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domenica 5 Settembre 2021
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Conversando con Federico Zampaglione… Atto terzo

Continua la nostra lunga conversazione con Federico Zampaglione, salvata all’oblio della rete: il cinema, l’ispirazione, la critica, il pubblico, le emozioni.

Conversando con Federico Zampaglione: intervista in tre atti – Parte terza

Da un certo punto della nostra conversazione in poi abbiamo parlato di chi vorrebbe metterci dei paletti, stabilendo per noi cosa si pò fare e cosa no, cosa si può mostrare e cosa no. Del resto i limiti cui è soggetta la nostra produzione culturale, anche a causa dei vincoli pesantissimi posti dalla cultura cattolica, sono evidenti.
Basti pensare al ritardo, associato a svariate forme di ostracismo, con cui è avvenuta in Italia la distribuzione di un’opera come Agorà, lo splendido film di Amenabar in cui viene raccontata la parabola esistenziale di Ipazia, filosofa pagana vissuta ad Alessandria d’Egitto nel periodo in cui l’aggressività della fede cristiana, da poco legittimata nell’Impero, raggiungeva picchi di assoluta ferocia.
Tutto ciò, assecondato da una messa in scena di rara potenza… non so se tu abbia già avuto occasione di vedere il film.

 

Lo vedrò, lo vedrò! Sono curioso, tant’è che ti chiedo di non svelarmi altro, perché Amenabar è un grande, io ho amato molto sia The Others che Mare Dentro. Si tratta sicuramente di un regista illuminato.

Dispiace davvero che film del genere vengano ostracizzati, considerando poi che la diffusione dei film segue strategie sempre più chiare: panettoni italiani da un lato, prosciuttoni americani dall’altro.

E non si sa davvero cosa sia peggio, visto che adesso ci stanno propinando a rotta di collo certe baracconate che negli Stati Uniti vengono realizzate soltanto per la logica dei grandi numeri, per impiegare quei mega budget cui hanno accesso, quando poi lo vedi sulle stesse facce degli attori che li interpretano, talvolta ottimi attori, quanta poca voglia ci sia di farli.

Conversando con Federico Zampaglione… Atto terzo

Tornando invece al peso del reale nel cinema horror contemporaneo, argomento che abbiamo già introdotto prima, vorrei chiederti di quei richiami scenografici ai campi di concentramento, al nazismo e ad altre culture totalitarie che sono presenti in Shadow, nell’antro di Mortis, e che mi hanno fatto venire in mente altre pellicole più o meno recenti; per esempio Frontiers di Xavier Gens, film la cui protagonista è la stessa del tuo, tra l’altro. Come sei approdato a scelte di questo tipo, cosa c’è dietro simili suggestioni?

 

Guarda, Xavier Gens l’ho conosciuto ovviamente tramite l’attrice che tu hai citato, Karina Testa, dopo che io e lei avevamo fatto il film insieme, in occasione di una proiezione di Shadow avvenuta a Parigi con un montaggio ancora provvisorio. Poi ne abbiamo discusso, lui mi ha dato anche qualche consiglio su come migliorare alcuni momenti a livello di montaggio, rendendo il tutto un po’ più scorrevole, ed è un ragazzo molto simpatico, alla mano, amante dell’horror, per cui abbiamo avuto da subito un ottimo rapporto.

Riguardo invece al retaggio nazi, sappiamo bene cosa l’uomo sia stato capace di fare, per cui un simile immaginario è destinato ad esser riproposto spesso, quale rappresentazione di un orrore vero, che non finirà mai di fare male, ogniqualvolta ci si soffermi su quel capitolo.

Gli stermini non si sono fermati poi a quello, pur gravissimo, compiuto dal nazismo, ed infatti all’interno del film ho tentato anche di sottolineare un’altra serie di conflitti, quelli che lo spettatore a un certo punto vede elencati sulle bobine, senza contare la galleria coi ritratti dei leader politici più feroci che parte da Hitler, continua con Stalin e termina guarda caso con Bush.

Un bel passaggio del testimone!

E infatti pare che alcuni non l’abbiano mandata giù: in Texas si sono un po’ incazzati.

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Sì, pare che in Texas siano abbastanza affezionati a quel tipo di governante, che prima ancora di passare alla Casa Bianca e programmare guerre, massacri, si dilettava firmando caterve di esecuzioni capitali.

Ma non possiamo affezionarci pure noi, però, che dici?

Direi proprio di no. Passando però da chi si comporta come aguzzino nel mondo reale a chi invece lo fa solo nella finzione, vorrei chiederti un piccolo ritratto dell’attore che interpreta Mortis, uno che per l’aspetto fisico e il modo di stare in scena ha colpito l’immaginazione di molti.

