Meno evidente, ma molto più significativo, è invece lo spostamento di coloro che oggi, purtroppo anche a sinistra, ci spingono verso la guerra cancellando con un colpo di spugna ogni complessità del reale, inseguendo vaghi e confusi ideali di “libertà” mentre si atteggiano a pragmatici e concreti confortati da media che mai come oggi appaiono indistinguibili dalle sciocchezze complottiste che hanno irriso fino all’altro ieri.

Possiamo chiamarlo il fenomeno dei no-pax, persone che abdicano a tutto l’armamentario concettuale della sinistra e si consegnano integralmente alla narrazione delle classi dominanti e dei media compiacenti.

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In questo i no-pax sono oggettivamente molto più pericolosi dei no-vax. Perché l’isterismo no vax era dovuto al rifiuto del ruolo dello Stato, della tecnica e della scienza nel fronteggiare un evento, il morbo, di cui non si riusciva a dare ragione se non attraverso le categorie svuotate di ogni significato empirico del “potere”, del “controllo” e del “profitto” (anche quando le politiche comportavano immense perdite economiche).

L’evento imprevedibile doveva essere ridotto all’esito di un complotto, razionalizzato come esecuzione di un “programma”, neutralizzato nella sua scandalosa e inaccettabile potenza di rottura degli equilibri sociali.

Specularmente, i no-pax non riescono a vedere nella guerra se non un evento dirompente rispetto al quale le parole dei pacifisti che chiedono l’intervento degli Stati, una diversa configurazione della tecno-scienza e dell’economia appaiono come vuote e impotenti parole.

Ma il fatto è che la guerra non è affatto un evento, è l’esito di un processo storico-sociale e che non esiste nessun modo per porre fine alle guerre se non ponendosi gli obiettivi dei pacifisti. Tuttavia, proprio di questo, i no-pax non intendono parlare: ogni ricorso a discorsi sul cambiamento di sistema viene bollato come utopistico e insensato, anzi come pericoloso perché impedisce di combattere efficacemente la guerra in atto.

Che, ovviamente, è ridotta alla guerra immediatamente data, un evento senza cause e contesto, cui bisognerebbe opporsi, con la forza delle armi ça va sans dire, ma soprattutto sprovvisti delle armi della critica che potrebbero fare luce sulla sua natura. Non si può porre fine ad una guerra senza cercare di colpirne le cause sistemiche: questa banale constatazione fattuale assurge oggi al rango di fantasia iperuranica.

La guerra occlude l’orizzonte del pensabile e impedisce l’accesso alla realtà. Chi indica la realtà viene bollato come sognatore o come pazzo e, quel che è peggio, uno da cui è meglio stare alla larga e prendere le distanze precauzionali. Orsini ha ragione: quando un professore universitario è costretto a fare una serie di premesse prima di poter dire quello che pensa siamo in una situazione inquietante.

Si potrebbe dire che mentre la pandemia veniva narrata utilizzando la metafora bellica, la guerra viene narrata utilizzando una sorta di sottotesto pandemico: c’è un virus – la “follia”, la “brama di potere”, la “violenza” dei “russi” ecc. – che rischia di diffondersi in Occidente e va fermato ad ogni costo. Ogni contaminazione è fonte di pericolo e va bandita alla radice, così come il pacifismo che ci espone a quel pericolo, quando non coincide già con esso.

L’isterismo anti-russo che colpisce indiscriminatamente scrittori ottocenteschi, fotografi dissidenti, musicisti meno-dissidenti, balletti, gatti e corsi di lingua ne è la spia più tragicomica.

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Le cose diventano più serie quando a farne le spese sono giovani immigrati russi malmenati per strada e, appunto, il pensiero stesso. Chi non serra le fila al grido d’armi dell’Occidente diventa eo ipso un sostenitore dell’autocrazia. E tanti saluti alla possibilità di fare analisi di realtà.

