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La vicenda dell’ex Metropolitan diventa il simbolo di una città dove centrodestra e centrosinistra convergono sulla privatizzazione degli spazi pubblici. Tra scontri nel mondo culturale e interessi contrapposti, il bene pubblico resta il grande assente.
Ex Metropolitan, la rissa tra privatizzazioni e progetti.
La vicenda è tipica del sodalizio monopartitico vigente. Un cinema storico in via del Corso chiuso da quindici anni riconvertito, grazie alla Regione (centrodestra) e al Comune (centrosinistra), in un’area commerciale. Gualtieri e Rocca, dunque, sposano la linea, ormai consolidata, della dismissione pubblica per affidare spazi urbani alla gestione del profitto privato.
La Milano di Sala, tra fondazioni bancarie e architetti à la page, ha indicato la strada e Roma, dagli ex mercati generali ai social hub per rampolli cosmopoliti, l’ha seguita alla lettera. La riqualificazione dei quartieri è determinata dal valore delle azioni dei fondi di investimento.
Ma a questa dismissione programmata del tessuto sociale fa contraltare l’ipocrisia delle “occupazioni” strategiche e dei tanto magnificati beni comuni. Un piccolo nucleo di attivisti benestanti, generalmente capeggiati da soggetti dalla parlantina disinvolta tipica del modello assembleare, forieri di un impetuoso individualismo carismatico, sono sempre pronti all’indignazione civile quando le aree di riconversione culturale non sono affidate alla cura delle loro cooperative.
Quando la privatizzazione ufficiale sovrasta quella mascherata dei beni comuni, ecco che uno stuolo di star della musica, del cinema, del teatro impaginano appelli accorati, stilano comunicati rancorosi con in calce le firme più pregiate dei loro circoletti.
Nel caso dell’ex Metropolitan, un potente club di cinematografari, il “Piccolo America”, che negli anni si è accaparrato finanziamenti, progetti, visibilità, si è messo di traverso all’opera di commercializzazione dell’area sita in via del Corso.
Risentimento che sta dando vita a una faida con ritorsioni, vendette e toni minacciosi tra vecchi compagni d’armi. Sì perché tutto questo avviene all’interno della grande famiglia chiamata Partito democratico (comprensiva della sua pertinenza colloquiale chiamata Alleanza Verdi Sinistra). Quella combriccola di bella gente, che da decenni occupa militarmente la scena culturale romana e nazionale, dai festival alle sale d’essai per arrivare senza pudore alcuno agli Strega, sempre attenta a inviare i propri sicari quando si aprono spazi e dibattiti non controllati dalla sua egemonia piaciona, oggi promette battaglia all’ultimo voto.
Ma, statene certi, alla fine prevarrà il buon senso. Alla fine i due mondi finiranno per ritrovarsi a braccetto. Tutti uniti nel contrastare il ritorno all’idea di bene pubblico e quindi di riconsegna della città all’intera collettività. La ricostruzione di uno Stato che cura i propri beni pubblici è il percorso virtuoso che spaventa le notti dei benpensanti. Difatti, i beni comuni non sono altro che uno stratagemma per foraggiare le privatizzazioni senza dire che sono privatizzazioni. E i beni comuni non disdegnano mai l’intervento di qualche privato a supporto del progetto. Magari di qualche amico degli amici che apre le strade a finanziamenti prestigiosi.
Tradizionalmente Roma è un laboratorio di questa ipocrisia festaiola. L’entusiasmo, in città, si divide tra la clientela raffinata che plaude alle privatizzazioni e l’amichettismo artistico che plaude orgoglioso sempre e solo a sé stesso. Il resto lo fa il vociare gaudente e chiassoso degli aperitivi che straparlano dei prossimi progetti. Essenziale sarà essere pronti alla prossima mobilitazione elettorale, con i santini a portata di mano per incoraggiare le solite preferenze, tutte unite contro il fascismo alle porte. Non sia mai che nasca qualcosa di politicamente serio, magari alla loro sinistra.

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