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A un anno dal blocco totale imposto da Israele a Gaza, i dati sulle nascite e sugli aborti mostrano gli effetti devastanti della carestia e della guerra. Natalità crollata, gravidanze interrotte in aumento e una crisi umanitaria che continua a segnare il futuro della popolazione palestinese.
Il crollo delle nascite a Gaza*
Chi si ricorda del 2 marzo 2025 quando Israele, dopo aver ottenuto la restituzione di 33 prigionieri, impose il blocco totale delle forniture di cibo ed elettricità nella Striscia di Gaza? Il governo genocida sostenne apertamente che la misura serviva per “forzare” Hamas a rilasciare ulteriori ostaggi senza rispettare gli accordi sul ritiro dell’esercito occupante dalla Striscia, e come sempre quasi tutti i governi occidentali si voltarono dall’altra parte.
Quel blocco fu forse il periodo più feroce del genocidio. Il cibo ben presto finì, i prezzi schizzarono alle stelle e oltre il 90% degli abitanti della Striscia si ritrovò ben presto nella carestia più totale, ridotto a mangiare sporadicamente mangimi per animali o cibo avariato o scaduto. Il 26 maggio, quando la carestia era divenuta così spaventosa da sconvolgere il mondo intero, Israele tirò fuori la trovata della Gaza Humanitarian Foundation, in cui il cibo veniva usato come esca per attirare migliaia di palestinesi disperati per la fame e sparargli addosso indiscriminatamente. Oltre 2.300 palestinesi vennero assassinati (e quasi 20.000 feriti) durante queste criminali distribuzioni-trappola.
La situazione si sbloccò, anche se solo in parte, solo ad ottobre 2025 grazie alle colossali manifestazioni contro il genocidio tenutesi in tutto il mondo (e in Italia in particolare). Per tutto il tempo, Israele continuò imperterrito a sostenere che a Gaza si nuotasse nel cibo e che la carestia era un’invenzione antisemita.
A circa un anno da questi avvenimenti arrivano le prove più evidenti e inconfutabili di quanto abbia sofferto la popolazione palestinese a causa di quel blocco. Secondo i dati rilasciati dal ministero della Salute, le nascite mensili a Gaza prima del 2023 si aggiravano intorno a 4750 ma dopo l’assalto-assedio alla popolazione scatenato a partire dal 7 ottobre la situazione è subito precipitata: nel 2024 le nascite mensili medie erano scese a 3170, per calare ancora a 2870 nei primi sei mesi del 2025: un effetto dovuto non solo al calo delle nascite, ma anche alla difficoltà di registrarle all’anagrafe (deliberatamente distrutta da Israele).
Con la “tregua” iniziata ad ottobre 2025, il ministero della Salute ha ricominciato a raccogliere i dati delle nascite mese per mese. A novembre 2025 si è registrato un piccolo boom, probabilmente grazie alle registrazioni arretrate, ma da quel mese il calo è stato inesorabile e drammatico. A febbraio di quest’anno si sono registrate solo 3400 nascite, a marzo 3200, ad aprile 2000 e a maggio solo 1700, ovvero circa un terzo della natalità precedente il 2023. Il crollo di nascite a febbraio corrisponde ai concepimenti (non) avvenuti durante l’inizio della fase più terribile della carestia, quando il 93% della popolazione non aveva cibo sufficiente.
Oltre a ciò c’è un dato ancora più spaventoso, che è quello delle gravidanze non andate a buon fine: mentre la percentuale di tali eventi rispetto ai nati vivi era, nel 2022, di circa l’8% (circa trecento aborti/mese), durante il 2024 è salita oltre il 20%, è temporaneamente scesa al 15% nel 2025 ma ora sta risalendo e raggiungendo livelli che non si possono definire altrimenti se non genocidari: ad aprile ci sono infatti stati oltre novecentoventi aborti, che corrispondono al 46% di percentuale rispetto ai nati vivi. E non abbiamo dati precisi sull’altra terribile piaga inflitta dalla furia assassina israeliana sulla popolazione palestinese, ovvero il numero di bambini nati malformati o malati o con menomazioni di varia natura, che è anch’esso salito a dismisura a causa delle sostanze nocive sparse nella striscia dalle “operazioni militari” israeliane.
Di fronte a questi dati, viene davvero difficile capire come qualcuno si possa ancora vantare di rifiutare l’uso del termine genocidio per ciò che Israele sta infliggendo ai palestinesi. Chiunque ancora abbia ritrosie più o meno speciose sull’uso di tale termine, che magari nobilita con la penosa scusa del “dubbio” come forma di apertura e superiorità intellettuale, meriterebbe di essere spedito istantaneamente a Gaza a condividere la sorte di chi, ancora oggi, non vede di fronte a se null’altro che ulteriori sofferenze, morte e devastazione.
Dopo 258 giorni di “cessate il fuoco” il bilancio è inequivoco: oltre mille assassinati, tra cui 250 bambini, oltre a un continuo aumento della percentuale della Striscia sotto diretta occupazione israeliana. Chi non denuncia e non chiede immediate e devastanti sanzioni allo stato di Israele non è semplicemente una persona con “un’opinione diversa”: è, letteralmente, complice di tutto ciò che Israele ha fatto e, soprattutto, di ciò che continuerà a fare per spazzare via tutti i palestinesi dalla loro terra.

* Dal blog di Alessandro Ferretti
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