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Tre decenni di ultraliberismo hanno favorito oligarchie capaci di svuotare la democrazia. La sinistra, dissolvendo la propria forza sociale, ha aperto la strada a disuguaglianze estreme e destre radicali. Senza una critica socialista radicale, il liberalismo resta terreno fertile per il dominio oligarchico.
Oligarchie 2.0: l’eredità di un trentennio di fede ultraliberista
C’è un punto preciso in cui la storia recente ha iniziato a perdere lucidità: quando si è deciso che il mercato, da strumento, potesse assurgere a divinità civica. Da allora, tre decenni di devozione ultraliberista hanno generato ciò che era ampiamente prevedibile, ma che molti fingono ancora di non vedere: un’aristocrazia globale fatta di finanzieri senza volto, apparati tecno-industriali che legiferano più dei parlamenti e un sottobosco di interessi illeciti che prospera nei vuoti creati da istituzioni sempre più fragili.
Il risultato è l’assalto ordinato, metodico, quasi elegante, a ciò che resta delle democrazie occidentali.
La narrazione dominante continua a ripetere che siamo nel migliore dei mondi possibili, mentre le stesse élite che hanno beneficiato dell’esproprio politico degli ultimi decenni agiscono indisturbate per ridurre la sfera pubblica a un perimetro residuale.
E se qualcuno trova il quadro eccessivo, può sempre rifugiarsi nell’idea consolatoria secondo cui “la storia è fatta di cicli”. Certo: cicli che però hanno sempre la stessa direzione quando a governarli sono oligarchie che non rispondono a nessuno.
È curioso osservare come ogni volta che emergono segnali di deterioramento democratico, si invochi l’arrivo di qualche riforma tecnica, qualche modernizzazione, qualche aggiustamento amministrativo. Come se il problema fosse una vite allentata e non il motore progettato per servire un’unica classe sociale.
La sinistra smarrita e il bambino gettato via
Quando il PCI decise di congedarsi da sé stesso in nome di una modernizzazione che voleva apparire come l’ingresso definitivo nella “normalità europea”, non mancarono avvertimenti — allora accolti con sufficienza — sul fatto che si stesse smantellando, insieme all’apparato ideologico, anche una funzione storica.
Il partito che era stato capace di combinare la lezione togliattiana dell’“intelaiatura democratica” con l’intransigenza operaia delle lotte degli anni Settanta, pur con tutti i suoi errori strategici (dal compromesso storico accettato come necessità morale fino alla rinuncia a una critica sistemica dell’economia di mercato), aveva rappresentato un fattore di equilibrio nel conflitto sociale.
Il punto non era difendere il socialismo reale — il PCI stesso ne aveva riconosciuto i limiti, fino alle condanne esplicite dell’ultimo Berlinguer verso l’URSS post-praghese — bensì comprendere che la sua semplice esistenza, in Occidente, costringeva le democrazie liberali a misurarsi con istanze di eguaglianza.
La pressione di un grande partito comunista radicato nelle fabbriche, nelle associazioni, nelle amministrazioni locali, aveva reso possibile l’estensione dei diritti sociali, dei salari reali e di un’idea robusta di cittadinanza. Era un vincolo politico, non un dogma ideologico.
Quando il PCI si trasformò in una forza post-socialista desiderosa di rassicurare il capitale internazionale più che di incalzarlo, molti temettero che sarebbe venuta meno la dialettica che aveva reso praticabile la socialdemocrazia europea. Non semplicemente una dialettica parlamentare, ma quella dinamica di tensione costante che impediva alle élite economiche di occupare ogni spazio decisionale. Il dibattito interno di allora — tra chi sosteneva una continuità critica e chi predicava una rottura totale con il passato — venne derubricato come anacronismo da museo del Novecento.
Trent’anni più tardi, gli esiti sono sotto gli occhi di chiunque abbia uno sguardo minimamente attento: la scomparsa di una forza capace di rappresentare il lavoro come soggetto politico ha consegnato alle oligarchie un campo quasi sgombro.
Hanno imparato a esercitare una forma di dominio che non richiede la spettacolarità delle dittature del Novecento: bastano la governance finanziaria, la mediazione degli algoritmi, l’influenza dei consigli di amministrazione e delle centrali di investimento.
È una “dittatura di classe” che non si presenta come tale, ma che opera attraverso strumenti che la tradizionale cultura marxista avrebbe compreso perfettamente, pur non avendoli previsti nella loro versione digitale.
La crisi delle democrazie liberali — quella autentica, fatta di rappresentanza svuotata e disuguaglianze crescenti — non è dunque un fenomeno improvviso, ma il risultato di una lunga decostruzione del conflitto sociale.
Mentre la distanza tra ricchi e poveri assume dimensioni antisistemiche, i partiti eredi della sinistra storica, amputati del loro retroterra culturale, inseguono l’agenda economica scritta da organismi che non rispondono ad alcun mandato popolare.
È il capovolgimento di ciò che il PCI, nei suoi momenti migliori, aveva tentato di difendere: l’idea che la democrazia non possa sopravvivere se non è sostenuta da un equilibrio di forze reali nella società.
Il liberalismo politico — senza accorgersene o fingendo di non farlo — si trasforma nel brodo di coltura ideale per l’estrema destra e per le oligarchie economiche. Quando il sistema smette di distribuire potere e ricchezza verso il basso, la destra radicale arriva puntuale a raccogliere il rancore, mentre i ceti dominanti consolidano il proprio dominio dietro l’alibi del “realismo”.
E qui si torna al punto: senza una critica radicale, senza una rinascita culturale e politica della tradizione socialista, il terreno resta scoperto. È come lasciare le chiavi di casa nella serratura e poi stupirsi se qualcuno entra.
Il problema non è l’assenza di alternative, ma l’incapacità di immaginarle dopo trent’anni di catechismo liberista che ha convinto molti che l’ingiustizia sia una forma della natura.
Forse è tempo di dire, con il dovuto sarcasmo ma anche con precisione: no, non era inevitabile. Lo abbiamo permesso noi. E continuiamo a farlo.

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