Tutto il discorso dei no-pax che si traveste di “concretezza” e “nobili ideali” si scioglie come neve al sole quando viene analizzato nelle sue fallaci premesse e conseguenze. Ho avuto già modo di denunciare questa pseudo-concretezza (ibid).

Non è dato sapere chi dovrebbe inviare le armi, per conto di chi e a chi. Con quali procedure democratiche. Non è dato sapere quali armi, per quanto tempo, dove e fino a che limite dovremmo spingerci nell’impegno militare. Tutte domande essenziali e ragionevoli che vengono taciute dietro la retorica del “fare subito”.

Anche quando non si sa cosa si sta facendo e, soprattutto, non ci si interroga se davvero si è disposti ad una guerra generale della NATO per la sconfitta della Russia. Soprattutto, mentre i pacifisti hanno ben chiaro che la guerra impone una determinata configurazione delle forze sociali, economiche e politiche, i no-pax fantasticano di un impegno per la guerra indifferente alla qualità delle nostre democrazie, alla direzione degli investimenti di spesa, alla giustizia sociale ecc.

Analogamente ai no-vax che ignoravano i fatti (i dati ufficiali, le testimonianze dirette dagli ospedali, le spiegazioni degli epidemiologi) per inseguire “fattoidi”, cioè immagini di fatti, informazioni decontestualizzate e non-verificate, i no-pax pretendono giustificare l’intervento militare appellandosi ad immagini e parole auto-validanti perché accompagnate da una forte carica emotiva.

Qui sì, ogni possibilità di argomentazione logica è distrutta in partenza. I fatti su cui essa dovrebbe costruirsi o almeno appoggiarsi non ci sono, sono fantasmatici, ambigui o si confondono con la narrazione che su di essi vorrebbe fondarsi.

Non solo i media rilanciano qualsiasi immagine, dichiarazione o testimonianza seguendo l’ormai noto principio di “spettacolarizzazione” della notizia piuttosto che l’accertamento della verità, anche quando non è possibile – e in guerra difficilmente è possibile – trovare fonti indipendenti ed attendibili.

 

 

Ma, come abbiamo già detto, lo stesso ambito del “fattuale” è ridotto all’immediato contesto dell’invasione, separato da tutto ciò che c’è prima, da qualsiasi analisi di sistema. Qualsiasi evocazione di fatti distanti nello spazio e nel tempo viene considerata una insensibile divagazione, e, manco a dirlo, una “giustificazione” dell’aggressore.

Infine, e questa è la cosa più preoccupante, viene additato come “fatto” ciò che dovrebbe essere dimostrato: ad es. che ci troveremmo di fronte ad una “lotta globale per la democrazia”, una guerra contro la “libertà europea” (Draghi), o, addirittura, la “civiltà” stessa (Kasparov).

Esattamente come i no-vax interpretavano in modo delirante fatti singolari (la proclamazione dello “stato d’emergenza”, il lockdown, la DAD o il green pass) come segnali di una battaglia millenaristica, i no-pax scambiano la propria grossolana interpretazione di ciò che accade per dei processi storici reali, sentendosi così investiti di una missione universale che è pura e semplice propaganda, non molto diversa da quella prodotta dal Cremlino.

Il modo con cui i no-pax discettano del “folle” Putin/Hitler e dei suoi “oligarchi” non è molto diverso da come i no-vax cianciavano di Bill Gates e di Big Pharma: in entrambi i casi, il conflitto di classe e le meccaniche del capitalismo spariscono, tutto si riduce alla “cupidigia di potere”, al “piano” di un individuo alternativamente descritto come lucido e pazzo, al “denaro” che si accumulerebbe magicamente nelle mani di individui misteriosi.

I paradossi della “guerra etica”

Non va molto meglio con i “nobili ideali” del neointerventismo a reti unificate. Chiaro che i “fatti” su cui esso vorrebbe fondare il ricorso alla guerra sono in realtà la conseguenza di un’interpretazione etica della realtà.

