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La scuola italiana è ancora un luogo di formazione o è diventata un ingranaggio del mercato? Il mercato in cattedra analizza riforme, burocrazia, competenze e neoliberismo con una tesi netta e documentata, riaprendo un dibattito che riguarda il futuro dell’istruzione.
La scuola è diventata un mercato? Un libro che costringe a riaprire il dibattito
Ci sono libri che cercano il consenso e libri che cercano il conflitto. Il mercato in cattedra di Pier Paolo Caserta (Mario Pascale Editore) appartiene senza esitazione alla seconda categoria. Non concede scorciatoie al lettore, non attenua il linguaggio per renderlo più digeribile e non tenta di costruire improbabili punti di equilibrio tra posizioni opposte. La sua tesi è dichiarata fin dalle prime pagine: la scuola pubblica italiana sarebbe ormai il terreno sul quale si è compiuta una progressiva colonizzazione delle logiche di mercato, un processo che avrebbe trasformato l’istruzione da strumento di emancipazione a meccanismo di adattamento alle esigenze dell’economia contemporanea.
È una tesi radicale, ma il pregio principale del volume è quello di non fermarsi allo slogan. Caserta costruisce infatti una lunga ricostruzione teorica e politica che collega le riforme scolastiche degli ultimi decenni al più ampio sviluppo del neoliberismo e della tecnocrazia, individuando nella scuola uno dei principali laboratori della trasformazione antropologica dell’individuo. Il discorso non riguarda soltanto programmi, ministeri o organizzazione degli istituti: riguarda l’idea stessa di cittadino che una società intende formare.
Il libro assume esplicitamente una prospettiva critica verso il paradigma neoliberale. L’autore interpreta la diffusione delle competenze, delle soft skills, dell’orientamento permanente, della retorica dell’innovazione e perfino dell’invasione degli anglicismi come tasselli di un’unica architettura culturale. Secondo Caserta, il sapere disciplinare viene progressivamente sacrificato a favore di procedure standardizzate e di una formazione funzionale al mercato del lavoro piuttosto che allo sviluppo del pensiero critico. È questa la chiave interpretativa che attraversa tutti i capitoli del volume.
Naturalmente si può condividere oppure respingere questa impostazione. Ma sarebbe un errore liquidarla come semplice pamphlet ideologico. Caserta conosce il mondo della scuola dall’interno e utilizza questa esperienza per descrivere con efficacia fenomeni che molti insegnanti riconosceranno immediatamente: la crescita della burocrazia, la moltiplicazione dei progetti, il tempo sottratto alla didattica, l’espansione di figure esterne chiamate a svolgere funzioni che un tempo appartenevano esclusivamente al docente. Il concetto di “intasare per distruggere”, più volte richiamato nel testo, costituisce probabilmente una delle intuizioni più interessanti dell’intero volume.
Particolarmente convincente è anche la critica alla trasformazione dell’insegnante in semplice gestore di procedure amministrative. Caserta sostiene che l’attacco alla scuola non passi tanto attraverso la soppressione delle discipline, quanto mediante il loro progressivo svuotamento e la continua interruzione della relazione educativa. È una riflessione che va oltre la polemica politica e tocca uno dei nodi più discussi nella scuola italiana contemporanea.
Qualcuno potrebbe obiettare, per esempio, che alcune pagine dedicate alla tecnocrazia e al capitalismo digitale privilegiano l’impianto filosofico rispetto alla dimostrazione empirica. Il lettore più scettico potrebbe invocare il beneficio del dubbio a sostegno di alcune conclusioni, soprattutto quando il libro affronta gli effetti delle innovazioni tecnologiche sulla didattica. Ma non è questa in fondo la sfida- o meglio – il patto tra l’autore e il lettore? Un confronto a distanza per stimolare la riflessione,
Il mercato in cattedra, dunque, non pretende di essere una ricerca sociologica neutrale ma rivendica l’idea stessa del saggio militante nel senso più alto del termine: propone una lettura coerente, prende posizione e invita il lettore a verificare personalmente la solidità delle sue argomentazioni.
Caserta sceglie la strada più difficile: costruire un impianto teorico ampio, intrecciando filosofia politica, pedagogia, critica dell’economia e analisi delle riforme scolastiche, costringendo il lettore a interrogarsi su questioni che troppo spesso vengono considerate inevitabili: l’innovazione è davvero sempre un progresso? Le competenze possono sostituire i saperi? La scuola deve formare lavoratori o cittadini? Provate a rispondere anche voi.

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