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Sul campo il Donbass – seppur lentamente- continua a cedere, la NATO provoca e allunga il conflitto, l’Europa produce comunicati, la Russia fabbrica armi 12 volte più in fretta dell’Occidente. Kiev chiede 20 miliardi e Von der Leyen festeggia a Kiev. La narrativa della vittoria ucraina è un atto di fede, non un’analisi.
Von der Leyen festeggia a Kiev mentre il Donbass cede: qualcuno mente
Ursula Von der Leyen è andata a Kiev con Friedrich Merz al seguito, ha celebrato la resistenza ucraina e ha ribadito il sostegno incondizionato dell’Unione Europea. Rutte ha rilasciato dichiarazioni di compattezza atlantica. I media europei mainstream hanno riportato il tutto con la consueta deferenza. Nel frattempo, sul campo, alcune delle ultime posizioni ucraine nel Donbass continuano a cedere con una regolarità che la narrazione ufficiale fatica sempre più a spiegare senza contraddirsi. La distanza tra ciò che le istituzioni europee raccontano e ciò che accade lungo la linea di contatto è diventata talmente ampia da richiedere uno sforzo attivo di non-vedere per non notarla.
Analisi Difesa — pubblicazione specializzata, non esattamente un covo di eversori pacifisti — ha documentato come i progressi russi nel Donbass vengano sistematicamente sottaciuti dal mainstream politico e mediatico europeo. La strategia difensiva ucraina, nel frattempo, assomiglia sempre più a quella adottata dalla Wehrmacht sul Fronte Orientale nella fase discendente del conflitto: trasformare ogni centro abitato in una posizione da difendere fino all’annientamento del reparto, guadagnando tempo al prezzo di perdite che il paese non ha popolazione sufficiente a sostenere indefinitamente. Come quella storia sia finita è noto a chiunque abbia frequentato un manuale di storia militare.
La Polonia — che confina con entrambi i paesi e ha quindi un rapporto con la realtà geografica che manca ai funzionari di Bruxelles — accusa apertamente Zelensky di non voler concludere una guerra che, se terminasse, imporrebbe elezioni libere e metterebbe fine a quella che Varsavia chiama esplicitamente «la cleptocrazia che fa capo alla presidenza ucraina». Non è un’osservazione proveniente da ambienti filo-russi. È la valutazione di uno dei paesi europei che più ha sostenuto Kiev dall’inizio del conflitto.
La NATO che si incrina e i numeri che non tornano
Il meccanismo PURL — Prioritised Ukraine Requirements List — prevedeva che i paesi NATO acquistassero pacchetti di armamenti americani da 500 milioni di dollari ciascuno da trasferire a Kiev. Rutte si è trovato a lamentare pubblicamente che numerose nazioni dell’alleanza si sono sfilate dal programma. Tra queste, l’Italia. La Bulgaria ha seguito Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca nel rifiuto di fornire ulteriori armi. Il governo britannico è caduto anche per le risorse pubbliche dirottate verso il riarmo e il sostegno ucraino. L’Europa compatta che Von der Leyen celebra a Kiev esiste principalmente nei comunicati stampa.
Venti miliardi per bruciare ancora
Il 12 giugno l’Ucraina ha chiesto ai propri partner occidentali altri venti miliardi di dollari in aiuti militari e finanziari, con quote individuali comprese tra due e sei miliardi ciascuno. La formulazione con cui la richiesta è stata accompagnata merita attenzione: «Tutti vedono che la Russia sta bruciando e noi vogliamo che bruci ancora di più, ma abbiamo bisogno di finanziamenti per farlo». È una comunicazione politico-militare legittima nel suo cinismo. Il problema è il contesto in cui viene formulata.
Il New York Times ha documentato che in tre anni la Russia ha moltiplicato per dodici il numero di attacchi con missili balistici contro l’Ucraina. Zelensky ha ammesso che una decina di regioni ucraine è stata colpita simultaneamente da un «diluvio di fuoco» il 21 giugno, lo stesso giorno in cui il Financial Times sottolineava i progressi tecnologici dei droni ucraini. Le due notizie coesistono senza che nessuno senta il bisogno di riconciliarle in un quadro coerente. I droni ucraini colpiscono infrastrutture russe — con effetti reali ma militarmente limitati secondo le valutazioni più oneste — mentre i missili russi saturano sistematicamente un paese ormai privo di difese aeree adeguate.
Chi sta vincendo questa guerra? La domanda è meno ovvia di quanto la vulgata occidentale suggerisca, e la risposta che emerge dai dati disponibili è considerevolmente meno rassicurante di quella che Von der Leyen ha portato in dono a Kiev. Continuare a chiedere miliardi per «bruciare» un avversario che produce armi dodici volte più velocemente di tutto l’Occidente messo insieme non è una strategia. È una liturgia. E lsi sa, serve ai fedeli, non a chi sta sul campo.

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