Anzi, esso mena vanto della sua superiorità morale sui pacifisti che vorrebbero fermarsi e riflettere proprio in virtù di questi “ideali” che renderebbero la guerra “giusta”.

Ma questo misura proprio la catastrofe etica e politica di questa posizione che poi è, come vedremo, una catastrofe etica perché politica.

Certo, pochi hanno il coraggio di pronunciare parole risibili come “guerra giusta” o “guerra etica”. Eppure l’unico modo per confutare la posizione dei pacifisti sarebbe quello di dimostrare che  esiste una guerra giusta/etica e quella che ci viene prospettata oggi effettivamente lo sia. Inutile dire che nessuna delle due affermazioni è stata finora giustificata.

Qualcuno pretende di risolvere la contraddizione della “guerra etica” dissimulando il soggetto della proposizione: non saremmo veramente in guerra ma parteciperemmo ad una “…..” (riempite lo spazio con un’espressione metaforica a vostra scelta: direi che “operazione militare speciale” va benissimo). Questa strategia sta particolarmente a cuore a chi si è stancato di doversi giustificare di fronte all’art. 11 della Costituzione.

A difesa di questi interventisti imbarazzati occorre dire che, in effetti, involontariamente hanno ragione: i paesi UE/NATO si stanno “armando” come la Germania o inviando armi ma senza avere il coraggio di fare il passo decisivo che essi stessi affermano andrebbe fatto. Vanno alla guerra senza fare la guerra.

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Nonostante la martellante retorica sull’eroismo degli aggrediti, infatti, non risultano affermazioni di strateghi militari che sostengano la possibilità per gli Ucraini di sconfiggere la Russia senza un intervento diretto della NATO.

Dunque chi decide di inviare armi dicendo di farlo per un “nobile ideale” – e quale ideale più nobile del gesto fatto quando si ha la certezza che esso non contribuirà a far vincere gli aggrediti? – lo sta facendo per lavarsi la coscienza. Oppure perché non ha la più pallida idea di ciò che sta facendo, vuoi per ignoranza o perché avvezzo al wishful thinking.

In quest’ultimo caso rientrano anche tutti coloro che immaginano che l’effetto combinato delle sanzioni e delle armi possano fermare la Russia.

La verità è che non possono saperlo, perché nessuno lo sa. E mentre si conoscono bene gli effetti immediati e a lungo raggio del riarmo e della crisi economica sulle nostre società, chi invoca armi e sanzioni, come abbiamo già detto, non è molto disposto a parlare in termini empirici né delle prime né delle seconde.

E quando l’analisi dei dati di fatto mostra quanto problematici e limitati possano rivelarsi i loro effetti, ci si volta stizziti dall’altra parte. In fondo bisogna pur fare qualcosa. Non importa cosa.

Si potrebbe pensare: va bene, però è importante il perché lo si fa. E sarebbe bello fosse vero, ma non lo è. Questa cosa che è una guerra ma non è una guerra perché nessuno vuole la Terza Guerra Mondiale ma nessuno cerca di impedirla, sarà almeno una cosa giusta, una cosa etica? Per dimostrare questo assunto la “guerra” deve diventare giustificabile in termini morali.

Ma come si fa ad accoppiare quel nobile predicato a quel sostantivo immorale e sporco? A questo servono tutti i paragoni storici con la Seconda Guerra Mondiale che funzionano o identificando l’aggressore con Hitler o gli aggrediti con i partigiani. Poiché Putin è come Hitler allora occorre fare la guerra (oppure bisogna aiutare i “resistenti”).

Essendo assodato che Hitler poteva essere fermato solo tramite la guerra l’identificazione di Putin con Hitler non lascia alternative: questa guerra è “giusta” o “etica” perché è come l’altra.

