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domenica 5 Settembre 2021
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Conversando con Federico Zampaglione… secondo round

Continua la nostra lunga conversazione con Federico Zampaglione, salvata all’oblio della rete. Nella prima parte si faceva il punto sulle sue prime opere cinematografiche , sul suo rapporto con l’horror, sull’importanza di non vincolarsi ai giudizi più superficiali della gente, quando si avverte la necessità di intraprendere nuovi percorsi espressivi.

Conversando con Federico Zampaglione: intervista in tre atti – Parte seconda

Visto che nella prima parte della nostra chiacchierata abbiamo parlato di paure, mi verrebbe voglia di compiere un ulteriore volo pindarico e chiederti, con particolare riferimento a Shadow, quali sono i timori e le fobie che vengono ad ispirarti, anche in considerazione di come lo stesso concetto di paura sembri assumere pieghe diverse, nel corso del film, riportando ad esempio l’orrore verso la concretezza della guerra.

In questa tua ultima osservazione, indubbiamente, vi è un fondo di verità: a me non possono più far paura i vampiri o i licantropi, nel senso che mi diverte vedere un film di quel tipo, dove c’è anche il brivido. Però la paura autentica è quella del reale, sapere cioè che l’essere umano è il vero mostro, quello che può fare qualsiasi cosa con la massima naturalezza. E questo la Storia lo mette in risalto.

A volte sui giornali leggi fatti di cronaca da non crederci, che se tu li mettessi nella sceneggiatura di un horror sarebbe stra-censurato, non potrebbe mai uscire. Leggi cose terribili che vengono fatte ai bambini, cose che sono molto più brutte del vedere sullo schermo il gruppo di zombi che ti si mangia o del vampiro che ti succhia il sangue, cose che oltre a metterti paura ti mettono un profondo senso di tristezza, ti avviliscono.

Allora, con questo film volevo che ci fosse comunque uno sguardo sul reale, che ci fosse bene o male una riflessione sull’opera dell’uomo nel corso della Storia; per non dimenticare, per sapere che poi alla fine non basta cambiare canale quando c’è una notizia terribile, per farla sparire. La notizia rimane. E dietro quella notizia c’è gente che avrà la vita distrutta per sempre. Noi ormai siamo nell’ottica dell’ “occhio non vede, cuore non duole”, per cui appena c’è qualcosa che ci disturba passiamo alla pagina sportiva o a qualche suo equivalente.

Se poi ci giriamo sempre dall’altra parte, tra un piatto di spaghetti e un paio di tette piazzate in tv, rischiamo poi di non essere nemmeno protagonisti del nostro tempo.

Conversando con Federico Zampaglione... secondo round

Questo tuo discorso mi ha fatto venire in mente un episodio molto bello di “Ai confini della realtà”, quello in cui una casalinga americana stressata per via di una vita famigliare piuttosto logorante, scocciatissima poi per le continue visite di ecologisti intenzionati a farla riflettere sul pericolo nucleare, si imbatteva in un espediente di natura magica capace di bloccare il tempo, che lei subito utilizzava per mettere alla porta i visitatori molesti. Pacifisti compresi. Facendola così sentire più sicura e rilassata, almeno fino al momento in cui la sagoma minacciosa di un missile sovietico SS20 non faceva capolino sui cieli di quella metropoli americana, costringendola di nuovo a bloccare il tempo. E questa volta per sempre, verrebbe da immaginare…
Chissà, magari questo episodio è rimasto impresso anche a te, se ami la serie.

Come no? Fantastico! Ed è proprio quello che sta succedendo, che tu non vuoi vedere, non vuoi vedere, finché poi la bomba non arriva dentro casa tua. Quello di “Ai confini della realtà” era davvero un bel messaggio…

Non mi sembra poi che l’uso del grottesco in Nero bifamiliare, vedi ad esempio la sequenza della finale mondiale la cui visione viene interrotta bruscamente da un litigio tra vicini, si allontani molto da messaggi del genere. Per certi versi, pur avendo il tuo esordio uno stile tutto particolare, mi ha riportato alla memoria un’altra pellicola italiana di qualche anno fa, Strane storie di Baldoni, che mi aveva ugualmente colpito.

