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Trump ordina all’Iraq di integrare le milizie sciite nell’esercito. Le milizie rifiutano. Barrack vola a Baghdad, i dollari vengono congelati. Ma Khataib Hezbollah risponde a Teheran, non a Washington. Il ricatto non funziona.
Iraq, le milizie sciite e il ricatto che non funziona
Donald Trump ha scoperto, non per la prima volta, che minacciare non è governare. Dopo aver firmato con Teheran un memorandum d’intesa che ha omesso qualsiasi riferimento all’Asse della Resistenza — una lacuna notata immediatamente dagli israeliani e dall’intelligence americana, e immediatamente rinfacciata ai negoziatori di Washington — la Casa Bianca ha tentato di recuperare il terreno perduto spostando la pressione sull’anello più debole della catena: Baghdad. L’ordine era chiaro nella sua semplicità visionaria: il nuovo governo iracheno di Alì al-Zaidi deve integrare tutte le milizie sciite autonome nell’esercito regolare, recidendo così il cordone ombelicale con Teheran. Le milizie, dal canto loro, hanno risposto con altrettanta chiarezza: no.
Il problema strutturale di questa strategia è che le milizie in questione non sono bande armate improvvisate tenute insieme da qualche carisma locale. Khataib Hezbollah, la più potente e recalcitrante tra i gruppi che rifiutano l’integrazione, è descritta dal Washington Institute for Near East Policy come un’organizzazione «subordinata e parzialmente finanziata dalle Forze Quds del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche», con una catena di comando che sale direttamente fino a Teheran, supervisori esterni delle IRGC e legami operativi con Hezbollah libanese. Chiedere a Khataib Hezbollah di mettersi agli ordini di un generale iracheno nominato da Baghdad è, sul piano della realtà, come chiedere a un ufficio periferico di licenziare il proprio quartier generale. La risposta è prevedibile.
Il banchiere, l’ambasciatore e la scacchiera capovolta
Per gestire questa grana, Trump ha scelto un percorso in due tempi. Prima ha congelato i trasferimenti di dollari destinati all’Iraq per il pagamento delle proprie esportazioni petrolifere — un ricatto finanziario sufficientemente esplicito da non richiedere interpretazione. Poi ha spedito a Baghdad Tom Barrack, multimiliardario, ambasciatore ad Ankara, amico personale del presidente e figura non priva di attriti con Marco Rubio, allargandone le competenze fino a Siria e Iraq con il mandato di risolvere la questione delle milizie.
Al-Zaidi, da parte sua, è un banchiere prestato alla politica: Washington aveva appoggiato la sua nomina dopo aver escluso sia il predecessore al-Sudani che il vecchio al-Maliki, entrambi giudicati troppo permeabili all’influenza iraniana. Ha emesso l’ordine formale di integrazione. Alcuni gruppi minori lo hanno rispettato. Muqtada al-Sadr — potente religioso sciita con un ampio blocco parlamentare — ha dichiarato che integrerà le proprie Brigate della Pace sotto l’esercito regolare. Ma i gruppi più radicati, quelli con i legami più diretti con le Forze Quds, hanno respinto l’ordine senza particolari cerimonie. I Guardiani della Brigata del Sangue, che in passato hanno rivendicato attacchi contro obiettivi americani in Iraq, hanno condizionato qualsiasi forma di cooperazione al ritiro dell’interferenza militare e politica statunitense dal paese. Difficile definirlo un segnale di disponibilità al dialogo.
Le milizie che Washington ha creato e ora vorrebbe eliminare
C’è un’ironia strutturale in questa vicenda che meriterebbe più attenzione di quanta ne riceva. Le Forze di Mobilitazione Popolare — l’ombrello sotto cui si raggruppano le principali milizie sciite irachene — non sono nate nonostante la presenza americana in Iraq. Sono nate grazie ad essa. L’invasione del 2003, la dissoluzione dell’esercito di Saddam, la tripartizione istituzionale del paese tra curdi, sunniti e sciiti e il conseguente vuoto di sicurezza hanno creato le condizioni in cui queste formazioni sono cresciute, si sono organizzate e hanno trovato nel sostegno iraniano la risorsa che lo stato iracheno non era in grado di fornire. L’offensiva dello Stato Islamico nel 2014 ha completato il processo: le PMF si sono coalizzate, Teheran le ha armate e finanziate, e da quel momento sono diventate parte integrante dell’Asse della Resistenza.
Washington ha quindi trascorso vent’anni a creare le condizioni geopolitiche che hanno reso possibile la crescita di queste milizie, e adesso si stupisce che non si sciolgano su richiesta di un ambasciatore miliardario. Il New York Times ha titolato che «il nuovo leader iracheno incontra resistenza nel tentativo di riportare le milizie sotto il controllo statale».
Una formulazione così neutra da sembrare quasi surreale: come se la resistenza fosse un contrattempo burocratico e non la risposta prevedibile di organizzazioni armate che rispondono a una catena di comando che non passa per Baghdad. Trump ha spostato la scacchiera, ma le pedine hanno una loro logica. E quella logica non prevede di obbedire a chi le ha già sconfitte sul campo.

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