L’attore in questione, Nuot Arquint, è una creatura particolare, lui è un mimo e ballerino italo-svizzero che ha la grande capacità di entrare con tutto se stesso nelle cose che fa, di darsi completamente. Questo era un ruolo difficilissimo perché necessitava di sfumature minimali, bisognava cioè crederci veramente.

E lui l’ha fatto con una dedizione pazzesca. Io l’ho seguito molto, gli ho dato anche qualche lettura ad hoc, per esempio cronache relative a Hess, questo personaggio che come comandante di Auschwitz presiedeva ogni giorno allo sterminio di migliaia di persone, per poi fare poche decine di metri e ritrovarsi nella sua abitazione, dove conduceva una vita apparentemente normale con la propria famiglia.

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Cosa c’è di più orribile di queste cose? Ah, gli ho fatto leggere altre cose che riguardavano Leni Riefensthal. Gli ho fatto ascoltare musicalmente tante cose, dai Gregoriani a sonorità contemporanee. Gli ho fatto studiare il serpente, ovvero lo spronavo a osservare come muovono la testa i serpenti, che genere di scatti improvvisi potevano avere.

Quindi è stato un lavoro lungo, durato sette, otto mesi, durante i quali ha trascorso parecchio tempo al cimitero, per trovare il silenzio della solitudine di questo personaggio. Poi il risultato è stato questo, io credo che la sua sia un’interpretazione destinata a restare. Da quello che vedo anche su internet, o dai segnali che ho colto andando con lui alle proiezioni, incontrando gli appassionati, noto che scatena una sorta di isteria, una specie di profonda condivisione del suo lavoro. Indipendentemente da quali saranno le sorti del film, credo che lui sarà Mortis per sempre.

 

Un po’ come il personaggio la cui miniatura vedo alle tue spalle, quel Pinhead indissolubilmente legato alle interpretazioni di Doug Bradley?

Se vuoi possiamo dire così, ad ogni modo io temo e al tempo stesso sono contento del fatto che Nuot Arquint sarà Mortis per sempre. Così come “Mery per sempre”, gli dico ogni tanto per sdrammatizzare un po’.

Conversando con Federico Zampaglione… Atto terzo

Un’ultima domanda che ti vorrei fare, vista anche la notevole riuscita visiva che alcune sequenze di Nero bifamiliare e Shadow possono vantare, riguarda le due collaborazioni differenti, ma ugualmente brillanti, che hai avuto coi rispettivi direttori della fotografia, Arnaldo Catinari per il tuo esordio e Marco Bassano per questo horror, le cui continue cesure narrative hanno posto anche la questione di un approccio fotografico molto diverso da sequenza a sequenza.
Vogliamo salutarci parlando di questo?

Arnaldo me l’hanno presentato e da subito ci siamo presi perché lui è una persona molto genuina, vitale, sempre positivo in tutte le situazioni, così come lo era in modo diverso però simile anche Bassano. Voglio dire, cioè, che il direttore della fotografia è sempre una figura importante perché è poi quella che ti aiuta a realizzare l’idea visiva che hai in testa. Ed è necessario avere un rapporto importante con lui, perché diventa tutt’uno col tuo lavoro.

Intanto sono stato fortunato ad incontrare persone con un grande talento visivo e con una scelta delle luci sempre efficace, come potrei dire, sempre molto d’impatto; ed allo stesso tempo con dei caratteri assolutamente compatibili con il mio.

In Shadow era voluto che all’interno del film si creasse un effetto largo/stretto, luce/buio, ed anche la macchina da presa nella prima parte è usata in modo più selvaggio, con movimenti più dinamici, mentre poi c’è una sorta di sepolcralità, che abbiamo voluto raccontare in modo più catacombale, per cui molti carrelli, movimenti lenti e angosciosi che si contrappongono completamente alla dinamite della prima parte.

E’ stato comunque un lavoro complesso, considerando anche che Shadow è stato girato con una temperatura spesso sotto lo zero, in location che abbiamo individuato al Tarvisio, per tutte le parti di montagna, mentre Roma e dintorni hanno ospitato sia le parti dove il bosco doveva essere un po’ più fitto che gli interni, tranne il laboratorio delle torture che era dislocato ugualmente nei pressi Tarvisio.

Temo che ora dovrò salutarti, ma mi auguro che il materiale da te raccolto sia sufficiente.

Dopo questa lunga conversazione direi che il materiale raccolto è più che sufficiente, Federico, per quanto uno starebbe qui ore e ore a parlare con te di cinema horror e di molto altro ancora. Grazie per la tua disponibilità e per il fantastico blues con cui mi hai accolto!

 

Conversando con Federico Zampaglione I

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Stefano Coccia
Giornalista dello spettacolo e critico cinematografico da più di vent'anni, un tempo nel Comitato dei collaboratori fissi della storica Cinemasessanta, attualmente collabora con Sul Palco, CineClandestino e Taxi Drivers ->

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