Ah, eccome se me lo ricordo! Ma, ti dirò che per situazioni del genere mi sono ispirato più che altro a un certo tipo di commedia spagnola…

C’entrerà forse Álex de la Iglesia?

Esattamente. Più quel tipo di cinema alla de la Iglesia, dove si ride ma c’è sempre un po’ di macabro, un po’ di nero, in agguato.

Quella sequenza lì dei mondiali faceva ben capire la nostra mentalità, lasciava intendere che finché non ti salta la partita può succedere di tutto, ma non ti alzi dalla poltrona; poi ti accorgi che qualcosa non va, nel momento in cui ti vanno a toccare proprio quegli stereotipi: la partita di calcio, la macchina parcheggiata sotto casa.

Questi sono esempi che, anche con una risata dietro, mettono in evidenza quel nostro atteggiamento, per cui all’estero spesso ci deridono, identificandoci come quelli che tendono a farsi un po’ gli affari loro e non hanno un grosso senso civico.

Abbiamo chi contribuisce ampiamente a dare di noi questa immagine, a partire da quella classe dirigente che ritiene di poter rappresentare gli italiani, dipingendoci tramite il suo operato esattamente così. Anche quando qualcuno di noi prova a combattere questa cosa, promuovendo comportamenti diversi, restiamo schiacciati dal modello che tende a dare chi ci rappresenta a livello pubblico.

Conversando con Federico Zampaglione... secondo round

Sempre per approfondire la cornice grottesca di Nero bifamiliare, vorrei chiederti quanto hanno contribuito certe partecipazioni attoriali davvero folgoranti, in primis quella di Remo Remotti. Deve essersi divertito molto, lui così sovversivo, a mettere in scena un personaggio esageratamente bigotto e reazionario.

Ah, lui è stato fantastico, per non dire geniale! Remotti rappresentava il classico stereotipo di vecchio pensionato intransigente, con un passato magari nell’esercito, una di queste figure che rimangono ancorate per tutta la vita a un’idea marziale, a un’idea di comando; e lui è stato bravissimo nel calarsi in una figura simile, perché Remo in effetti è proprio un anarchico,uno senza regole, il contrario esatto di quel personaggio. Infatti ci siamo divertiti tantissimo a ogni scena, perché era buffo vederlo fare il benpensante, il borghese, quanto di più lontano da lui.

Oltre all’effetto dirompente di Remo Remoti, qualche altra particolarità relativa al cast?

Guarda, da questo punto di vista ho un grande ricordo del film, intanto perché è stata la mia prima regia. Sono quelle cose che non si scordano mai. Poi sul set c’era un clima bellissimo, tutti molto contenti di essere lì, nonostante sapessimo che il nostro era un film un po’ pazzo; perché a volte ci ritrovavamo immersi in quelle situazioni caricaturali, quasi da fumetto.

Era un progetto cinematografico piuttosto sopra le righe, che faceva spesso riferimento al grottesco, al macchiettistico; chiaro che anche gli attori si divertivano, ogni tanto gli veniva da ridere, contribuendo a quell’atmosfera di lieve follia.

Mi torna ora in mente l’immagine di Ernesto Mahieux con la forfora sulle spalle, che gli veniva messa per suggerire l’immagine laida, viscida. Pensa che per ottenere questo affetto mi portavo dietro una specie di scatolina con tutta candela grattugiata, così mi preoccupavo io stesso ogni giorno di riempirgli le spalle di forfora, a volte persino esagerando!

Mi rendevo conto che era tantissima, ma mi divertivo così tanto a farlo, da non riuscire più a regolarmi…

Questa in un certo senso è già una forma di artigianalità alla Mario Bava, mi verrebbe da dire! Il saper trovare soluzioni pratiche a ogni problema, piccolo o grande che sia.

