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Oltre 4.300 morti e 12mila feriti in cinque mesi di “guerra a bassa intensità” israeliana in Libano. Fallito il piano delle zone-cuscinetto contro Hezbollah, in stallo anche le zone-pilota di Bint Jbeil e Khiam. Netanyahu rifiuta l’impegno formale sul cessate il fuoco.
Libano, il laboratorio dove Israele sperimenta e Beirut conta i morti
4.335 morti e 12.277 feriti: sono i numeri che il Ministero della Salute di Beirut attribuisce agli attacchi israeliani condotti da marzo a oggi. Cinque mesi di quella che i comunicati ufficiali, con un understatement che sfiora il cinismo, continuano a chiamare “guerra a bassa intensità”. Bassa intensità per chi la racconta da fuori, evidentemente, non per chi la subisce da dentro: il Libano, negli ultimi mesi, ha smesso di essere un Paese sovrano con problemi di sicurezza e si è trasformato nel ring dove Israele, Iran e Stati Uniti regolano i conti per procura, con Beirut nel ruolo, tanto scomodo quanto involontario, di terreno di combattimento neutro.
Il nodo resta lo stesso da anni e nessuno ha ancora trovato il modo di scioglierlo: Hezbollah, il partito-milizia sciita sostenuto da Teheran, che nel Libano meridionale ha costruito uno Stato parallelo con un proprio apparato militare capace di tenere in scacco l’intera Alta Galilea israeliana. Su questo fronte nord Tel Aviv ha sempre calibrato le sue valutazioni strategiche più caute; oggi quella cautela è evaporata, sostituita da una dottrina apertamente preventiva che l’establishment militare israeliano applica su scala regionale, da Gaza alla Cisgiordania, dal Libano al Golfo, nel tentativo di non restare accerchiato su troppi fronti contemporaneamente.
Una filosofia bellica che si scontra sistematicamente con qualunque logica diplomatica, e che la comunità internazionale osserva ormai con un imbarazzo diventato quasi rituale, fatto di dichiarazioni di preoccupazione che non producono alcun effetto pratico. A coprire questa impostazione, più che contrastarla, resta l’amministrazione Trump, la cui gestione del dossier libanese oscilla tra la connivenza dichiarata e un’indifferenza che, sul piano degli esiti concreti, produce lo stesso risultato.
Il cantiere delle zone-cuscinetto che nessuno ha mai aperto
Sulla carta, un accordo di pace converrebbe a tutti i protagonisti di questa partita, Israele compreso: centinaia di migliaia di cittadini israeliani sono stati costretti a lasciare le proprie case nell’Alta Galilea per i lanci di razzi e mortai lungo un confine ormai poroso quanto un colabrodo, un salasso demografico ed elettorale che Netanyahu difficilmente può permettersi di ignorare. Da qui l’idea, elaborata a Washington, di mettere attorno a un tavolo Israele e il governo libanese per delegare all’esercito di Beirut — addestrato e armato dagli americani, con vertici a maggioranza cristiana — il compito di smantellare gradualmente la presenza di Hezbollah attraverso la creazione di “zone-cuscinetto” nel Sud del Paese.
Un’architettura elegante sulla carta e inapplicabile nella pratica, perché l’esercito libanese non dispone né della forza né, verosimilmente, della reale volontà politica di sfidare frontalmente una milizia radicata nel tessuto sociale del Paese da oltre quarant’anni. Il risultato, prevedibile quanto puntualmente disatteso dalle previsioni ottimistiche diffuse ogni volta che si riunisce un tavolo negoziale, è che l’accordo sulle zone-cuscinetto semplicemente non si è fatto. E secondo quanto riporta Haaretz, è improbabile che Israele e Libano riprendano un nuovo ciclo di colloqui prima della fine dell’estate: le divergenze tra la delegazione libanese e quelle statunitense e israeliana restano, riferisce il quotidiano, tutt’altro che marginali.
Zone-pilota, cioè la stessa storia con un nome diverso
Il tentativo più recente porta l’etichetta di “zone-pilota”, circoscritte a Bint Jbeil e Khiam, dove le forze israeliane avrebbero dovuto ritirarsi lasciando spazio all’esercito libanese come primo passo di un processo destinato, in teoria, a portare all’eliminazione progressiva della presenza di Hezbollah.
In teoria, appunto, perché Stati Uniti e Israele hanno respinto ogni ipotesi di ampliare quelle zone-pilota fino a quando non si registreranno progressi concreti nelle due aree già designate — un criterio comodamente circolare, che condiziona l’espansione dei negoziati a risultati che gli stessi negoziati non riescono a produrre. Tel Aviv, dal canto suo, sostiene che ogni esplosione nel Libano meridionale abbia colpito esclusivamente infrastrutture militari, un’affermazione che la delegazione libanese respinge apertamente; e secondo fonti libanesi citate sempre da Haaretz, Washington e Israele avrebbero chiesto a Hezbollah di ritirarsi dalle alture di Ali al-Taher, nella zona di Nabatieh, richiesta caduta nel vuoto.
Perfino i colloqui di Roma, definiti “fruttuosi” da un portavoce del Dipartimento di Stato americano — l’aggettivo di rito che accompagna ogni round negoziale privo di risultati verificabili — non hanno prodotto nulla di tangibile oltre un generico avvicinamento di posizioni. Beirut chiede un cessate il fuoco integrale e un impegno formale sulla fine delle violazioni: una richiesta elementare, di puro buon senso diplomatico, che Netanyahu continua sistematicamente a rifiutarsi di sottoscrivere.
Il Libano, in questo schema, non è un attore del proprio destino: è il territorio su cui altri sperimentano soluzioni che nessuno ha davvero intenzione di rendere permanenti, mentre il conto dei morti e dei feriti continua, silenziosamente, a salire.

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