Ci sono tantissimi problemi in questo “ragionamento”. Il primo, formale, è che il modo in cui viene usato si traduce in una sorta di estensione della fallacia logica nota come reductio ad hitlerum: chi non riconosce la necessità della guerra viene infatti identificato con un fiancheggiatore dei “nazisti” o di quelli che sono “come i nazisti”.

Il secondo è di tipo contenutistico. Molti pacifisti sentono di vivere in un clima irrazionale e bellicoso da 1914 ma questa analogia non è gradita agli “interventisti” di oggi.

Le preferiscono, e li capiamo, quella con il 1939. Eppure, le differenze tra la Russia del 2022 e la Germania del 1939, per tacere delle personalità di Putin e Hitler, della situazione interna ed esterna dei due paesi, dell’Europa e del Mondo sono tali che solo con molto spirito di carità si potrebbe accettare quell’analogia.

E, in ogni caso, non in modo esclusivo. Potrebbero, e forse dovrebbero, esserne suggerite anche altre che la relativizzano. Le analogie, infatti, servono logicamente per illuminare alcuni rapporti, mettendone in ombra altri. Mai, in nessun caso, un’analogia può diventare un’identità, pena il suo cessare di stabilire un rapporto “analogico”.

Eppure è proprio questo il presupposto di quel “ragionamento”: Putin è come Hitler. Ora, questa affermazione andrebbe circostanziata storicamente e politicamente per essere accettata, dopodiché però essa costringerebbe a complicare il quadro e non a semplificarlo. E, dunque, entrerebbero in gioco altre questioni che rendono diversa la situazione attuale da quella del 1939.

Ma la semplificazione è essenziale per gli interventisti di oggi. Perché è l’unico modo con cui possono invocare la “guerra giusta” o “etica”. Perché l’etica non ammette mezze misure: una decisione o è morale o non lo è.

Tutte le immagini e le parole con cui si cerca di scaldare il cuore dell’opinione pubblica per indurirlo verso la mobilitazione generale servono d’altronde anche a tacciare chi non si emoziona di “cinismo”, “freddezza”, cioè, in fondo, di immoralità. E, anche qui, l’immoralità e l’assenza di pietà dei pacifisti non è della stessa pasta, non è in fondo la stessa cosa della spietatezza dei russi? Chiaro che si intendano, sibilano i Gramellini e i Riotta di turno.

C’è però anche qui un grosso problema logico. Perché se questa decisione fosse effettivamente mossa da nobili intenti etici essa costringerebbe chi la formula alla stessa implacabile coerenza che pretende da noi.

Come non c’è alternativa tra essere etici e non esserlo, non si può nemmeno esserlo a fasi alterne o in modo selettivo.

Chi afferma di trovare insopportabile da un punto di vista etico l’inazione dell’Europa e la violazione dei confini o i bombardamenti sui civili dovrebbe conseguentemente agire subito (l’etica non ammette tergiversamenti, ci dicono) in tutti gli scenari di guerra in cui ciò accade.

E, temo, dovrebbe porre sotto accusa e giudicare “come Hitler” tutti coloro che si sono macchiati e si stanno macchiando di orrendi crimini contro civili innocenti: inclusi alcuni leader occidentali che oggi vengono osannati come difensori dei deboli.

Invece, stranamente, assistiamo a reazioni infastidite di fronte alla semplice evocazione di civili morti ammazzati che, nelle intenzioni dei pacifisti, hanno lo scopo non di fermare i benintenzionati nemici della guerra, bensì di spingere ad allargare lo sguardo e ottenere quella visione d’insieme senza la quale ogni decisione politica contribuisce a riprodurre il male che dice a parole di voler combattere.

Insomma, per parafrasare De Sade: amici interventisti, ancora uno sforzo se volete essere davvero etici! Clamorosamente, però, proprio di fronte alla necessità di farsi più etica, la richiesta di guerra etica lo diventa di meno.

