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Rutte rivela: 500 voli americani partiti dall’Italia per l’Iran. Crosetto risponde: erano tecnici. Ma il parlamento non ha mai votato nulla. E Trump ha attaccato l’Italia lo stesso. Il governo ha scelto il solito misero escamotage ma non ha evitato le conseguenze.
Rutte, i 500 voli e il governo che ha scelto l’imbarazzo
Il segretario generale della NATO Mark Rutte — non esattamente un alfiere della pace ne un intellettuale, uno che ha costruito la propria carriera sull’atlantismo più subalterno — va alla Casa Bianca, si è collegato in videoconferenza con i principali governi europei per discutere di Ucraina, crisi mediorientale e ripartizione degli oneri per la difesa, e nel corso di un’intervista a Fox News ha dichiarato candidamente che le basi militari italiane sono state decisive per le operazioni americane contro l’Iran. Circa 500 voli, secondo le sue parole partiti dall’Italia verso il teatro di guerra.
Il governo Meloni ha impiegato meno di ventiquattr’ore a definire quella dichiarazione «totalmente fallace». Il Ministero della Difesa ha pubblicato un comunicato in cui Guido Crosetto ha spiegato che dall’Italia sono partiti sì aerei americani, ma per attività «tecniche, logistiche e di supporto», non cinetiche. Voli tecnici, insomma. Cinquecento voli tecnici verso un paese sotto bombardamento. Un contributo alla logistica di una guerra che il parlamento italiano non ha mai autorizzato, che non è mai stata discussa in sede parlamentare nei termini reali, e che Crosetto ha potuto presentare come mera amministrazione degli accordi bilaterali esistenti senza che nessuno, nei palazzi che contano, alzasse la voce in modo strutturato.
La distinzione tra «cinetico» e «tecnico» e la realtà che non cambia
La categoria concettuale su cui si regge l’intera difesa governativa è la distinzione tra voli «cinetici» — quelli che sparano, bombardano, uccidono — e voli «tecnici» — quelli che riforniscono, sorvegliano, trasportano, rendono possibile che altri sparino, bombardino e uccidano. È una distinzione reale sul piano tecnico-militare. Sul piano politico e morale è una distinzione che serve principalmente a chi ha bisogno di poter dire di non aver fatto ciò che ha fatto.
Cinquecento voli americani partiti dal territorio italiano verso un teatro di guerra attivo non sono una questione di natura tecnica: sono una questione di sovranità, di scelta politica, di responsabilità costituzionale. La Costituzione italiana vieta non solo la guerra offensiva ma la partecipazione attiva a conflitti non sanciti da deliberazione parlamentare. Stabilire che il supporto logistico a un’operazione bellica non costituisce partecipazione a quell’operazione è un esercizio di casistica che farebbe arrossire un avvocato mediocre, figurarsi un ministro della Repubblica.
Il dettaglio tragicomico — e in questa vicenda i dettagli tragicomici non mancano — è che la distinzione su cui Crosetto fonda la propria difesa non ha convinto nemmeno Trump. L’amministrazione americana ha attaccato l’Italia proprio per non aver concesso Sigonella per operazioni di altra natura, segno che Washington sapeva perfettamente cosa aveva ottenuto e cosa aveva chiesto invano. Il governo italiano ha quindi trovato il modo di partecipare a una guerra criminale senza autorizzazione parlamentare, di nasconderlo all’opinione pubblica dietro la formula dei «voli tecnici», e di farsi insultare lo stesso dall’alleato per non essersi sottomesso abbastanza pubblicamente. Un risultato che richiede una certa applicazione per essere raggiunto.
L’alto tradimento che non si chiamerà mai così
Rutte, va detto, non ha mentito. Ha semplicemente detto quello che sapeva, con la disinvoltura di chi non immaginava che la cosa potesse creare imbarazzo — o forse immaginandolo benissimo, ma ritenendo che l’Italia non fosse in posizione di protestare. E in effetti non lo era. Il comunicato del Ministero della Difesa che esprime «sorpresa» per la ricostruzione del segretario generale della NATO è probabilmente il documento più involontariamente comico prodotto da Palazzo Baracchini negli ultimi anni: l’Italia si stupisce che il capo dell’alleanza militare di cui fa parte descriva esattamente quello che è successo nelle proprie basi.
In uno Stato con una classe dirigente minimamente consapevole delle proprie responsabilità costituzionali, quello che Meloni e Crosetto hanno compiuto avrebbe un nome preciso e conseguenze giudiziarie altrettanto precise. Hanno scelto, davanti a un bivio tra il rifiuto pubblico e la complicità mascherata, la seconda opzione: più conveniente nel breve periodo, più degradante nel lungo, e comunque inefficace a evitare le rappresaglie dell’alleato che pretendeva la sottomissione esplicita, non quella nascosta tra le note tecniche di un accordo bilaterale. Hanno preso il peggio di entrambe le posizioni disponibili e lo hanno trasformato in politica di governo. Non è poco, come risultato. Peccato che nessuno, nelle sedi opportune, lo chiamerà mai con il suo nome.

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