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venerdì 3 Settembre 2021
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Altro esercizio di macelleria sociale alla Timken di Brescia

Non cedono i lavoratori della Timken di Villa Carcina, specializzata nella produzione di cuscinetti ingegnerizzati e leader del settore automotive, che ormai da sette giorni stanno presidiano giorno e notte l’esterno dell’azienda per chiedere alla multinazionale americana dell’automotive di cambiare idea sulla delocalizzazione. Ma la partita è davvero complicata.

Di Giorgio Cremaschi, Pap.

Macelleria sociale alla Timken di Brescia

Timken è la fabbrica di Villa Carcina, in provincia di Brescia, che la multinazionale americana ha deciso di chiudere.

Solo poche settimane prima l’amministrazione comunale stava discutendo se concedere la cittadinanza onoraria ai manager aziendali, che intanto stavano organizzando il trasferimento delle produzioni in Romania. Poi l’annuncio brutale della cessazione dell’attività.

Dal 19 luglio i 106 lavoratori sono in sciopero ad oltranza, ma più che per la perdita salariale, già pesante, sono tutti in giusta ansia per il futuro. Il presidio alle portinerie è organizzato meticolosamente, come se si fosse al lavoro, ma intanto la produzione è in mano alle speculazioni del padrone.

Di questo abbiamo discusso a lungo: cosa può fermare una multinazionale che, come le cavallette, consuma tutto e poi si trasferisce altrove, per fare lo stesso?

Non ci sono illusioni tra le donne e gli uomini al picchetto, sono operai della Valle Trompia, zona industriale da secoli che ha al suo vertice la Beretta. Un’operaia mi ha ricordato che sua mamma lavorava lì vicino in una grande fabbrica tessile scomparsa da decenni.

Questi operai sanno da generazioni cosa sia il capitalismo, ma ciò che più li indigna è proprio il fatto che il padrone oggi si possa comportare come cento anni fa. E che la politica, il palazzo, le istituzioni grandi e piccole manifestino tanta solidarietà formale quanta impotenza reale.

I lavoratori sanno benissimo che le promesse di nuove attività sono tutte imbrogli, che la realtà è un poco di cassa integrazione prima di finire in mezzo ad una strada. Sanno altrettanto bene che la chiusura della loro fabbrica, come quella di GKN e tante altre, è l’avvio di in processo di ristrutturazione selvaggia che coinvolgerà Stellantis e tutto il settore dei mezzi di traporto.

I lavoratori sanno benissimo di non essere un caso isolato, ma proprio per questo si domandano giustamente che cosa si debba fare per non finire come all’Embraco.

Noi a questa loro domanda abbiamo una sola risposta: intervento pubblico e pianificazione industriale. Sarebbe giusto, ma è fantascienza ci ha detto un operaio. Ma sperare che la multinazionale torni indietro solo perché glielo implora il sindaco è ancora più illusorio.

Per la Timken, come per tutte le fabbriche che stanno chiudendo, non c’è una soluzione caso per caso. Solo la scelta politica di fermare il libero andamento del mercato può fermare i licenziamenti.

Per questo bisogna unire le lotte e se possibile, renderle più cattive soprattutto verso il sistema politico e il governo Draghi, che coprono con le chiacchiere il servilismo verso i padroni.

Nel frattempo la nostra solidarietà attiva verso chi lotta è totale e senza condizioni. Sosteniamo le operaie e gli operai della Timken.

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