Anzi, il semplice evocare il doppio standard dell’Occidente – un classico dell’argomentazione morale – viene derubricato a propaganda filo-russa. Insomma, i nostri amici interventisti sono etici ma al punto giusto, esserlo di più significa essere utopisti o, peggio, servi di Putin.

E chi decide fino a che punto deve spingersi la coerenza etica? Ovviamente gli interventisti stessi, gli altri non sono eticamente legittimati. Da loro.

Di questo tenore è la facile e sciocca ironia sul “dover chiedere scusa” per quello che l’Occidente ha fatto “dalle guerre puniche in poi” prima di poter dire che Putin è un criminale. Vorrei rassicurare i nostri amici con l’elmetto etico: si può dire che Putin è un criminale anche senza battersi il petto per i crimini dell’Occidente.

Dopodiché se mi chiedono di entrare in guerra “in nome della democrazia e della libertà” vorrei capire per quale democrazia e quale libertà. Non si tratta di distribuire premi, come si dice con paurosa superficialità, bensì di capire quali sono i soggetti coinvolti e che tipo di processi stiamo innescando o cercando di interrompere.

In effetti, qui l’etica non c’entra proprio niente. L’etica riguarda la considerazione di azioni individuali, il giudizio etico tanto più diventa cogente quanto più è relativo a comportamenti singolari in cui i soggetti e il contesto sono chiaramente identificabili.

Voler giudicare ciò che accade tra Stati, o, peggio, tra organismi sovranazionali, voler misurare col metro della morale ciò che accade in una Storia che risale indietro di centinaia di anni è semplicemente stupido.

Ogni storico sa, come Canfora sa, che lo sguardo storico inevitabilmente relativizza il punto di vista etico perché ci costringe a misurarci con la complessità delle cause e degli effetti e che questa relativizzazione non ha nulla a che fare con la “giustificazione” morale.

Ogni politico sa, come lo sanno i leader mondiali, che le decisioni che si prendono sono costrette a piegare l’etica alla Realpolitik. Solo i nostri interventisti non lo sanno o fanno finta di non saperlo e invocano l’etica a scopo puramente propagandistico.

Invocano l’etica ma poi lasciano fare alla politica e, come abbiamo detto, mostrano un sovrano disinteresse per gli effetti reali delle loro decisioni (chi fa cosa, come, quando ecc.): la purezza dell’intenzione etica confluisce nella cloaca degli opposti imperialismi, nello squallore del gioco politico effettivo con le sue contraddizioni e le sue storture.

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In effetti, la vera causa del clima irrazionalistico e bellicistico di oggi è che il trionfo del capitalismo a livello globale e la conseguente sconfitta storica del socialismo ha progressivamente eroso le categorie con cui era possibile interpretare il mondo da un altro punto di vista.

La debolezza della sinistra di classe si ripercuote nello svuotamento del linguaggio, dei concetti, nel dilagare dell’apparenza a livello mediatico dove ogni immagine e parola è centrifugata e ridotta al suo valore di merce.

I media non stanno affatto “complottando” contro di noi, stanno facendo il loro normale mestiere: vendere la merce-informazione. Spettacolarizzano, erotizzano, emozionano.

Oggi ho visto girare l’immagine di una bambina con lecca-lecca e fucile, un’immagine che vuole avere un riscontro emotivamente positivo, perfino commovente. Siamo talmente assuefatti al clima generale di guerra che nessuno percepisce più lo shock cognitivo che quell’immagine dovrebbe darci.

Non dico che bisognerebbe accostarla alle immagini delle famigliole repubblicane coi mitra davanti l’albero di Natale – anche se dal punto di vista della montante estetizzazione della violenza avrebbe senso – ma possibile che non si percepisca la differenza tra quell’immagine e quella del bambino che lancia un sasso contro un carro armato isreaeliano durante l’intifada?