Era tanto per rendere il clima di divertimento folle, che si era instaurato sul set. La produzione poi si rendeva conto che c’era forse un pizzico di follia di troppo, per cui a un certo punto erano preoccupati di quale sarebbe stata la sorte del film, che infatti ha faticato.

Ha faticato perché era fuori dagli schemi, infatti ad alcuni è piaciuto molto, avendolo trovato un’opera dissacrante benché imperfetta, mente altri l’hanno odiato, dicendone peste e corna. Il che ci può anche stare, nel senso che se uno non sta al gioco, se non entra nell’idea che il film raffiguri una vignetta dell’Italia con tratti da fumetto ed esagerazioni, allora sono destinati ad emergere aspetti che non stanno in piedi.

C’era invece la voglia di portare personaggi normali a diventare caricature. Perché il grottesco in fondo è quello, una lente d’ingrandimento che deforma, sostanzialmente, però al tempo stesso il grottesco è una lettura che in Italia fa fatica ad imporsi.

Se poi pensi a un altro lungometraggio che ha un po’ quel sapore, e che io adoro, come L’ultimo capodanno di Marco Risi, ti ricorderai che anche in quel caso sono stati in tanti a massacrarlo; a me per giunta è capitato di vederlo quando avevo già realizzato Nero bifamiliare, perché il film in realtà aveva avuto una vita in sala tormentatissima, ed io l’ho recuperato solo dopo che diversa gente mi aveva segnalato qualche affinità tra il lavoro di Risi e il mio.

Così ho approfittato di un passaggio su Sky per confrontarmi col film e sono praticamente impazzito, mi è piacito tantissimo, visto che anche lì c’è tanto di caricaturale, grottesco, con questo comprensorio pieno di pazzi ossessionati dalle cose più assurde.

Quello di Marco Risi era senz’altro un film molto più divertente di tante altre cose che sono uscite in Italia, spesso di una noia mortale. Guarda, benché cerchi di scrollarsi di dosso tale retaggio, il nostro è un paese molto bigotto, per cui appena si rischia un po’ è difficile che venga premiato il tentativo di mettere in scena qualcosa di differente.

Ma io me lo ricordo anche coi dischi che facevo: c’è stato un periodo in cui gli album che erano un po’ sperimentali, che prendevano elementi da varie fonti sonore creando qualche mix curioso, un po’ come “Insisto” che tu mi hai portato, non venivano accettati facilmente. Lo stesso “Insisto” venne criticato da tanti, che all’epoca affermarono che non era né rock, né pop, ma un mix di cose differenti, per cui a loro dire mancava di personalità

Sempre il desiderio di incasellare ogni cosa, da parte di alcuni.

Esatto. Nel cinema accade sovente qualcosa di simile, che se il film è drammatico devi rimanere sempre su quel registro, che se è una commedia deve far ridere dall’inizio alla fine. Negli anni ’70, per esempio, non era così, nel senso che il cinema era molto più folle, per cui tante pellicole horror potevano magari vantare sequenze che andavano a parare da un’altra parte, nel cinema weird, nel cinema sulla natura.

Le cosiddette ibridazioni di genere si usavano tanto, poteva così capitare che nello stesso film del terrore si fondessero l’eros, i parametri dell’horror classico e magari un filo di ironia. Ad ogni modo, io sono un fautore della libertà espressiva, per cui mi rendo conto che quando ti muovi libero ci sarà sempre qualcuno che proverà a porti dei vincoli, ma non me ne preoccupo.

(To be continued)

 

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Stefano Coccia
Giornalista dello spettacolo e critico cinematografico da più di vent'anni, un tempo nel Comitato dei collaboratori fissi della storica Cinemasessanta, attualmente collabora con Sul Palco, CineClandestino e Taxi Drivers ->

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