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Il sovranismo italiano denuncia migranti, gender e Bruxelles, ma tace su basi USA, NATO, BCE e austerità. La rabbia sociale viene deviata dai rapporti di potere verso il bersaglio più debole. Vannacci e Meloni cambiano stile, non sostanza.
Guida pratica per riconoscere un patriota a geometria variabile.
C’è una specie rara, in Italia, che si definisce sovranista. Non è facile da avvistare in natura, perché il suo habitat preferito è lo studio televisivo, ma quando lo si osserva con attenzione si notano alcuni tratti distintivi molto particolari. Il sovranista italiano, per esempio, è convinto che il proprio Paese sia una colonia. Finalmente un punto su cui siamo tutti d’accordo. Peccato che, secondo lui, i colonizzatori siano i barconi di Lampedusa e non i tremila soldati americani stazionati a Vicenza. Strano, per un sovranista: uno penserebbe che la sovranità si misuri in basi militari e non in migranti disperati, ma evidentemente devo aver studiato su libri sbagliati.
Prendiamo il caso di Roberto Vannacci, il sovranista del momento, il generale che ha scoperto che il mondo è in declino leggendo i dati dell’Istat come fossero carte di un nemico in agguato. Vannacci ha scritto un libro, o forse più di uno, per difendere l’Occidente, la famiglia tradizionale, la Messa della domenica e probabilmente anche la ricetta della nonna per la torta di mele. Peccato che, se si scava un po’, si scopre che il suo Occidente da difendere ha il quartier generale a Washington e la carta di credito a Wall Street. Ma shhh, non glielo dite: per lui l’Occidente è una civiltà, non un mercato. Anche se il mercato ha comprato la civiltà in offerta due per uno.
Il sovranista italiano, si sa, ha un nemico preferito: l’immigrato. È colpa sua se i giovani non vanno più in chiesa, se i salari sono bassi, se il paese è in declino. L’immigrato è un multitasking formidabile: lavora per tre soldi, ruba il lavoro agli italiani, non lavora e vive d’assistenza, contemporaneamente. È un nemico così versatile, da usare in ogni occasione. Quello che il sovranista non spiega mai è perché, se l’immigrato è la causa di tutti i mali, non se la prenda mai con chi lo assume a nero, chi gli affitta un tugurio, chi lucra sulla sua pelle. Forse perché quelli hanno la tessera della stessa palestra? O forse perché criticare il padrone richiederebbe un coraggio che il sovranista riserva solo per i deboli?
Ma il vero capolavoro del sovranista italiano è la sua relazione con gli Stati Uniti. Lui, che urla contro ogni ingerenza straniera, che invoca la sovranità come fosse un mantra, che si indigna se un europarlamentare tedesco starnutisce in direzione del Belpaese, quando si tratta di basi militari americane diventa improvvisamente un realista. Anzi, un entusiasta. Le basi a Camp Darby, Aviano, Sigonella? Sono “alleanze”. I soldati americani in uniforme sul nostro territorio? Sono “amici”. Le armi nucleari stazionate in Italia per decenni? Sono “protezione”. Provate a immaginare la stessa scena con la bandiera iraniana, o cinese, o, chissà, albanese. Il sovranista si sveglierebbe urlando nel cuore della notte, con la camicia da notte di Garibaldi e il pugnale tra i denti. Ma se parla inglese e ha il logo della NATO, allora l’occupazione militare diventa partnership strategica . È la magia del branding.
E poi c’è Israele. Qui il sovranista italiano tocca vette di contorsione logica da circo acrobatico. Lui, che difende i confini, i popoli, le identità, le terre dei padri, si trasforma in sostenitore accanito di uno Stato che occupa militarmente un altro popolo da oltre mezzo secolo. Non è un’opinione, sono i dati dell’ONU, della Corte Internazionale di Giustizia, di ogni mappa geopolitica non disegnata dal ministero della Difesa israeliano. Ma per il sovranista italiano l’occupazione è un crimine solo quando la fa qualcun altro. Quando la fa un alleato, diventa autodifesa, sicurezza, diritto alla sopravvivenza. La sovranità è come il rispetto delle regole: invocata con solennità quando l’altro le infrange, dimenticata con eleganza quando sei tu a calpestarle per compiacere il padrone.
Sull’economia, il silenzio è tombale. Il sovranista non parla di pensioni, di salari da fame, di delocalizzazioni, di speculazione finanziaria, di debito pubblico usato come arma di ricatto. Non parla del fatto che l’Italia non ha più sovranità monetaria, che la Banca Centrale Europea decide più del Parlamento italiano, che il pareggio di bilancio in Costituzione è una camicia di forza neoliberale. No, lui parla di gender, di migranti, di famiglia tradizionale. È come se in una casa che sta crollando tu ti preoccupassi del colore delle tende. Anzi, è peggio: è come se incolpassi le tende del crollo.
La verità, e qui l’ironia si fa amara, è che il sovranismo italiano non è una minaccia al sistema. È un prodotto del sistema. Serve a incanalare la rabbia legittima di chi è stato abbandonato, impoverito, derubato del futuro, verso l’unico bersaglio che il sistema tollera: il più debole. Il migrante. Il diverso. Il povero che scappa da una miseria che il sistema stesso ha creato. È una ribellione autorizzata, con tanto di marcia in più e spettacolo televisivo incluso.
Se Vannacci fosse al governo, farebbe qualcosa di diverso da Meloni? Probabilmente userebbe meno filtri Instagram e più foto in uniforme, ma le basi americane resterebbero, le armi all’estero partirebbero, l’austerity europea verrebbe firmata con la stessa penna, e i migranti verrebbero respinti con gli stessi risultati di oggi. La differenza è di stile, non di sostanza. Lui è il sovranismo da campagna elettorale, rozzo, crudo, virile. Lei è il sovranismo professionale, quello che sa quando bisogna alzare i toni e quando abbassarli per restare nel club.
In fondo, il sovranista italiano è come un uomo che difende il proprio giardino dai passeri, mentre il castello viene saccheggiato dai soldati alleati. E grida, grida forte, con tutto il fiato che ha in gola. Ma grida nella direzione sbagliata. Forse, chissà, lo sa anche lui. Forse è solo più comodo gridare contro i passeri. I soldati, dopotutto, hanno le stesse divise che lui ha indossato per tutta la vita. E gridare contro di sé è la sola sovranità che non gli hanno mai insegnato.

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