E, soprattutto, che la contemplazione dell’immagine isolata è idolatria, che solo la comparazione tra le immagini, la loro analisi critica e contestuale ha una funzione emancipativa per il pensiero?

Ma la sinistra oggi si abbandona completamente alle suggestioni, all’emozione e ai sofismi dei pennivendoli. Il factum bruto dell’invasione giustifica lo svuotamento di concetti come “libertà” e “democrazia” (per tacere della “resistenza”!).

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Questo implica non solo che il significato sostanziale di quei termini viene perso attraverso la loro riduzione in senso formale – come solitamente avviene nella cultura liberale – ma che addirittura essi vengono ridotti al proprio significato nominale, puramente verbale, diventano cioè significanti vuoti, buoni per ogni sofisma.

Tale svuotamento avviene anzitutto spostando il discorso dal piano socio-politico ad un piano falsamente più ampio, attraverso il ricorso a quella geopolitica spicciola che va per la maggiore: l’analisi socio-economica che dovrebbe fare da base ad una lettura degli eventi viene sostituita dal ricorso ad entità metaforiche come “l’Occidente” o i “popoli”, tutto viene ridotto all’azione o, peggio, alla psicologia e ai tic di “personalità” storiche.

Non solo rispetto a queste ciance perfino la filosofia della storia di Hegel è materialismo puro, ma è da notare come l’astrazione del discorso geopolitico sia un favorito delle analisi rossobrune, sovraniste e complottiste cui i no-pax vorrebbero contrapporsi. Ma i due fronti, come visto, si intendono proprio nella rimozione dell’analisi di classe.

Ciò vale, in senso più specifico, proprio in riferimento alla situazione dell’Est Europa e dell’Ucraina in particolare. Anche se non sarebbe necessario attribuire la patente di “democrazia” all’Ucraina per condannare l’invasione russa, nessuno ha più modo di mettere in dubbio che l’Ucraina stia combattendo per la democrazia.

Che sia essa stessa una democrazia a tutti gli effetti. Nessuno si interessa più agli eventi che hanno portato l’attuale Presidente Zelensky al potere, parlare del Donbass e dell’inquadramento di formazioni naziste nell’esercito ucraino significa essere fuorviati dalla propaganda putiniana o, comunque, sarebbe questione che non atterrebbe alla natura “democratica” dello Stato ucraino.

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Si capisce come la “democrazia” diventi qui un significante vuoto, buono per ogni un gioco sofistico. Ad es., se si fa notare il problema oggettivo dell’esistenza di formazioni naziste in Ucraina la risposta degli interventisti etici è: “sì, ma in Russia ce ne sono di più”. Ognuno giudichi da sé cosa ne è stato della logica.

Tacciamo, per non infierire, sull’arruolamento di Polonia e Ungheria nel “fronte democratico” anche se ci ricorda quella “Triplice Intesa” che nel 1914 difendeva la “democrazia” dall’autoritarismo degli “Imperi centrali” assieme alla Russia zarista.

Tacciamo pure sullo svuotamento semantico e storico della parola “Resistenza” usata metaforicamente per definire “chi resiste”. Grazie a questo svuotamento i social media e le tv hanno potuto dare risalto ad un video in cui una cantante ucraina dal volto impassibile esegue Bella ciao trasformandola in un canto di odio, in cui si parla di massacrare i nemici della propria nazione.

Lei stessa, a un certo punto, fa il gesto eloquente di tagliare la gola15 e pubblica foto dei propri stivali con una frase che inneggia al fascista ucraino Bandera16. A questo punto, paradossalmente, si potrebbe dire che pure i nazisti che lottavano contro gli alleati erano “resistenti”.

L’eclissi di qualsiasi nozione di classe permette ai nostri interventisti etici e ai no-pax di sinistra di confondere l’autodeterminazione dei popoli con il nazionalismo più truce e regressivo. Non a caso pensano di essere nel 1939 ma con la mente volano alla primavera dei popoli del 1848, cioè all’alba del movimento socialista.

Infine, lo svuotamento di senso del linguaggio arriva al parossismo quando torna a casa nostra, quando parliamo dell’UE e della NATO e deleghiamo alla loro leadership la lotta contro l’oppressione dei popoli.

Corriamo così in difesa della “democrazia ucraina” in nome della “democrazia europea” senza che sia più lecito discutere di quale democrazia stiamo parlando.

Cercare di determinare il contenuto della democrazia di cui si parla – dare ad essa sostanza e non ridurla a semplice parola pass partout – viene rigettato come argomento capzioso, anzi come cedimento al discorso rossobruno e sovranista che critica la democrazia “liberale” e i “diritti civili” in nome di una non meglio precisata libertà dei “popoli”, affascinata da figure carismatiche e autoritarie.

Ma anche in questo caso si tratta di un sofisma. Criticare lo svuotamento di senso del linguaggio politico in atto non ha nulla a che vedere con il rifiuto della democrazia liberale, anzi, sarebbe l’unico modo per prenderla sul serio.

Chi si sottrae a questo compito e blatera di “difesa della democrazia” come scopo dell’attuale conflitto sta puramente e semplicemente difendendo una sciocchezza, da un’anfibolia logica che confonde fattuale e normativo.

L’operazione logica è talmente scoperta da essere puerile: dal fatto dell’invasione (la guerra russa distrugge la libertà e la democrazia come empiricamente si sono realizzate in Ucraina) attraverso un processo ambiguo e contraddittorio che era in corso e che non era compiuto (l’uscita dell’Ucraina dalla zona di influenza russa e la sua entrata nella NATO/UE) si arriva all’imperativo morale di difendere l’idea di democrazia (posta in una regione ideale ma anche identificata con il mondo occidentale così com’è dato empiricamente), obiettivo che può realizzarsi solo se fattualmente inviamo armi in difesa della democrazia ucraina.

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Di fronte a questo “ragionamento” a nulla valgono le proteste. Chi non si piega alla sua logica sbilenca viene tacciato al tempo stesso di essere poco pragmatico (non vedi che fattualmente è così?) e poco idealista (ma veramente per te le idee contano così poco?).

La quadratura del cerchio. Poco importa se Mieli si sente così autorizzato a sbeffeggiarci perché consideriamo le “bollette” più importanti della “libertà”.

Poco importa se Fincantieri e Leonardo volano in borsa grazie alla guerra, se nessuno ha toccato gli extra-profitti incassati durante la pandemia mentre misure di puro buon senso come il Reddito di Cittadinanza o il salario minimo vengono cannoneggiate a reti unificate e definite sprechi che non possiamo permetterci.

A questa classe dirigente vogliamo delegare il futuro del mondo? Davvero non è possibile non solo fare, ma nemmeno pensare altro? Davvero siamo costretti all’unanimismo?

Io ritengo, invece, che oggi come ieri la prima cosa che è moralmente necessaria agli individui è analizzare criticamente ciò che viene detto, smontare le menzogne interessate e i ragionamenti farlocchi sostenuti da emozioni incontrollate.

Anche ammesso che siamo impotenti di fronte agli eventi, non possiamo spingere l’impotenza fino alla paralisi del pensiero. Almeno qui, lo sappiamo dal tempo degli stoici, abbiamo non solo il diritto ma il dovere di esercitare la nostra libertà.

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Marco Maurizi
Filosofo e musicista. Si occupa di teoria critica della società e del pensiero dialettico. È autore, tra gli altri, di Quanto lucente la tua inesistenza. L'Ottobre, il '68 e il socialismo che viene, (Jaca Book 2018), La vendetta di Dioniso: la musica contemporanea da Schönberg ai Nirvana (Jaca Book 2018), Al di là della natura. Il capitale, gli animali e la libertà (Novalogos 2011).

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